L’Italia che non vuole vedersi: come l’assenza di dati rende invisibile il razzismo

Rendere invisibile il razzismo attraverso l’assenza di dati è uno dei grandi problemi italiani…

In Italia il razzismo contro le persone nere esiste, ma spesso non si vede. Non perché sia meno violento o meno strutturale che altrove, ma perché è immerso in un contesto istituzionale e culturale che ha scelto di non dotarsi degli strumenti minimi per riconoscerlo. In un Paese in cui non si raccolgono dati sulla composizione etnica della popolazione, sulle traiettorie scolastiche e professionali delle nuove generazioni razzializzate, sulla presenza di persone nere nei luoghi di potere e di rappresentanza, il razzismo non appare mai come un fenomeno misurabile. Anzi, resta un’esperienza individuale, un’impressione, un “sentire” facilmente liquidabile come esagerazione o importazione di categorie straniere.

Eppure, proprio questa assenza di numeri è già una forma di politica. Se non si misura, non esiste; se non esiste, non c’è nulla da correggere; se non c’è nulla da correggere, l’immagine di un Paese bianco, omogeneo, culturalmente compatto può continuare a circolare indisturbata. È una dinamica che richiama ciò che Frantz Fanon descriveva come la condizione del soggetto nero nelle società occidentali. Ossia, sempre visibile come corpo, però mai riconosciuto come cittadino pieno.

Il confronto con contesti come il Brasile, gli Stati Uniti o il Regno Unito rende ancora più evidente questo paradosso. In quei Paesi, pur con tutte le loro profonde disuguaglianze, esiste una classe media nera numericamente significativa, così come esistono individui neri che sperimentano mobilità sociale ascendente, accedono all’università, entrano nelle professioni qualificate e occupano posizioni di prestigio.

Ed è proprio in questi spazi nei tre Paese citati che il razzismo si manifesta in forme particolarmente rivelatrici: dirigenti di aziende, accademici, atleti, artisti e giornalisti neri che, pur avendo raggiunto i livelli più alti della gerarchia sociale, continuano a essere trattati come corpi fuori posto, come presenze da giustificare e come eccezioni tollerate. Lì il razzismo non è solo ciò che impedisce di salire, ma anche ciò che ricorda continuamente a chi è salito che il suo posto resta precario.

In Italia, invece, la situazione è diversa e, proprio per questo, più difficile da analizzare. Non esiste una classe media nera numericamente visibile, né una presenza significativa di persone nere nei luoghi in cui si concentrano potere, prestigio e riconoscimento simbolico. Non perché manchino talenti, aspirazioni o capacità, ma perché la mobilità sociale delle persone nere e razzializzate è frenata fin dalle prime tappe del percorso: nella scuola, nell’accesso all’università, nelle opportunità lavorative e nei meccanismi di selezione formale e informale.

Il problema è che tutto questo resta quasi impossibile da dimostrare in termini quantitativi, perché lo Stato italiano non raccoglie dati che permettano di seguire le traiettorie delle nuove generazioni in base alla razzializzazione. Esistono statistiche sugli “stranieri” e sui “figli di genitori stranieri”, categorie che mescolano provenienze, storie e posizionamenti razziali molto diversi, ma non esistono dati che permettano di parlare, ad esempio, di “giovani neri nelle università italiane” o di “classe media nera italiana” in senso sociologico.

Questa mancanza non è un dettaglio tecnico, ma un dispositivo politico. Senza numeri, diventa quasi impossibile costruire politiche pubbliche mirate, monitorare le disuguaglianze e valutare l’efficacia di eventuali interventi. Senza numeri, non si può mostrare che i giovani razzializzati, a parità di rendimento scolastico, hanno meno probabilità di iscriversi all’università; che incontrano ostacoli specifici nell’accesso a certe facoltà o che sono sottorappresentati nei percorsi più prestigiosi.

Senza numeri, non si può nemmeno dimostrare che la presenza di persone nere nei media, nelle istituzioni pubbliche, nell’accademia, nella magistratura, nello spettacolo, è infinitamente inferiore alla loro presenza reale nella società. La barriera razziale, così, diventa ancora più invisibile e difficile da superare, giacché chi la vive la riconosce mentre chi non la vive può tranquillamente negarla.

In questo vuoto statistico, la narrazione pubblica italiana continua a rappresentare il Paese come sostanzialmente bianco e omogeneo. La televisione generalista, i talk show, i telegiornali, la pubblicità e i programmi di intrattenimento, restituiscono un’immagine dell’Italia in cui le persone nere compaiono raramente e quasi mai in ruoli di piena soggettività. Le eccezioni (come Samira a “La Ruota della Fortuna”, che ha ottenuto un enorme successo come co-conduttrice) vengono celebrate proprio in quanto eccezioni, trasformate in simboli di apertura e modernità. Ma la loro rarità, invece di essere letta come sintomo di un problema strutturale, viene spesso usata come prova del contrario. Se una persona nera è visibile, allora il sistema è aperto; se qualcuno ce l’ha fatta, allora le barriere non esistono. È una forma sottile di alibi collettivo.

