Cancellazione dei nomi degli schiavi: una violenza simbolica che ha spezzato identità e memoria
“Come ti chiami?” è una domanda che di solito pronunciamo senza pensarci. È un gesto quotidiano, quasi innocente. Eppure, nella storia della tratta atlantica, questa domanda ha assunto un significato radicalmente diverso, poiché non era un invito al riconoscimento, ma l’inizio di un processo di cancellazione.
In questo senso, milioni di africani che furono portati nelle Americhe tra il XVI e il XIX secolo arrivavano con nomi che portavano con sé genealogie, lignaggi, identità linguistiche, culture ricche e tradizioni millenarie. Nomi come Kwataye, Olowu, Abebi, ecc. raccontavano delle numerose storie, ma al momento della registrazione nei porti coloniali, quei nomi venivano ignorati, distorti o sostituiti da etichette generiche come “Negro della Guinea”, “Negro dell’Angola”, “Mina”, “Monjolo”, “Cassange” e così via. Queste denominazioni non erano categorie etniche, ma designazioni funzionali al commercio, spesso basate sul porto di imbarco o su stereotipi consolidati.
La storiografia afroamericana ha mostrato con chiarezza che questa cancellazione non era un dettaglio amministrativo, ma parte di un sistema di dominazione più ampio. In effetti, come mostra la scrittrice e accademica Saidiya Hartman nelle sue opere sulla schiavitù e sulla diaspora, questo scenario rivela una “perdita radicale” che precede la violenza fisica, ossia la perdita del nome, della genealogia e della possibilità di raccontarsi.
Lo storico e sociologo culturale Orlando Patterson ha definito questo processo come social death (o morte sociale), che comprende una condizione in cui la persona viene separata non solo dalla propria libertà, ma anche dalla propria storia. Inoltre, il professore di studi africani e afroamericani Vincent Brown ha ricostruito la tratta come un sistema di violenza burocratica, fatto di registri, inventari e documenti che trasformavano esseri umani in unità di valore. Già la professoressa di letteratura inglese e studi sui neri Christina Sharpe, riflettendo sulla condizione diasporica, parla di “archivi spezzati” e di genealogie interrotte che ancora oggi segnano la vita delle comunità afrodiscendenti.
In Brasile, dove arrivò il maggior numero di africani deportati (almeno 4,8 milioni di persone, senza contare oltre 650.000 che non hanno sopravvissuto alla traversata dell’Atlantico con durate tra 35 e 50 giorni), la cancellazione dei nomi fu particolarmente sistematica. In questo contesto, storici come João José Reis hanno mostrato come i registri coloniali riducessero identità complesse a categorie funzionali al mercato schiavista. In aggiunta, il professore di storia economica Luiz Felipe de Alencastro ha ricostruito la tratta come un sistema economico transatlantico che univa Portogallo, Africa e Brasile, e in cui la cancellazione dei nomi era parte integrante della logica commerciale. Oltre a questi autori, la nota storica e antropologa Lilia Moritz Schwarcz ha analizzato la costruzione delle categorie razziali nel Brasile imperiale, mostrando come la burocrazia coloniale abbia contribuito a definire identità artificiali che ancora oggi influenzano la società brasiliana.
A questa violenza documentaria si aggiunge un episodio che ancora oggi pesa sulla memoria afro-brasiliana, perché nel 1890, Rui Barbosa, allora ministro delle Finanze, ordinò di bruciare tutti i documenti e i registri di possesso di persone in schiavitù che si trovavano negli archivi del Ministero delle Finanze sotto il suo comando. Secondo lo storico Américo Jacobina Lacombe, Rui Barbosa aveva sostenuto di aver preso quella decisione “in onore dei nostri doveri di fraternità e solidarietà verso il vasto contingente di cittadini che, attraverso l’abolizione della schiavitù, si uniscono alla comunità dei brasiliani”. Ma l’effetto collaterale (o forse anche inevitabile) fu la cancellazione definitiva di una delle poche tracce documentarie che avrebbero potuto permettere agli afrodiscendenti di ricostruire le proprie genealogie.
