Profilazione razziale: due passeggeri, un solo controllo documenti
Due passeggeri salgono sulla stessa metro alle 18.30, alla stazione Centrale di Milano. Entrambi portano uno zaino nero, entrambi cercano il posto vicino alla porta, entrambi hanno un titolo di viaggio regolare in tasca. Per uno l'agente della polizia ferroviaria resta seduto sullo sgabello a fine carrozza: un cenno del capo, nessuna parola. Per l'altro il controllo documenti inizia prima che le porte si chiudano — «Documenti, prego» detto a voce alta, mentre i compagni di vagono alzano gli occhi. Cambia soltanto il volto percepito come non italiano.
Né l'uno né l'altro ha commesso un reato. Né l'uno né l'altro sa spiegare perché il trattamento sia diverso: il primo non ricorda neppure l'episodio, il secondo lo racconta ancora mesi dopo con la vergogna di chi si sente sospettato senza colpa. Non compare alcun referto, nessun verbale, nessuna statistica ufficiale che dica «oggi abbiamo controllato più spesso chi ha la pelle scura». La profilazione razziale opera così — invisibile nei documenti, evidente per chi la subisce ripetutamente.
Chi governa i controlli parla di sicurezza, di prevenzione, di lotta alla delinquenza. Ma quando l'unica variabile che spiega l'esito è l'aspetto fisico o il cognome sulla carta d'identità, la sicurezza pubblica si trasforma in una tassa invisibile pagata da intere comunità. Non serve un cartello che dica «vietato l'ingresso ai neri»: basta un'intuizione dell'agente, un profilo mentale che associa certi volti al rischio.
Il termine profilazione razziale — racial profiling in inglese — descrive proprio questo: l'uso dell'origine etnica, del colore della pelle, della religione o della nazionalità come criterio implicito per decidere chi fermare, perquisire, identificare. Non è un concetto importato per comodità accademica. È una pratica documentata in Italia da anni, raccontata da associazioni come ASGI, Lunaria e NAGA, da avvocati penalisti e da inchieste giornalistiche che hanno seguito giovani italiani di seconda generazione fermati decine di volte senza mai essere incriminati.
La polizia italiana non pubblica dati disaggregati per etnia sui controlli stradali, sui blitz in stazione o sulle identificazioni d'ufficio. L'assenza di trasparenza non significa assenza del fenomeno: significa che ogni episodio resta aneddoto finché non si accumulano abbastanza testimonianze da costruire un pattern. E il pattern, quando emerge, è coerente — uomini neri o percepiti come nordafricani fermati con frequenza sproporzionata rispetto ai colleghi bianchi che attraversano lo stesso spazio pubblico.
Nel 2016 la Corte di giustizia europea, con la sentenza sulla causa Zakharov, ha ribadito che la sorveglianza di massa senza discriminazione richiede garanzie procedurali. Il Consiglio d'Europa, attraverso il comitato ECRI, ha più volte invitato l'Italia a monitorare i controlli selettivi e a formare le forze dell'ordine sull'antidiscriminazione. Le raccomandazioni restano per lo più sulla carta: mancano protocolli nazionali che impongano la registrazione motivata di ogni fermo e la revisione periodica dei dati per individuare disparità. Sullo stesso tema, Rom e Sinti in Italia: diritti, pregiudizi e discriminazione sistemica offre un quadro complementare.
La profilazione razziale non coincide con il lavoro investigativo legittimo. Un agente che riceve una descrizione precisa di un sospettato — altezza, età, abbigliamento, tatuaggi — agisce su elementi oggettivi legati a un fatto. La profilazione inizia quando la descrizione è sostituita da un pregiudizio: «sembra straniero», «ha l'aria sospetta», «in questo quartiere i problemi li fanno loro». Il confine è sottile nella pratica quotidiana, ma netto sul piano giuridico: l'articolo 3 della Costituzione vieta ogni discriminazione; il decreto legislativo 215/2003 estende il divieto ai servizi pubblici, inclusa l'azione di polizia quando configura un trattamento differenziato ingiustificato.
I giovani delle periferie raccontano controlli ripetuti andando a scuola, tornando da lavoro, uscendo con gli amici. «Ti chiedono i documenti come se fossi in debito con qualcuno», racconta un ventenne romano nato in Italia da genitori senegalesi in un'inchiesta di Internazionale. La sensazione non è solo di fastidio: è di appartenenza condizionata. Ogni fermo comunica che il proprio diritto alla città è sottoposto a verifica, mentre per altri è presunto.
Le donne con velo riportano controlli aggiuntivi negli aeroporti e nelle stazioni, con domande sulla residenza e sullo scopo del viaggio che raramente vengono rivolte a passeggeri che non indossano segni religiosi visibili. L'intersezione tra genere, religione e origine amplifica la profilazione: non si tratta di un singolo asse identitario, ma di un cumulo di segnali che l'agente interpreta come rischio.
A Torino, nel 2019, un gruppo di studenti dell'università ha documentato con video nascosti differenze nei controlli alla fermata del tram: stesso orario, stesso percorso, esiti diversi. L'esperimento non è prova giudiziaria, ma riproduce ciò che le associazioni raccolgono da anni nelle denunce all'UNAR. Il Contact Center antidiscriminazioni (800.90.10.10) registra segnalazioni di trattamenti differenziati da parte di forze dell'ordine, anche se la categoria resta sottostimata rispetto a discriminazioni sul lavoro o negli affitti — forse perché chi subisce ha paura di ritorsioni o perché mancano prove.
