Razzismo istituzionale Europa: due facce della stessa Unione tra strategia antirazzismo e regolamento sui rimpatri
Mercoledì 17 giugno 2026, poco dopo le 12 a Strasburgo, l’emiciclo del Parlamento europeo vota 418 sì e 218 no. Il razzismo istituzionale Europa non è un concetto da manuale: in quelle due ore prende forma concreta, mentre dai banchi della destra esplodono cori di «send them back» e dalla sinistra risponde un «shame on you» che non ferma nulla. L’Unione europea approva il regolamento sui rimpatri più duro della sua storia: detenzione fino a ventiquattro mesi, perquisizioni domiciliari senza mandato del giudice, identificazione forzata negli spazi pubblici, deportazioni verso centri fuori dai confini dell’UE — i cosiddetti return hub. Sei mesi prima, la stessa Commissione aveva presentato una strategia antirazzismo 2026-2030 che prometteva un’Europa «libera dal razzismo». La contraddizione non è un dettaglio diplomatico: è il cuore politico del 2026.
Chi vive in Italia e non segue Bruxelles potrebbe pensare che tutto questo resti lontano. Non è così. Il regolamento si applica direttamente negli Stati membri — non serve una legge italiana per renderlo operativo. E l’Italia è già in prima linea sull’esternalizzazione: il protocollo con l’Albania per i centri di trattenimento, i due rinvii pregiudiziali pendenti davanti alla Corte di giustizia, la discussione su un nuovo accordo per i rimpatri dopo il voto di giugno. Quello che succede in Aula a Strasburgo diventa, in poche settimane, controllo in stazione, paura di andare dal medico, blitz in periferia.
Il regolamento rimpatri UE sostituisce la direttiva del 2008 con norme vincolanti. Fino a ieri ogni Paese traduceva a modo suo le regole sull’espulsione; da oggi il margine si restringe verso l’alto — più poteri di fermo, meno sospensioni automatiche dei ricorsi, obbligo di cooperare con le autorità per lasciare il territorio. Chi non obbedisce può essere trattenuto fino a due anni, con possibile estensione fino a trenta mesi. Per le persone considerate «rischio per la sicurezza» non c’è nemmeno un limite massimo chiaro. Non è retorica: è la durata legale di una detenzione amministrativa che non passa dal codice penale ma dalla condizione migratoria.
Le associazioni per i diritti umani — oltre ottanta organizzazioni nella nota congiunta di Migreurop e PICUM — hanno un nome per questo spostamento: «ICE-ificazione». L’ICE, l’agenzia statunitense per l’immigrazione, ha trasformato negli ultimi anni uffici postali, scuole e abitazioni private in luoghi di caccia. L’Unione europea non copia pedissequamente il modello americano, ma il regolamento introduce strumenti comparabili: retate nelle case senza mandato, presenza della polizia negli spazi di accoglienza gestiti da ONG, raccolta massiva di dati biometrici scambiati tra le forze di polizia dei Ventisette. In Francia, da giugno 2025, quattromila agenti controllano stazioni di autobus e treni con l’obiettivo di individuare persone senza documenti. La legge europea non inventa la pratica: la finanzia, la standardizza, la rende obbligatoria.
Il nesso con il razzismo non richiede manifesti né slogan espliciti. La profilazione razziale — controlli basati sull’aspetto fisico, sulla lingua parlata, sull’origine percepita piuttosto che su un comportamento illecito — è già documentata in Italia dalle associazioni e dal report ENAR sulle forze dell’ordine europee. Codificarla in una norma dell’UE significa trasformare una pratica contestata in procedura legittima. Come osserva L’Espresso, l’Europa «sa bene, dalla propria storia, dove possono portare i sistemi di sorveglianza, di ricerca di capri espiatori e di controllo». Eppure il 17 giugno una maggioranza di centrodestra e destra ha scelto proprio quella strada.
Il paradosso con la strategia antirazzismo del 20 gennaio 2026 è lampante. La Commissione annuncia obiettivi ambiziosi: rivedere la direttiva sull’uguaglianza razziale del 2000, rafforzare le norme contro l’incitamento all’odio, promuovere inclusione in istruzione, lavoro, sanità e mercato immobiliare, combattere antiziganismo, antisemitismo, razzismo anti-asiatico e odio anti-islamico. Due cittadini su tre, secondo l’ultimo Eurobarometro sulla discriminazione, considerano ancora il razzismo un problema diffuso. La strategia risponde con campagne, partenariati, revisione a metà percorso nel 2028. Ma la governance migratoria resta in un corridoio parallelo, dove lo status amministrativo — irregolare, respinto, in attesa di rimpatrio — produce esclusione senza che la parola «razza» compaia mai nei considerando. È lo stesso meccanismo descritto negli articoli sui respingimenti alle frontiere e sul razzismo sistemico: selezione per nazionalità e aspetto, non per merito individuale.
I return hub sono la misura più controversa. Gli Stati membri potranno trasferire persone destinatarie di un ordine di allontanamento in Paesi terzi — anche se non hanno mai vissuto lì — sulla base di «intese» o accordi bilaterali. I minori non accompagnati sono esclusi; le famiglie con bambini no. Human Rights Watch ha avvertito del rischio di centri offshore in Paesi con storia di abusi dei diritti, con discussioni che hanno coinvolto nomi come Ruanda o Uzbekistan. Il CEPS ha sintetizzato il punto in una frase che dovrebbe restare nell’articolo: i return hub «non rimpatriano le persone — le detengono fuori dalla portata dei tribunali». L’obiettivo dichiarato è accelerare le espulsioni; l’effetto probabile, documentato da anni di ricerca su politiche deterrence, è creare zone grigie dove il diritto europeo si applica sulla carta ma non nei fatti.
