Quando il passato bussa alla porta: la posizione europea sulla risoluzione ONU sulla schiavitù

Risoluzione ONU sulla schiavitù: perché l’Europa si è astenuta

La recente approvazione, da parte dell’Assemblea Generale delle nazioni Unite, della risoluzione che definisce il traffico transatlantico di africani ridotti in schiavitù come “il crimine più grave contro l’umanità” rappresenta un momento storico di enorme portata simbolica. Non perché cambi immediatamente il corso degli eventi, né perché riscriva da un giorno all’altro le relazioni globali, ma perché introduce nel linguaggio istituzionale internazionale un riconoscimento che per secoli è stato evitato, attenuato e rimosso.

La risoluzione è stata approvata da 123 Paesi (da un totale di 193 membri, ossia, 64% circa). Solo tre nazioni hanno votato contro (Stati Uniti, Israele e Argentina), mentre tutti i Paesi europei si sono astenuti. Ed è proprio questa astensione europea, più ancora dei voti contrari, a sollevare interrogativi profondi sul rapporto tra il continente e il proprio passato coloniale.

I voti contrari, pur significativi, non sorprendono del tutto. Gli Stati Uniti vivono oggi un clima politico in cui il negazionismo storico (dalla schiavitù alla segregazione, fino alle disuguaglianze razziali contemporanee) è diventato un elemento identitario e politico di una parte consistente del discorso pubblico. Infatti, è interessante notare che mentre nel 2009 il Paese aveva approvato una risoluzione di scuse formali per due secoli e mezzo di schiavitù, oggi si trovano in un contesto politico e culturale profondamente diverso che rende più difficile sostenere iniziative internazionali di riconoscimento della responsabilità razziale.

L’Argentina, dal canto suo, porta con sé un mito nazionale radicato. Cioè, quello di essere un Paese completamente bianco, europeo e privo di popolazione nera. Come mostrano studiosi come Alejandro Frigerio e Miriam Gomes, questa narrativa ha cancellato dalla memoria collettiva sia la presenza afro-argentina sia la storia della schiavitù nel Paese.

Inoltre, lo storico George Reid Andrews ha documentato come Buenos Aires avesse una popolazione nera significativa nel XIX secolo e come la schiavitù sia esistita in Argentina fino al 1853. La convinzione diffusa che “in Argentina non ci siano neri” non è un dato di fatto, ma il risultato di un processo di invisibilizzazione sistematica e cancellamento del passato.

Ma detto questo, è la posizione europea a richiedere un’analisi più attenta e approfondita. Perché se c’è un continente che ha costruito la propria modernità sulla tratta degli schiavi, sul colonialismo, sulla rapina sistematica di risorse e persone, è proprio l’Europa. Eppure, quando il passato bussa alla porta, l’Europa preferisce non aprire.

Le astensioni di Portogallo, Spagna e Regno Unito, insieme alla posizione dell’Unione Europea, rivelano una difficoltà profonda ad assumersi responsabilità storiche. È come se riconoscere la gravità assoluta della schiavitù significasse macchiare l’immagine di sé come culla della civiltà, dei diritti e dell’umanesimo. Ma questa immagine luminosa convive con un’ombra lunga, che raramente viene affrontata con onestà.

Come ricordava Aimé Césaire, il colonialismo non è stato un incidente della storia europea, ma uno dei suoi motori fondamentali, una pratica che ha trasformato la violenza in amministrazione, la dominazione in missione civilizzatrice e la disumanizzazione in ordine globale. Insomma, la modernità europea non è separabile dalla schiavitù, ma ne è una conseguenza diretta.

In questo contesto, la Conferenza di Berlino del 1884-85, in cui le potenze europee si spartirono il continente africano tracciando confini arbitrari, è uno degli esempi più lampanti di questa arroganza geopolitica. Le linee rette sulle mappe ignoravano completamente le realtà etniche, linguistiche e culturali, imponendo una geografia artificiale che avrebbe alimentato conflitti per generazioni. Come argomentato da Walter Rodney, l’Europa non si è limitata a sottosviluppare l’Africa, ma ha costruito il proprio sviluppo attraverso il sottosviluppo altrui. Così, la ricchezza europea non è un prodotto neutro, ma è il risultato di secoli di estrazione forzata, di lavoro non pagato e di violenza istituzionalizzata.

Oltre a ciò, come dimenticare il regime di Leopoldo II in Congo, uno dei capitoli più brutali della storia moderna? Milioni di congolesi morirono sotto un sistema di sfruttamento che trasformava esseri umani in strumenti di produzione del caucciù. Le immagini di mani mozzate, di villaggi bruciati, di corpi puniti per non aver raggiunto le quote di raccolta, non appartengono a un passato remoto. Anzi, sono parte integrante della memoria africana e della responsabilità europea. Eppure, ancora oggi, il Belgio fatica a riconoscere pienamente la portata di quel crimine.

A questo si aggiunge la rapina culturale e storica, ossia, musei europei pieni di artefatti, oggetti e opere d’arte sottratti durante il periodo coloniale, spesso senza alcuna intenzione di restituzione. Maschere, statue, bronzi, strumenti rituali, oggetti sacri, ecc. Interi patrimoni culturali sono stati trasferiti in Europa e trasformati in “arte”, privati del loro contesto, della loro storia, della loro funzione. Come osserva Saidiya Hartman, la violenza della schiavitù e del colonialismo non è confinata al passato, ma continua a vivere nelle assenze, nelle memorie spezzate, nelle narrazioni incomplete e nei silenzi istituzionali.

