Seconde generazioni in Italia: identità tra casa, strada e cittadinanza

Seconde generazioni in Italia: la sfida di un'identità tra due mondi

Si tratta spesso di seconde generazioni, fenomeni che restano nel sottofondo della vita quotidiana. Sul marciapiede di Corvetto, quartiere della periferia milanese, un ragazzo di sedici anni risponde al telefono in bengalese. Due minuti dopo, al bar sotto casa, ordina un caffè con l'accento che i compagni di liceo riconoscono subito — quello di chi è nato qui e ha imparato l'italiano nei cortili, non nei manuali. A cena, a casa, torna alla lingua dei genitori: piatti, regole, preghiere o silenzi che segnano il confine tra dentro e fuori.

Non è un'eccezione. È il ritmo quotidiano di centinaia di migliaia di giovani che in Italia vengono chiamati — con un'espressione che suona tecnica ma racconta tutto — «seconde generazioni»: nati o cresciuti nel Paese, figli di genitori arrivati da altrove. Per loro l'identità non è un'etichetta da compilare in un modulo. È una geografia: la cucina dove si parla una lingua, la strada dove se ne parla un'altra, la scuola dove qualcuno chiede ancora «ma tu di dove sei?» anche quando la risposta è «di qui».

Il sociologo Alberto Melloni ha usato un'immagine che è entrata nel dibattito pubblico: gli «italiani col trattino». Non italiani o stranieri, ma italiani-marocchini, italiani-senegalesi, italiani-albanesi — un segno di punteggiatura che non unisce né divide del tutto, ma sospende l'appartenenza tra due poli. Il trattino non è un difetto da correggere né un trofeo da esibire: è la forma grammaticale di un vissuto che la carta d'identità spesso non sa ancora scrivere.

L'Italia segue l'ius sanguinis: la cittadinanza si trasmette per filiazione. Chi nasce a Milano, Roma o Palermo da genitori stranieri non comunitari non diventa automaticamente italiano. Può ottenerla per naturalizzazione dopo i diciotto anni — con requisiti di residenza legale continua, reddito, assenza di condanne — oppure se un genitore si naturalizza prima della maggiore età del figlio. Il percorso è lungo, costoso, fragile: un ritardo nel rinnovo del permesso di soggiorno di un genitore può bloccare l'intera pratica del figlio. Il dibattito su ius soli e ius culturae — già affrontato in altri articoli di questa testata — chiede se questo modello sia ancora coerente con una società dove oltre 900.000 studenti nelle scuole italiane hanno cittadinanza non italiana o doppia. Ma fuori dal Parlamento, la domanda si traduce in frasi più semplici: perché il compagno di banco con la carta d'identità italiana può votare alle politiche e io no?

La legge non è l'unico confine. È il più visibile. Sul lavoro, nei concorsi pubblici, nei viaggi extra-UE, la mancanza di passaporto italiano aggiunge attrito a una vita già segnata da cognomi «diversi» e da domande che non arrivano ai compagni con nomi più lineari. Le associazioni che raccolgono le voci delle seconde generazioni — dalla Rete G2 di ASGI ai gruppi studenteschi «Senza cittadinanza» — descrivono un senso di appartenenza spezzata: italiani per tutti tranne che per lo Stato. Non è retorica da manifestazione. È la frizione tra il nome che ti danno gli amici e quello che ti assegna l'anagrafe. Sullo stesso tema, Razzismo nello sport in Italia: dai grandi stadi ai campetti giovanili offre un quadro complementare.

Se la cittadinanza è il vertice amministrativo del problema, il linguaggio è il terreno quotidiano. Molti giovani crescono in case dove si parla arabo, română, urdu, mandinka — lingue che i genitori portano come bagaglio e che i figli spesso capiscono meglio di quanto sappiano parlare. Fuori, il codice cambia: italiano con inflessioni locali, dialetto milanese o napoletano o romano assorbito nei cortili, gergo di quartiere mescolato a espressioni prese da TikTok e da serie tv. Il passaggio non è traduzione letterale. È cambio di registro: tono, postura, persino il modo di stare in fila al supermercato.

I genitori di prima generazione spesso temono che i figli «perdano le radici» se parlano troppo italiano in casa. I figli, al contrario, vivono la lingua dei genitori come spazio privato — intimo, a volte imbarazzante quando gli amici passano a trovarli — mentre la strada è il luogo dove si costruisce la versione pubblica di sé. Non è tradimento culturale. È sopravvivenza sociale in un Paese che ancora associa l'accento «straniero» a un'origine da giustificare.

La geografia conta quanto le parole. Le seconde generazioni italiane non vivono solo nei centri storici delle grandi città. Vivono a Corvetto, a Sanità, a Tor Bella Monaca, a ZEN di Palermo, nei quartieri costruiti negli anni Settanta e Ottanta per accogliere l'esodo interno e poi l'immigrazione: palazzi a torma, cortili condivisi, mercati rionali dove le bancarelle vendono frutta e spezie che il supermercato Conad del centro non ha mai avuto. Sono luoghi che la stampa nazionale visita quando c'è un episodio di cronaca nera, ma che per chi ci abita sono semplicemente casa — con i murales dipinti dagli artisti del quartiere, i campi da calcio di cemento, le stazioni della metro che collegano la periferia al centro come un'arteria a senso unico.

L'estetica di questi spazi è parte dell'identità. Il contrasto tra un palazzo anni Settanta con il balcone ingombro di panni e un murales colorato che copre un muro degradato non è solo decorazione: è il modo in cui una comunità segna il territorio come proprio quando le istituzioni tardano ad arrivare. I giovani che crescono qui imparano presto a leggere la città a strati: la Roma dei turisti è un'altra città rispetto alla Roma del quartiere; il Milano dei negozi in Brera non ha nulla a che fare con il Milano della fermata Rogoredo. Appartenere a entrambe senza sentirsi interamente a casa in nessuna delle due è una competenza che nessun curriculum registra.