Lo stesso accade nello sport, uno dei pochi ambiti in cui la presenza di atleti neri italiani è ormai impossibile da ignorare. Paola Egonu nella pallavolo, Mario Balotelli e Moise Kean nel calcio, Marcell Jacobs nell’atletica, Jasmine Paolini nel tennis, e il giovane talento Mattia Furlani nel salto in lungo hanno portato l’Italia sul podio mondiale, hanno vinto medaglie, campionati, titoli, hanno fatto risuonare l’inno italiano in contesti internazionali.

Eppure, la loro identità italiana viene regolarmente messa in discussione, esplicitamente o implicitamente. Ogni errore, ogni gesto fuori posto, ogni dichiarazione scomoda diventa l’occasione per ricordare loro che, per una parte dell’opinione pubblica, non saranno mai “italiani veri” quanto i loro colleghi bianchi. È un meccanismo che rispecchia ciò che W.E.B. Du Bois definiva come “la linea del colore”. Ossia, una linea invisibile ma sempre presente, che separa chi è riconosciuto come pienamente parte della comunità da chi resta simbolicamente ai margini.

Un esempio emblematico di questa linea invisibile che diventa improvvisamente visibile quando viene attraversata è il caso di Cécile Kyenge, prima ministra nera della storia italiana. Durante il suo mandato è stata oggetto di una quantità impressionante di attacchi razzisti tale come insulti, derisioni, animalizzazioni e delegittimazioni pubbliche. La sua identità italiana è stata messa in discussione con una violenza che non lasciava spazio a interpretazioni. È come se la sua presenza nelle istituzioni avesse infranto un tacito confine, rivelando quanto l’accesso delle persone nere a posizioni di potere sia ancora percepito come una minaccia all’ordine simbolico dominante.

E questa violenza non colpisce solo chi la subisce direttamente, giacché svolge anche una funzione disciplinante o una sorta di avvertimento collettivo alle persone “ribelli”. Come osserva Luiz Trindade in Fruste Digitali, i discorsi d’odio online funzionano spesso come “fruste” che puniscono chi osa uscire dal ruolo assegnato di inferiorità e scoraggiano altri dal seguirne l’esempio. È un meccanismo che contribuisce a mantenere lo status quo, rafforzando le barriere all’ingresso e alimentando la paura di esporsi.

E questa tensione si intreccia con un altro nodo cruciale, cioè la costruzione dell’italianità come identità bianca. Studiosi come Cristina Lombardi-Diop e Gaia Giuliani hanno mostrato come l’immaginario nazionale italiano sia stato modellato da una lunga rimozione del passato coloniale e da una narrazione della nazione come comunità omogenea, culturalmente compatta e naturalmente bianca. È un immaginario che sopravvive anche oggi, alimentato da media che continuano a rappresentare l’Italia come un Paese monocromatico, e da istituzioni che evitano sistematicamente di raccogliere dati sulla composizione etnica della popolazione.

Così, come ha osservato Paul Gilroy, molte nazioni europee costruiscono la propria identità attraverso un’idea di purezza culturale che non regge alla prova della storia, ma che continua a esercitare un forte potere simbolico. E come ricorda Achille Mbembe, la negazione della pluralità non è mai neutrale ma una forma di potere che decide chi può essere riconosciuto come parte della comunità e chi deve restare ai margini della sua immagine pubblica.

Il caso francese, in questo senso, è particolarmente rivelatore giacché pur avendo una popolazione nera molto più numerosa e visibile di quella italiana, rifiuta da decenni di raccogliere dati etnici in nome dell’universalismo repubblicano. In teoria, è un principio di uguaglianza astratta, ma in pratica, come ha mostrato lo storico Pap Ndiaye, diventa una forma di “cecità volontaria” che impedisce di riconoscere le disuguaglianze razziali.

In questo senso, anche il sociologo Éric Fassin ha evidenziato come la retorica della “colourblindness” francese serva spesso a evitare di affrontare il razzismo strutturale, trasformando questioni razziali in semplici “problemi sociali”. Il risultato è un paradosso simile a quello italiano. Ossia, una società profondamente multietnica che continua a rappresentarsi come omogenea, e uno Stato che, evitando di misurare le disuguaglianze, contribuisce a renderle invisibili.