E poi c’è Haiti, il primo Stato nero indipendente della storia moderna. Dopo aver sconfitto l’esercito napoleonico e abolito la schiavitù, Haiti fu costretta dalla Francia a pagare un’indennità colossale per “compensare” i proprietari di schiavi francesi. Un debito che ha strangolato l’economia haitiana per oltre un secolo e che rappresenta uno dei più grandi paradossi morali della storia, dove gli oppressi sono stati costretti a risarcire gli oppressori. E, naturalmente, la Francia non ha mai restituito quel denaro. Anzi, l’Haiti ha finito di pagare quel debito solo nel XX secolo ma, in contropartita, ha contribuito in modo decisivo alla sua attuale fragilità economica, mentre la Francia nel 2025 è il paese con il settimo Pil nominale più alto al mondo.

E a proposito di risarcimenti, non possiamo non citare il caso dell’Inghilterra. Secondo la storica Catherine Hall, del Centre for the Study of the Legacies of British Slavery della University College London, con lo Slavery Abolition Act del 1833, il governo britannico ha pagato un massiccio compenso agli ex proprietari de pesone schiavizzate.

Lo studio ha rivelato che il governo stanziò £ 20 milioni nel 1833 per risarcire circa 46.000 proprietari per la “perdita della loro proprietà”. In valuta attuale, questa cifra equivale a circa £ 17 miliardi (quasi € 20 miliardi), e secondo un documento ufficiale del Tesoro britannico il governo ha finito di pagare solo nel 2015.

Di fronte a questo panorama, la scelta europea di non sostenere la risoluzione ONU appare come un gesto di continuità: una forma di rimozione, una fuga dalla responsabilità e un tentativo di evitare che il passato diventi un interlocutore scomodo del presente. Come nota Achille Mbembe, la modernità europea è costruita su una “economia della morte” che ha classificato popoli interi come sacrificabili. Dunque, riconoscere la schiavitù come il crimine più grave significherebbe riconoscere che questa economia non è un residuo del passato, ma una delle sue fondamenta.

C’è poi un altro elemento, meno dichiarato ma altrettanto evidente che consiste nel timore delle riparazioni finanziarie, nonostante come spiegato in precedenza, la Francia abbia imposto un risarcimento ad Haiti e l’Inghilterra abbia pagato grosse somme agli ex proprietari. Sebbene la risoluzione non imponga alcun obbligo in questo senso, molti Paesi europei temono che un riconoscimento formale possa aprire la strada a richieste più concrete.

Eppure, come ricorda Lélia Gonzalez, la riparazione della schiavitù non è solo di scopo economica ma di ordine simbolica, culturale ed epistemica. È la possibilità di riscrivere la storia da un punto di vista che non sia quello del colonizzatore. In realtà, è la possibilità di restituire dignità a chi è stato privato persino del diritto di raccontare la propria storia.

In aggiunta, questa difficoltà europea a riconoscere la propria responsabilità storica si inserisce in un quadro più ampio. Le scuse formali per la schiavitù o per le violenze coloniali, quando avvengono, raramente nascono da un impulso spontaneo degli Stati. Come osserva il politologo Melissa Nobles, esse emergono spesso da pressioni sociali e da contesti politici specifici.

Anche il modo in cui vengono formulate è significativo. Nel 2005, ad esempio, il presidente brasiliano Luiz Inácio Lula da Silva presentò scuse ufficiali per la schiavitù durante una visita in Senegal, davanti alla Porta del Non Ritorno. Un gesto simbolicamente potente, ma rivolto a un pubblico esterno, lontano dalle persone che oggi subiscono le conseguenze del razzismo strutturale in Brasile. Al contrario, Canada e Nuova Zelanda hanno presentato scuse formali nei propri territori, riconoscendo la necessità di parlare direttamente alle comunità colpite. Questo mostra che la memoria pubblica non è mai neutrale, ma una scelta politica e un atto di posizionamento. E la riluttanza europea a sostenere la risoluzione ONU si colloca esattamente in questa tensione tra riconoscimento e rimozione.

Inoltre, la critica secondo cui la risoluzione creerebbe una sorta di “gerarchia dei crimini” o delle “tragedie della umanità” è anche fragile. Non si tratta di stabilire una competizione tra tragedie, ma di riconoscere che la schiavitù transatlantica ha avuto un impatto strutturale sulla formazione del mondo moderno e che gli effetti sono sentiti fino ad oggi. Come sottolinea Oyèrónkẹ́ Oyěwùmí, il colonialismo non ha solo sfruttato corpi, ma ha imposto categorie, gerarchie, modi di pensare e ha ridefinito l’umano. E come scriveva Frantz Fanon, la violenza coloniale non si limita a ferire, ma plasma identità, produce soggettività e crea mondi.

La risoluzione ONU, dunque, non è un atto contro l’Europa. È un invito a guardare la storia con onestà. È un gesto di memoria globale. È un tentativo di dire alle generazioni future che ciò che è accaduto non può essere normalizzato, minimizzato o dimenticato. È un modo per affermare che la schiavitù non è stata solo un errore ma una catastrofe morale, politica ed economica che ha modellato il pianeta.

Il fatto che l’Europa abbia scelto di non sostenere questo gesto simbolico rivela una difficoltà profonda. Cioè, quella di riconoscere che il proprio benessere, la propria modernità, la propria centralità geopolitica sono stati costruiti anche attraverso la violenza. Ma il passato, quando bussa alla porta, non smette di bussare. E prima o poi, la storia chiede di essere ascoltata.

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