Così, a più di 130 anni di distanza, questa decisione continua a produrre una ferita aperta dove milioni di brasiliani neri non possono risalire ai propri antenati perché il legame documentale è stato spezzato deliberatamente e in modo irreversibile. Insomma, questo episodio rappresenta una seconda morte archivistica che si aggiunge alla prima, quella avvenuta nei porti della tratta.
E, in realtà, questa logica di cancellazione non riguardava solo gli individui, perché si può affermare che la Conferenza di Berlino del 1884–1885 rappresenta la stessa violenza epistemica ma, questa volta, su scala continentale. Le potenze europee tracciarono confini rettilinei che ignoravano completamente la complessità politica, storica, culturale, etniche e linguistiche dell’Africa.
In questo contesto, si osserva che il filosofo, africanista e storico Achille Mbembe ha mostrato in sue pubblicazioni come la “ragione coloniale” abbia riscritto il continente attraverso mappe che non descrivevano la realtà africana, ma la volontà europea di controllarla. Inoltre, l’antropologo Mahmood Mamdani ha analizzato la creazione coloniale delle “tribù” come categorie amministrative, dimostrando che molte identità etniche contemporanee sono il prodotto di classificazioni artificiali europee. Per finire, lo storico e africanista Basil Davidson ha ricostruito la storia africana precoloniale, mostrando quanto fosse ricca e articolata la vita politica del continente prima dell’arrivo degli europei, e quanto la cartografia coloniale abbia distorto completamente questa complessità.
Così, come si percepisce, la cancellazione dei nomi individuali e la spartizione dell’Africa sono due manifestazioni della stessa logica che mira a ridurre la complessità per poterla dominare. Gli oppressori hanno sostituito genealogie con etichette, sistemi politici con confini arbitrari e storie con categorie funzionali al loro proprio potere. È una violenza che agisce attraverso la semplificazione, attraverso la produzione di un mondo più facile da amministrare, ma infinitamente più povero di significato.
Anche l’Italia, pur con una storia coloniale più breve rispetto ad altre potenze europee come Belgio, Francia, Portogallo e Spagna, ha partecipato a questa logica. Storici come Angelo Del Boca e Nicola Labanca hanno mostrato come l’amministrazione coloniale italiana in Eritrea, Somalia e Libia abbia utilizzato categorie razziali e classificazioni etniche per governare le popolazioni locali. E scrittrici come Igiaba Scego hanno raccontato come questa eredità continui a influenzare la percezione delle persone afrodiscendenti in Italia, spesso ancora intrappolate in categorie che non hanno scelto.
Pertanto, raccontare questa storia significa riconoscere che il razzismo non è solo un sistema di oppressione materiale, ma anche un progetto di riscrittura del mondo. Cancellare un nome, ridefinire un confine, imporre una categoria, sono tutti modi per affermare chi ha il potere di decidere cosa merita di essere ricordato e cosa può essere cancellato. E le conseguenze di queste cancellazioni non appartengono al passato lontano. Anzi, vivono nel presente, nelle genealogie spezzate, nelle identità frammentate, nelle memorie che non possono essere ricostruite perché gli archivi sono stati distrutti o manipolati.
Dunque, restituire questa storia significa restituire dignità. Significa riconoscere che la violenza coloniale non ha solo tolto vite, ma ha tolto anche nomi, mappe, storie e possibilità di continuità. E significa anche affermare che la lotta antirazzista non riguarda solo il presente, ma anche la ricostruzione di ciò che è stato cancellato. Perché un nome non è mai solo un nome ma è anzitutto il primo territorio della libertà.
L’Autore: Luiz Valério P. Trindade è sociologo e ricercatore indipendente. Vive a Roma e si occupa di razzismo digitale, discorsi d’odio sui social e dinamiche di esclusione nelle società contemporanee.
