Bambini nei campi rom. Due parole che raramente troviamo accostate nei discorsi pubblici in modo umano.
Bambini campi rom. Due parole che raramente troviamo accostate nei discorsi pubblici in modo umano. Due parole che, invece, dovrebbero farci pensare a cosa succede quando l’infanzia cresce tra baracche, fango e sguardi giudicanti.
Ci sono bambini che vivono in Italia da generazioni, parlano italiano, guardano i cartoni su YouTube e sognano di diventare dottori o calciatori. Ma per molti, quel sogno finisce appena mettono piede fuori dal campo. Perché basta l’indirizzo, il cognome, o la loro roulotte per essere etichettati. E scartati.
In molti campi rom, i bambini si alzano presto per andare a scuola. Nonostante la pioggia, il freddo o l’assenza di acqua calda. Spesso vanno a piedi, attraversano strade trafficate o prendono mezzi pubblici affollati. Arrivano in classe e cercano solo una cosa: normalità.
Ma normalità è una parola che non appartiene al loro vocabolario quotidiano.
Sono i bambini che non vengono invitati alle feste. Che restano seduti ai margini del cortile. Quelli che, se sparisce qualcosa in classe, vengono per primi guardati storto.
C’è chi li chiama “zingarelli”, con tono dispregiativo. E c’è chi, più sottilmente, li tiene lontani. Magari senza insulti, ma con quel gelo silenzioso che sa essere più feroce.
Eppure sono bambini come tutti gli altri.
Giocano con le figurine, ridono guardando video sul telefono, disegnano cuori e case col tetto rosso. Ma le case dove vivono spesso non hanno nemmeno le fondamenta. Alcuni crescono in roulotte senza riscaldamento. Altri in baracche di legno, a due passi da discariche o tangenziali.
Quando piove, il fango invade ogni cosa. Quando fa freddo, il gelo entra dalle fessure delle pareti. E quando arriva l’estate, l’aria diventa irrespirabile.
Eppure, resistono.
La scuola è spesso il loro unico spazio di respiro. Ma anche lì, troppo spesso, non trovano rifugio.
In molti casi, vengono inseriti in classi “di recupero”, con aspettative basse. I pregiudizi agiscono silenziosamente: “tanto abbandoneranno”, “non c’è voglia di studiare”, “non hanno basi”.
Così, anche chi ha talento viene lasciato indietro. Anche chi ha voglia di imparare viene escluso dalle attività extrascolastiche. Anche chi sogna un futuro diverso si sente dire, in mille modi, che non lo avrà.
Le famiglie rom sono spesso accusate di non mandare i figli a scuola. Ma raramente si parla delle barriere che lo rendono difficile: mancanza di trasporti, discriminazione, burocrazia che non perdona chi non ha residenza fissa.
Molti bambini non hanno nemmeno accesso ai pediatri, ai vaccini, ai servizi sociali.
Quando si ammalano, spesso è troppo tardi. Quando spariscono, non se ne accorge nessuno.
In alcune città, i campi sono stati smantellati senza alternative. Le famiglie sono finite per strada, i bambini hanno perso tutto: stabilità, amicizie, scuola.
L’infanzia non è una priorità per chi governa.
E l’infanzia rom, ancor meno.
Quando una baracca prende fuoco, non fa notizia. Quando un bambino rom viene picchiato o insultato, si dice “avranno provocato”. Quando un intero gruppo viene sgomberato senza preavviso, è “ordine pubblico”.
Ma cosa vuol dire crescere in un Paese che non ti vuole?
Cosa vuol dire essere italiani e sentirsi sempre “ospiti tollerati”?
Questi bambini parlano italiano, tifano per la Nazionale, conoscono Sanremo, adorano i cartoni di Rai Gulp. Ma nonostante tutto, vengono visti come “altri”.
Eppure sono il nostro futuro.
E la domanda è: che tipo di futuro stiamo costruendo per loro?
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