Notizie senza volto: perché nei telegiornali i migranti parlano solo nel 7% dei servizi
Sono le 20:35 e in salotto scorre il telegiornale. Grafica rossa, numeri che salgono, voce del conduttore che annuncia «flussi» e «sicurezza». Poi un ministro in diretta, poi un sindaco, poi un grafico con frecce verso l'Italia. Qualcuno — fuori campo — parla di sbarchi, di protocolli, di casi giudiziari. Non c'è intervista a chi quella notte dorme in un centro, a chi ha firmato un contratto in nero, a chi aspetta la cittadinanza da anni. La storia finisce con un totale. Le notizie senza volto non sono un'iperbole giornalistica: sono un dato misurato, anno dopo anno, sui telegiornali italiani.
Il 18 dicembre 2025, a Torino, l'Associazione Carta di Roma presenta il XIII rapporto «Notizie senza volto». L'Osservatorio di Pavia ha analizzato sei quotidiani nazionali e i telegiornali della prima serata dei canali generalisti, dal 1° gennaio al 31 ottobre 2025. Il titolo non è poetica: è contabilità. Nei servizi televisivi sulle migrazioni, la voce diretta delle persone migranti compare solo nel 7% dei casi. I politici, invece, parlano nel 24%. Tre volte e mezzo più spesso. Non è che i migranti non esistano nel racconto — esistono come flusso, come problema, come cifra. Mancano come soggetti che raccontano sé stessi.
Nello Scavo, giornalista e presidente di Carta di Roma, lo dice senza giri di parole: «La tematica migratoria spesso viene ridotta solo a una questione di numeri, continuando a dimenticare le persone. Come se quelle persone esistessero in forza dei numeri, non dei loro volti.» Il protocollo Carta di Roma, firmato nel 2008 da giornalisti, editori e istituzioni, chiede informazione rigorosa e rispetto della dignità. Il rapporto misura quanto di quella promessa resta sulla carta quando si accende il TG.
C'è una buona notizia, e una cattiva. La buona: parole come «clandestino» stanno diminuendo — un segnale che la deontologia e la pressione civile hanno inciso sul lessico. La cattiva: le cornici narrative non sono cambiate. L'immigrazione resta raccontata quasi solo come emergenza di sicurezza o come problema di flussi. Tra il 2013 e il 2025, parole come «emergenza», «crisi», «allarme» e «invasione» compaiono 5.925 volte nei titoli e nei testi monitorati, con un lieve aumento nell'ultimo anno. La crisi è diventata permanente — non perché il mare lo imponga sempre, ma perché il linguaggio lo decide prima.
Giuseppe Milazzo, ricercatore dell'Osservatorio di Pavia, mette il dito nella ferita economica: nel 2025 il contributo di lavoratori e lavoratrici migranti è quasi sparito dai telegiornali. La voce «Economia e Lavoro» scende all'1,5% delle notizie sui TG, contro l'11% del 2024. Un crollo. Raccontiamo l'immigrazione come scontro ideologico — il protocollo Italia-Albania pesa per il 7% delle notizie sul tema, il caso Almasri per il 13% — o come caso giudiziario, e dimentichiamo che milioni di persone pagano contributi, tengono aperti negozi, raccolgono fragole, curano anziani. Il lavoro non fa audience come un braccio di ferro in Aula.
La gerarchia dei temi nei telegiornali è implacabile. Primo posto: «Flussi migratori». Secondo: «Criminalità e sicurezza». In fondo alla classifica, quasi invisibile: «Accoglienza». Non è un dettaglio di montaggio: è una scelta culturale che orienta l'opinione pubblica prima ancora che il telespettatore formuli un pensiero. Chi consuma notizie ogni sera riceve un Paese sotto assedio, non un Paese che invecchia e ha bisogno di mani e cervelli. Sullo stesso tema, Razzismo in Italia oggi: leggi, media e attivismo 2025 offre un quadro complementare.
Il 2025 ha aggiunto una cornice globale: Gaza è la parola simbolo dell'anno, con migliaia di sfollati e rifugiati da un conflitto che ha riempito le prime pagine. Paradossalmente, quella tragedia lontana ha oscurato il racconto quotidiano di chi vive qui — in fabbrica, in classe, in ospedale. L'attenzione sulle migrazioni è cresciuta rispetto al 2024 — più 10% sulle prime pagine dei quotidiani, più 24% sui TG — ma non è cresciuta la voce di chi le migrazioni le fa. È cresciuto il volume, non la pluralità.
Ilvo Diamanti, presidente di Demos e professore emerito all'Università di Urbino, osserva che il tema «funziona ancora» sui media, ma meno di qualche anno fa — non perché la paura verso gli immigrati sia svanita, ma perché altre paure hanno fatto concorrenza nell'agenda emotiva nazionale. Il dato sul 7% non va letto come rassicurazione. Va letto come sintomo: anche quando l'immigrazione scende dal primo piano, chi la subisce come protagonista non sale mai al secondo.
Chi lavora nei centri di accoglienza, nelle scuole con alunni stranieri, nei tribunali che vedono passare permessi e ricorsi, conosce un'altra Italia — quella in cui la domanda «da dove vieni?» arriva prima del nome. Ma quell'Italia non entra nel montaggio serale. I telegiornali privilegiano il commento istituzionale perché è pronto: il politico ha ufficio stampa, il migrante ha un turno di lavoro che finisce alle nove. Raccontare la vita richiede tempo, fiducia, traduttori, accesso. Raccontare la polemica richiede un comunicato. La struttura industriale dell'informazione favorisce chi ha già voce.