Un parallelo illuminante emerge anche con il Brasile, dove per decenni ha dominato il mito della “democrazia razziale”. Secondo questa narrazione, la mescolanza avrebbe eliminato il razzismo, rendendo il Paese un modello di armonia e una società post razziale. Ma, come hanno mostrato Florestan Fernandes, Abdias do Nascimento e Lélia Gonzalez, questa retorica serviva soprattutto a mascherare la persistenza di gerarchie razziali profondissime. L’idea che “siamo tutti uguali” impediva di vedere che le condizioni di partenza erano radicalmente diverse, e che la mobilità sociale dei neri era ostacolata da barriere invisibili ma potentissime.

Dunque, è interessante notare come Francia e Brasile, pur partendo da ideologie opposte (l’universalismo da un lato e il mito della mescolanza dall’altro) arrivino a un risultato sorprendentemente simile. Cioè, negare la realtà delle disuguaglianze razziali. Due narrazioni antitetiche che producono lo stesso effetto: rendere il razzismo socialmente indicibile e politicamente inafferrabile.

Detto questo, la retorica della “sostituzione etnica”, che emerge ogni volta che qualcuno prova a riconoscere la natura multietnica della società italiana, è un esempio perfetto di questa dinamica. Trasforma la semplice constatazione della diversità in una minaccia, ribaltando completamente i termini del discorso. Non sono le persone razzializzate a essere escluse, ma sarebbero gli italiani bianchi a essere “sostituiti”.

È un meccanismo che funziona solo in un contesto in cui l’identità nazionale è immaginata come fragile, pura e da difendere. E proprio questa fragilità immaginaria rende impossibile affrontare la realtà. Ossia, una società che cambia, che si trasforma, che è già plurale anche se non vuole riconoscerlo.

Eppure, è proprio la mancanza di dati a impedire all’Italia di affrontare in modo adulto la propria trasformazione sociale. In Brasile, negli Stati Uniti e nel Regno Unito, le statistiche sulla composizione razziale della popolazione, sulla distribuzione del reddito, sull’accesso all’istruzione e al lavoro, hanno permesso, pur tra mille resistenze, di riconoscere l’esistenza di un gap, di nominarlo, di costruire politiche pubbliche e di monitorare i progressi e i fallimenti.

Si sa che nessuno di questi Paesi ha raggiunto un livello ideale di equità sociale, ma almeno esiste un linguaggio condiviso per parlare di disuguaglianze razziali, esistono strumenti per misurarle ed esistono spazi istituzionali in cui discuterne. In Italia, invece, la negazione del problema passa anche attraverso la negazione dei numeri. Se non si raccolgono dati, non si è costretti a vedere che la società non è così bianca come si vorrebbe e se non si riconosce la pluralità, non si è costretti a ripensare l’idea stessa di italianità.

Questa resistenza a vedersi per ciò che si è non riguarda solo le istituzioni, ma attraversa l’immaginario collettivo. L’italiano “medio” continua a essere rappresentato come bianco, autoctono, radicato in una genealogia nazionale che si immagina lineare e incontaminata. Le persone nere, anche quando sono nate e cresciute in Italia, anche quando parlano solo italiano, anche quando non hanno alcun legame concreto con un “altrove” che viene loro continuamente attribuito, restano intrappolate nella categoria dello straniero e del “non completamente dei nostri”.

È una forma di esclusione simbolica che non ha bisogno di leggi esplicite per funzionare, poiché basta il silenzio statistico, basta la rappresentazione mediatica selettiva, basta la retorica politica che trasforma la pluralità in minaccia.

In questo scenario, parlare di razzismo non significa solo denunciare episodi di discriminazione, ma interrogare le condizioni che rendono possibile la loro normalizzazione. L’assenza di dati non è un vuoto innocente ma un modo per evitare che il razzismo diventi oggetto di analisi, di responsabilità e di intervento. È una forma di razzismo istituzionale che opera per sottrazione, cancellando le tracce invece di affrontarle.

E chi subisce questa cancellazione si trova spesso a parlare al vento. Racconta esperienze che non trovano riscontro nei numeri, denuncia barriere che non compaiono nelle statistiche, chiede riconoscimento in un linguaggio pubblico che non ha ancora le parole per nominarlo.

Forse il primo passo, allora, è proprio quello di insistere su questo punto: se non si misura, non esiste. Non per accettare questa logica, ma per rovesciarla. Per mostrare che l’assenza di misurazione è già una scelta politica, che il silenzio dei numeri è una forma di discorso e che la decisione di non vedere è una forma di violenza.

Pertanto, scrivere, raccontare, analizzare, mettere in relazione le esperienze individuali con le strutture collettive, significa iniziare a costruire un archivio alternativo, una contro-statistica fatta di storie, di percorsi, di esclusioni e di resistenze. Finché le istituzioni continueranno a non voler vedere, saranno proprio queste narrazioni a tenere aperta la possibilità di uno sguardo diverso sull’Italia. Non quella che si racconta come omogenea, ma quella che esiste davvero, con tutti i suoi corpi, i suoi colori e le sue voci ancora troppo spesso lasciate ai margini.

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