Ronde razziste a Genova: quaranta persone in passamontagna contro i minori stranieri non accompagnati

Ronde razziste a Genova: le aggressioni ai minori stranieri non accompagnati di Pianderlino e Quinto

Lo Stato italiano accoglie i minori stranieri non accompagnati in comunità protette. A Genova, in due notti di giugno, decine di persone traviste hanno deciso che quella protezione non bastava — e che toccava a loro «fare ordine».

Sulla collina di San Fruttuoso, un 17enne fuggiva nei boschi mentre una quarantina di uomini con caschi e mazze lo avevano accerchiato fino a lasciarlo a terra, ricoperto di sangue. Quattro giorni dopo, sul molo di Quinto, la stessa scenografia: passamontagna, spranghe, minori stranieri presi di mira mentre festeggiavano. Due quartieri, una settimana, stessa grammatica: corpi letti come fuori posto, violenza presentata come autodifesa collettiva.

Le ronde razziste di Genova non sono un’invenzione giornalistica. Sono spedizioni punitive documentate da telecamere, verbali e indagini della Procura. Il primo assalto è avvenuto nella notte tra il 16 e il 17 giugno 2026 in via Pianderlino, nel quartiere di San Fruttuoso. Un minorenne non accompagnato — ospite di una comunità della zona — è stato circondato da un gruppo che gli inquirenti stimano inizialmente in una ventina di persone, poi in quaranta grazie alle immagini di una telecamera di sorveglianza. Caschi, passamontagna, mazze. Il ragazzo non era del quartiere; non c’era stata una lite precedente con abitanti locali. È finito in ospedale con lesioni multiple e un trauma cranico.

A dare l’allarme non è stato un passante anonimo ma un autista di un bus Amt, allertato da un camperista che aveva visto il 17enne a terra. Sul posto sono arrivate le volanti; gli amici del ragazzo, anch’essi minori stranieri non accompagnati, erano riusciti a nascondersi nei dintorni. I responsabili sono fuggiti a bordo di scooter. L’inchiesta, inizialmente coordinata dalla pm Monica Abbatecola e affidata al commissariato di San Fruttuoso con il supporto della Digos guidata da Simona Truppo, ipotizza una spedizione punitiva contro i ragazzi ospiti nella comunità locale — accusati, almeno nei commenti di alcuni gruppi social, di microcriminalità e di «terrorizzare» il quartiere. Come riporta Genova24, su quei gruppi sono comparsi messaggi d’odio poi cancellati dagli amministratori: «Saranno stati i ragazzi del quartiere a dargli una bella lezione»; inviti a «fare come a Belfast», con riferimento esplicito alle case di immigrati date alle fiamme in Irlanda del Nord la settimana precedente.

Quattro giorni dopo, la stessa scenografia si ripete a Genova Quinto. Nella notte tra il 20 e il 21 giugno, una ventina di persone con volti coperti da caschi e passamontagna, armate di spranghe, si scontra con una trentina di ragazzi — tutti minori stranieri non accompagnati ospiti di un centro di accoglienza — che stavano facendo una festa sul molo davanti ai giardini. Uno dei ragazzi resta ferito alla testa e viene portato in ospedale in codice giallo. Quando arrivano carabinieri, polizia, Guardia di Finanza e polizia locale, il gruppo travisato scappa. Tra i minori aggrediti, invece, quattro vengono fermati e denunciati: due minorenni e due maggiorenni appena diciottenni. È la cronaca riportata da ANSA e da Genova24: gli aggressori spariscono, le vittime restano a rispondere.

Il paradosso è questo. Chi organizza una ronda armata contro adolescenti senza famiglia in Italia rischia, se identificato, accuse di lesioni aggravate — con possibile aggravante razziale se la matrice verrà accertata. Chi subisce il pestaggio e reagisce, o resta sul posto quando arrivano le forze dell’ordine, può finire nella stessa lista delle denunce. Non è un dettaglio procedurale: è il segnale che molte vittime di razzismo sistemico conoscono bene. Denunciare o anche solo restare visibili può costare più che sparire.

Le indagini sono state escalate. L’inchiesta su Pianderlino è passata dalla polizia di zona alla Squadra Mobile, diretta da Carlo Bartelli e Antonino Porcino, e coordinata dalla pm Daniela Pischetola. Quella su Quinto è affidata alla pm Fabrizio Givri e ai carabinieri. La Procura vuole capire se dietro i due episodi ci sia una regia unica: stesso modus operandi, stessi travisamenti, stessa scelta del bersaglio — ragazzi già vulnerabili per età, status migratorio e assenza di reti familiari. Genova24 cita fonti investigative: il gruppo di Pianderlino non era composto solo da venti persone ma da una quarantina, con una componente di minorenni ma prevalentemente adulti, alcuni possibilmente vicini agli ambienti ultrà. Gente del quartiere, forse con rinforzi arrivati da fuori. Le identificazioni procedono lentamente proprio perché i partecipanti erano travisati; gli inquirenti dichiarano comunque di essere fiduciosi sull’esito.

Il contesto politico non si limita ai giardini di Quinto. Dopo l’aggressione di Pianderlino, i minori della comunità di Camaldoli sono stati trasferiti in altra struttura — misura di protezione che conferma la gravità percepita dalle istituzioni, ma che sposta il problema senza risolverlo. A livello nazionale, il dibattito sulle «ronde» — pattuglie civili contro presunti pericoli — riaccende posizioni già note. La senatrice Ilaria Salis ha parlato di mobilitazione contro le «ronde razziste»; a Genova associazioni e collettivi hanno organizzato presidi. D’altra parte, chi difende l’idea di comunità che «si difende da sola» trova nelle paure del quartiere un terreno fertile. I commenti social cancellati restano l’impronta digitale di una violenza che si prepara prima di scendere in strada — lo stesso intreccio tra hate speech online e aggressioni reali che inchieste e report europei documentano da anni.