Non è solo questione di empatia. È questione di democrazia informativa. Quando il 24% dei servizi include dichiarazioni politiche e solo il 7% include la voce diretta di chi migra, il dibattito pubblico si chiude prima del confronto. Si discute di «loro» senza «loro» al tavolo. Il pregiudizio non ha bisogno di urlare: basta che manchi il contraddittorio umano. Gli stereotipi si radicano nel silenzio altrui — e i media, scegliendo chi far parlare, sono una cancelleria di quel silenzio.
La Rai occupa un ruolo ambivalente. Il rapporto segnala che la Rai è leggermente più attenta a dare voce ai protagonisti rispetto ad altre reti: il Tg3 raggiunge il 14% di servizi con interviste dirette, contro medie più basse altrove. Quattordici percento. Anche n Per un approfondimento collegato, vedi Razzismo in Italia: come i media alimentano odio, stereotipi e silenzi.el migliore dei casi, resta una minoranza schiacciante di notizie costruite senza ascolto. Il servizio pubblico ha obblighi di pluralismo che il mercato non ha — eppure il divario resta abissale.
Sul piano digitale il fenomeno si amplifica e si distorce insieme. Abbiamo pubblicato su hate speech e razzismo online; qui il nodo è a monte. Facebook e i social non inventano l'odio dal nulla: lo distillano da titoli, da tagli, da sequenze che in televisione hanno già deciso chi è soggetto e chi oggetto. Un TG che parla di «invasione» senza mostrare volti prepara il terreno ai commenti che poi l'OSCAD cataloga come reati. Le notizie senza volto non sono un problema solo per i migranti: sono un problema per chiunque voglia capire il Paese in cui vive.
Il rapporto documenta anche una debole correlazione tra arrivi via mare e quantità di titoli sul tema nel periodo 2013-2025. I media non reagiscono solo ai numeri reali: reagiscono a logiche proprie — agenda politica, processi giudiziari, accordi internazionali. Nel 2025 gli sbarchi scendono dal centro del racconto, ma l'immigrazione-criminalità risale, alimentata da episodi di violenza urbana, femminicidi, intolleranza religiosa. Il filo conduttore non è il mare: è la paura.
Cosa si può fare, allora, se non chiudere il televisore? Carta di Roma non è un tribunale: è un osservatorio che nomina il problema perché qualcuno possa correggerlo. Formazione in redazione, tempi per inchieste che non siano solo reazione al comunicato, spazi fissi per testimonianze dirette, verifica delle fonti comunitarie, attenzione a non usare il migrante solo come «vittima» o solo come «eroe» — ma come interlocutore. Il 7% non è una condanna eterna: è un termometro. Due anni fa poteva essere peggio; può essere migliore domani. Ma solo se il dato diventa imbarazzante.
Pensate a Bakari Sako, al bracciante maliano ucciso a Taranto mentre andava al lavoro in bicicletta. La cronaca ha riempito giorni di titoli — baby gang, impunità, caporalato. Quante di quelle notizie hanno lasciato spazio alla voce della comunità maliana prima dell'omicidio? Quante hanno raccontato la mattina di chi attraversa la città con un permesso regolare e un contratto fragile? Il caso esplode quando il corpo diventa notizia. Prima, silenzio statistico.
Pensate ai rom e sinti di cui abbiamo scritto: l'82% degli italiani per Sullo stesso tema, Supporto legale dal basso: chi difende i diritti dei migranti senza voce né soldi offre un quadro complementare.cepisce forte pregiudizio verso di loro, ma quante volte un telegiornale ha dedicato un servizio alla famiglia che esce da un campo verso edilizia popolare — con la loro voce, non con il commento del sindaco? Pensate alle seconde generazioni, ai lavoratori in nero, alle badanti che sostengono il welfare di un Paese che invecchia. Sono milioni di storie. Sette percento di microfoni aperti.
Il titolo «Notizie senza volto» non accusa i giornalisti uno per uno. Accusa un sistema che premia la velocità della polemica sulla lentezza del racconto, che confonde equilibrio con doppio binario istituzionale, che misura il successo in share e non in rappresentazione. In un anno in cui guerre e crisi umanitarie hanno riscritto l'agenda globale, l'Italia aveva l'occasione di ripensare come parla di chi arriva e di chi è già qui. Ha invece alzato il volume e abbassato la pluralità.
Restate in salotto, alle 20:35. Il conduttore saluta, la sigla scende, il silenzio torna. Sullo schermo non c'è più nessuno. Mai c'era stato, in fondo — solo numeri che scorrevano e voci che parlavano per qualcun altro. Le notizie senza volto sono la forma più elegante dell'esclusione: non serve censurare chi non ha documenti, basta non accendere il microfono. Il 7% non è un dettaglio statistico. È la misura di quanto democrazia informativa siamo disposti a concedere a chi non ha ancora il passaporto giusto — o non ce l'ha affatto.
Alle 20:35 il telegiornale finisce e il salotto torna buio. Il 7% non è un numero da archivio: è la percentuale di volte in cui chi migra ha potuto rispondere, in prima persona, sui telegiornali italiani.
Finché i politici parleranno tre volte più spesso dei protagonisti, il pregiudizio non avrà bisogno di manifesti: lo costruiranno le notizie senza volto.
Approfondimenti consultati: Associazione Carta di Roma — Notizie senza volto, XIII Rapporto 2025, Open Migration — Rapporto Carta di Roma 2025, Ordine dei Giornalisti — Presentazione XIII rapporto Carta di Roma, FNSI — Notizie Senza Volto, rapporto Carta di Roma 2025 e Carta di Roma — Protocollo deontologico.