A scuola il tema esplode con crudezza. Secondo i dati del Ministero dell'Istruzione, più di un quarto degli studenti delle superiori ha origine migratoria. In molte classi il «diverso» non è uno solo: sono diversi tutti, o nessuno lo è, a seconda del contesto. Eppure le domande arrivano lo stesso — sul cognome, sul colore della pelle, sul «paese di origine» che per molti è l'Italia stessa. Il bullismo razzista non è sempre violenza fisica. Spesso è la battuta sul cibo «strano» portato in mensa, il soprannome legato all'origine, l'esclusione dal grupp Per un approfondimento collegato, vedi Razzismo sistemico in Italia: cos’è, come funziona e come contrastarlo.o WhatsApp della classe. Per un adolescente che già naviga tra due linguaggi e due estetiche, la scuola può diventare il terzo polo di un triangolo instabile.

Non tutte le seconde generazioni condividono la stessa storia. I figli di migranti nordafricani arrivati negli anni Ottanta hanno un percorso diverso dai figli di lavoratori romeni degli anni Duemila o dai ragazzi nati da genitori filippini che servono nelle case dei quartieri benestanti. La cittadinanza italiana — se ottenuta — cambia il quadro amministrativo, ma non sempre quello sociale: un cognome arabo o un colore della pelle continuano a orientare colloqui di lavoro, controlli in stazione, sguardi nel condominio. Il trattino di Melloni resta, anche quando il passaporto italiano c'è.

C'è anche una generazione che non si riconosce nel termine «seconda». Preferisce «figli di migranti», «giovani con background migratorio», o semplicemente «italiani» — rifiutando l'etichetta che le assegna un ruolo di eterna mediazione tra il Paese dei genitori e quello in cui sono nati. Il dibattito sul lessico non è pedanteria accademica. È politica: chiamare qualcuno «straniero di seconda generazione» quando è nato qui significa mantenere una distanza che la vita quotidiana non rispetta.

Le politiche pubbliche restano indietro rispetto al vissuto. La Strategia nazionale per l'inclusione, i bandi UNAR, i progetti nelle scuole: strumenti utili ma frammentati, che raramente partono dalla voce di chi vive il trattino anziché dalla categoria amministrativa che lo descrive. I giovani organizzano da soli — assemblee, podcast, campagne sui social — raccontando storie che non chiedono pietà né celebrazione. Raccontano il mercato rionale del sabato mattina, la nonna che parla solo wolof e cucina riso al telefono con la sorella a Dakar, la partita di calcio nel campetto dove le squadre mescolano cognomi di mezzo mondo e nessuno chiede i documenti.

Il razzismo, per le seconde generazioni, ha una forma particolare: non è solo «torna al tuo Paese» — perché il Paese è qui — ma «non sei abbastanza italiano». È il complimento ambiguo («parli benissimo l'italiano»), il dubbio sulla nazionalità sportiva, la sor Sullo stesso tema, Attivismo locale e seconde generazioni: figli dell’immigrazione in prima linea contro il razzismo offre un quadro complementare.presa quando un medico o un avvocato con cognome straniero parla senza accento. L'UNAR registra la discriminazione per origine etnica come categoria dominante nelle segnalazioni. Molti episodi non arrivano mai a una denuncia: sono troppo piccoli presi uno per uno, troppo pesanti sommati in una vita.

Eppure il quadro non è solo esclusione. Le seconde generazioni stanno ridefinendo cosa significa essere italiani nel ventunesimo secolo — nella musica, nella cucina, nel cinema, nella politica locale. Non come esotismo da festival multiculturale, ma come normalità: un'altra versione dell'italianità che non passa per il nonno contadino della pubblicità Barilla. È un'italianità fatta di codice linguistico, di periferie colorate, di doppi passaporti emotivi, di cittadinanza negata o conquistata con anni di pratiche.

Il trattino, alla fine, non è un segno di incompletezza. È il simbolo di un Paese che ha importato manodopera, figli e sogni senza aggiornare del tutto le regole dell'appartenenza. Finché la legge sulla cittadinanza resterà ancorata al sangue anziché al vissuto, le seconde generazioni continueranno a costruire l'identità nel divario — tra la lingua della mamma in cucina e il dialetto del bar, tra il murales del quartiere e la carta d'identità che tarda ad arrivare.

Quel ragazzo di Corvetto riattacca il telefono in bengalese e scende al bar. Il barista lo saluta per nome — italiano, di battesimo, scelto dai genitori con cura — e gli passa il cappuccino senza chiedere documenti. Fuori, il sole colpisce il murales sul palazzo di fronte: un volto che potrebbe essere di qualsiasi quartiere del Mediterraneo.

Le seconde generazioni in Italia non aspettano un permesso per esistere. Aspettano che lo Stato riconosca ciò che la strada, la scuola e il mercato rionale sanno già da tempo: che l'identità non sta in un solo posto, e che il trattino — per chi lo vive — non è un confine. È un ponte costruito ogni giorno, tra due mondi che il Paese fatica ancora a chiamare entrambi suoi.

Approfondimenti consultati: Ministero dell'Istruzione — Dati alunni con cittadinanza non italiana, ASGI — Rete G2 e diritti delle seconde generazioni, Normattiva — Legge 5 febbraio 1992, n. 91 (cittadinanza), UNAR — Relazione al Parlamento 2024, Alberto Melloni — Interventi su identità e seconde generazioni e Istat — Cittadinanza e residenti stranieri in Italia.

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