I minori stranieri non accompagnati (MSNA) sono tra le categorie più fragili del sistema di accoglienza italiano. Arrivano senza genitori, spesso dopo viaggi traumatici; il permesso è legato a procedure tutelari che li rendono dipendenti da comunità, servizi sociali e tribunali per i minorenni. Non hanno un sindacato da chiamare né un padrone di casa da minacciare di lasciare una recensione negativa. Quando una ronda li individua come bersaglio, non è un episodio isolato di teppismo: è la punizione collettiva di un gruppo già segnalato come «problema» del quartiere.

Sul piano giuridico, le aggressioni di Genova si collocano in un quadro che l’Italia conosce ma applica in modo discontinuo. L’articolo 604-bis del codice penale punisce la discriminazione e la violenza motivata da odio etnico, religioso o nazionale — il cuore della Legge Mancino. Le lesioni aggravate dal numero di aggressori e dall’uso di strumenti atti a offendere sono un altro binario procedurale. La Digos indaga anche la matrice politica: non è ancora provato che le ronde di Pianderlino e Quinto rispondano a un disegno ideologico organizzato, ma i messaggi social recuperati dagli investigatori mostrano un lessico che va oltre il «litigio tra ragazzi». Quando si invita a «fare come a Belfast», non si chiede un cartello in condominio: si evoca il rogo delle case altrui.

Genova non è un caso lontano dalle altre cronache italiane del 2026. A Taranto, a maggio, Bakari Sako — bracciante maliano di 35 anni — è stato ucciso da un gruppo di giovanissimi mentre andava al lavoro; la procura indaga anche l’ipotesi di matrice razziale. A Manfredonia, il 5 luglio, Mohamed, segretario dell’associazione ghanesi in Puglia, è stato colpito con una bottiglia dopo un tamponamento, insultato come «marocchino» e aggredito «perché straniero», come ha raccontato all’ANSA. Francis Oppong, presidente dell’associazione, ha commentato: «Mohamed è stato più fortunato di Bakari». Le ronde liguri aggiungono un elemento che mancava in quei casi: la dimensione organizzata, il travisamento, la scala numerica. Non un branco improvvisato, ma qualcosa che assomiglia a una caccia.

Cosa chiedono le comunità che si oppongono alle ronde? Non l’impunità per chi commette reati — i MSNA non sono un monolite, e i servizi sociali possono gestire episodi di devianza con strumenti legali. Chiedono che la sicurezza non diventi sinonimo di selezione razziale; che un 17enne pestato fino al trauma cranico non venga trattato come il prezzo accettabile di un quartiere «stanco»; che chi fugge con le spranghe non abbia meno probabilità di finire in cella di chi resta ferito sul molo. Chiedono anche trasparenza sulle identificazioni e sulla possibile regia unica, perché due episodi simili in una settimana non sembrano casualità.

Le telecamere di Pianderlino hanno contato quaranta persone. I bus Amt hanno portato soccorsi a un ragazzo che i suoi aggressori avevano lasciato sanguinante. I carabinieri di Quinto hanno trovato quattro denunce contro ragazzi che avevano subito un’aggressione. È un bilancio che racconta un’Italia divisa: da un lato istituzioni che accolgono minori soli con procedure complesse; dall’altro gruppi che li considerano bersagli legittimi di una giustizia privata. Le ronde razziste non nascono dal nulla: crescono dove il linguaggio pubblico trasforma interi gruppi umani in minacce permanenti, e dove la risposta penale arriva asimmetrica — lenta per chi colpisce, rapida per chi resta a terra.

Le indagini proseguono. La Procura di Genova non ha ancora formulato ipotesi definitive su una regia unica tra Pianderlino e Quinto, ma il parallelismo delle modalità pesa. Se verrà accertata la matrice razzista, i fatti potrebbero configurare non solo lesioni aggravate ma discriminazione e violenza per motivi di odio — con conseguenze penali più gravi e un segnale chiaro alla città. Nel frattempo, i minori trasferiti dalla comunità di Camaldoli dormono altrove. I messaggi social sono stati cancellati, non dimenticati. E a Genova, tra le curve della collina e il molo di Quinto, resta una domanda che nessuna ordinanza può archiviare: quante persone devono mettersi un passamontagna perché una ronda venga chiamata con il suo nome — non «esigenza di sicurezza», ma odio organizzato contro chi lo Stato ha già promesso di proteggere.

Quaranta silhouette su una telecamera, un ragazzo che corre verso il bosco, quattro denunce sul molo di Quinto: la cronaca di Genova non si chiude con un verbale.

Finché le ronde razziste resteranno un eufemismo da social e non un reato da perseguire fino in fondo, la prossima notte non sarà questione di se — ma di quanti caschi arriveranno prima dei soccorsi.

Approfondimenti consultati: ANSA — Genova, passamontagna e spranghe per picchiare minori stranieri non accompagnati, Genova24 — Minorenne aggredito a Pianderlino, indagini Digos, Genova24 — In quaranta alla ronda anti stranieri di Pianderlino, Genova24 — Quinto, giovani incappucciati contro minori stranieri, Avvenire — Genova, ronde contro i ragazzi stranieri: ipotesi regia unica e Normattiva — Art. 604-bis c.p. (discriminazione e violenza per motivi di odio).

Per approfondire, leggi anche Violenza istituzionale sui minori stranieri non accompagnati.

Un tema collegato è Profilazione razziale in Italia: quando i controlli di polizia diventano discriminazione.

Approfondisci con Sentenza Cassazione odio razziale 2025: cosa dice la Cassazione n. 5160 sulla propaganda e la Legge Mancino.

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