La mancanza di verbale è il tallone d'Achille per chi vuole denunciare. Un controllo documenti «di routine» non lascia traccia se l'agente non redige un procès-verbal. La persona fermata esce con la sensazione di essere stata umiliata, ma senza un documento da portare in tribunale. Alcuni avvocati con Per un approfondimento collegato, vedi Il razzismo quotidiano in Italia: storie vere di discriminazione che non fanno notizia.sigliano di chiedere sempre il nominativo dell'agente e di inviare una memoria all'ufficio competente; altri organizzano contenziosi collettivi quando pattern di fermi mirano a una comunità specifica in un quartiere.
Il dibattito sulla schedatura etnica — raccolta dati su fermi e perquisizioni disaggregati per origine percepita — divide anche il mondo antirazzista. Da un lato, senza numeri è difficile dimostrare disparità sistemiche. Dall'altro, categorie razziali imposte dallo Stato possono fissare identità che la persona non riconosce e aprire a usi distorti. Paesi come il Regno Unito hanno sperimentato formulari di «stop and account» con motivazione scritta; negli Stati Uniti il movimento Black Lives Matter ha portato alla pubblicazione di dashboard locali sui fermi. L'Italia resta indietro su entrambi i fronti: pochi dati, poca accountability.
La formazione delle forze dell'ordine include moduli su diritti umani e antidiscriminazione, ma la durata e l'efficacia variano tra accademie e reparti operativi. Chi esce in strada porta con sé anni di narrazione mediatica che associano migranti e criminalità, periferie e pericolo, islam e terrorismo. La profilazione razziale non nasce nel momento del controllo: si alimenta di stereotipi culturali che l'uniforme non cancella automaticamente.
Per i cittadini italiani di origine straniera la profilazione produce un paradosso civico. Hanno documenti regolari, pagano tasse, votano se cittadini, mandano i figli a scuola — eppure vengono trattati come ospiti permanenti sotto osservazione. La seconda generazione, nata e cresciuta qui, subisce spesso più controlli dei genitori perché si muove di più, esce la sera, frequenta spazi pubblici dove la presenza polizia è visibile. L'italianità sulla carta non sempre si traduce in italianità percepita dall'agente che ferma.
Le conseguenze vanno oltre il singolo episodio. Giovani che evitano certi percorsi, famiglie che spiegano ai figli come comportarsi durante un controllo — mani visibili, tono calmo, non discutere —, comunità che sviluppano un'antenna per riconoscere quando un fermo è «normale» e quando è mirato. La profilazione razziale costruisce una geografia parallela della città: luoghi da attraversare velocemente, orari da evitare, comportamenti da adottare per non attirare attenzione.
Dal punto Sullo stesso tema, Le discariche tossiche in Italia: un problema di giustizia ambientale e razzismo offre un quadro complementare.di vista della sicurezza collettiva, la profilazione è controproducente. Indirizza risorse verso persone innocenti, consuma tempo degli agenti, erode la fiducia nelle istituzioni nelle comunità che potrebbero collaborare alle indagini. Un residente che viene fermato ingiustamente dieci volte non diventa un alleato della polizia: diventa un testimone diffidente, o un cittadino che non denuncia perché non si sente protetto.
Cosa chiedono le associazioni? Trasparenza sui criteri dei controlli mirati, obbligo di motivazione scritta per ogni fermo, revisione indipendente dei dati, canali di reclamo accessibili, formazione continua su bias impliciti, sanzioni disciplinari quando pattern discriminatori sono dimostrati. Alcune proposte di legge in Parlamento hanno cercato di introdurre il divieto esplicito di profilazione razziale nelle procedure di polizia; il dibattito si è arenato tra chi invoca libertà operativa degli agenti e chi denuncia violazioni sistemiche dei diritti.
Per il singolo che subisce, le vie restano impervie ma non inesistenti. Denuncia all'UNAR, assistenza legale da ASGI o Antigone, raccolta di testimonianze con altri residenti del quartiere, segnalazione al difensore civico locale. Documentare data, luogo, nominativo dell'agente se comunicato, presenza di testimoni — ogni dettaglio conta quando si costruisce un caso.
La profilazione razziale non ha bisogno di manifesti né di leggi che la autorizzino esplicitamente. Ha bisogno di silenzio istituzionale, di dati assenti, di stereotipi non contestati. Riconoscerla per quello che è — discriminazione nello svolgimento di un servizio pubblico — è il primo passo per smontare il mito del controllo «neutro» che in realtà pesa sull'aspetto fisico. Due zaini uguali sulla stessa metro, due esiti diversi: finché quella scena resterà ordinaria, la promessa di uguaglianza sancita dalla Costituzione continuerà a vacillare sui binari.
Quella sera a Milano il passeggero fermato è sceso alla fermata successiva con i documenti ancora in mano, controllati per la terza volta in quella settimana. L'altro è arrivato a casa senza ricordare di aver incontrato un agente.
La profilazione razziale in Italia continua a funzionare perché non lascia tracce ufficiali — solo memorie che si accumulano in silenzio. Finché i controlli resteranno opachi, due persone identiche continueranno a ricevere trattamenti diversi sullo stesso vagone.
Approfondimenti consultati: ASGI — Associazione Studi Giuridici sull'Immigrazione, UNAR — Contact Center antidiscriminazioni, Consiglio d'Europa — ECRI Report on Italy, Normattiva — Decreto legislativo 9 luglio 2003, n. 215 e Antigone — Diritti e istituzioni penitenziarie.