Per l’Italia la questione non è teorica. Il protocollo con l’Albania, avviato nel 2023, prevedeva già la gestione esterna di alcune procedure. Con il nuovo regolamento, come spiega Annalisa Camilli su Internazionale, Roma dovrebbe negoziare un nuovo accordo se vuole allineare i centri alle regole aggiornate. Al momento nessun Paese dell’UE ha un’intesa operativa per hub di espulsione fuori dall’Unione; gli ostacoli giuridici — due rinvii pregiudiziali pendenti, dubbi sulla compatibilità con l’articolo 5 della Convenzione europea dei diritti umani — restano enormi. Ma la pressione politica è al massimo: la Presidenza polacca ha discusso apertamente di limitare lo scrutinio della Corte di Strasburgo. Il messaggio è chiaro: per far funzionare il sistema serve meno controllo giudiziario, non più garanzie.
Cosa cambia per una persona reale? Immaginiamo un giovane arrivato minorenne, ora maggiorenne, con permesso scaduto e ricorso pendente. Sotto le regole precedenti, l’espulsione si sospendeva automaticamente finché il tribunale non decideva. Con il nuovo regolamento, il giudice valuta caso per caso se sospendere — e intanto la detenzione può durare mesi. Immaginiamo una famiglia che evita il pronto soccorso perché l’ultima volta un operatore ha chiesto il permesso di soggiorno prima della radiografia. Negli Stati Uniti, le organizzazioni sanitarie hanno documentato emergenze mediche evitate per paura delle retate ICE. L’UE sta importando non solo le tecniche ma le conseguenze: spazi di cura e comunità trasformati in trappole.
La profilazione razziale in Italia — due zaini uguali sulla stessa metro, un solo controllo documenti — trova ora un contesto normativo europeo che la legittima. L’Italia non pubblica dati disaggregati sui fermi per origine percepita; l’ECRI e il CERD hanno ripetutamente chiesto un sistema di monitoraggio. ASGI ha sottolineato che negare la profilazione «senza dati che la smentiscano» significa silenziare le esperienze di chi la subisce. Il regolamento sui rimpatri aggiunge un livello: non solo mancanza di trasparenza, ma obbligo di «detection» — individuazione forzata — come standard comunitario. Le ONG avvertono che inserire queste misure in normativa vincolante significa finanziarle e ampliarle in tutta Europa, anche quando violano diritti già riconosciuti.
Il voto di giugno conferma un’allineamento politico che osservatori come EUobserver chiamano «trappola del deterrence»: misure restrittive che offrono sollievo elettorale a breve termine ma non riducono i flussi migratori, alimentando invece movimenti estremisti con strumenti legali sempre più ampi. Il Partito popolare europeo, che ha salutato il risultato con il slogan «return means return», ha votato insieme a Conservatori e Riformisti, Patrioti per l’Europa e Europa delle Nazioni Sovrane. Anche parte del gruppo Renew ha dato il proprio appoggio. La sinistra è rimasta divisa ma minoritaria. Il nuovo Patto europeo sul migrazione e l’asilo, in vigore dal 12 giugno, e il regolamento rimpatri formano un pacchetto coerente: esternalizzazione, deterrenza, criminalizzazione della mobilità.
Contro questa cornice, la strategia antirazzismo 2026-2030 rischia di restare un documento di buone intenzioni. Prevede revisione della direttiva razziale, armonizzazione delle definizioni di odio online, supporto agli organismi per la parità nazionali. Ma non tocca il cuore della selezione razziale contemporanea: chi può circolare liberamente e chi vive sotto sorveglianza permanente perché nato nel «Paese sbagliato». Il briefing del Parlamento europeo sulla strategia nota persino un calcolo economico — 12,7 miliardi di euro di PIL persi per il razzismo — per convincere l’UE a prendere sul serio l’antidiscriminazione. È un argomento legittimo. Ma se nello stesso semestre si approva una legge che espone intere comunità a controlli basati sul sospetto razzializzato, il messaggio che arriva ai cittadini è un altro: il razzismo conta quando costa al mercato, non quando costa dignità alle persone.
Le vittime non sono solo chi non ha permesso. Sono i cittadini italiani di origine straniera fermati ripetutamente perché «non sembrano di qui». Sono i Rom e i Sinti, già bersaglio dell’antiziganismo più alto d’Europa secondo diversi studi. Sono le donne con velo controllate più spesso negli aeroporti. Sono i richiedenti asilo la cui domanda viene esaminata in Albania mentre la procedura italiana resta sospesa in attesa dei giudici di Lussemburgo. Il razzismo istituzionale Europa non chiede consenso esplicito alla popolazione: opera attraverso procedure che sembrano tecniche, neutre, amministrative.
Cosa chiedono le organizzazioni della società civile? Canali legali e sicuri per migrare, regolarizzazioni per chi lavora già sul territorio, monitoraggio indipendente dei controlli, divieto esplicito di profilazione razziale nelle procedure di polizia, sospensione degli accordi con Paesi terzi che non garantiscono diritti effettivi. Non sono posizioni marginali: sono implementazioni di convenzioni che l’Italia e l’UE hanno firmato. La manifestazione del 25 febbraio davanti al Parlamento europeo contro il regolamento in negoziato ha riunito oltre cento gruppi. Non hanno vinto il voto di giugno. Ma il contenzioso giuridico è appena iniziato: associazioni come ASGI, Amnesty e la Rete diritti in movimento preparano ricorsi e campagne di documentazione.
Per chi legge Antirazzismo.com la domanda non è se opporsi o meno all’immigrazione irregolare — è se accettare che la risposta passi per la discriminazione sistemica. Il regolamento rimpatri UE non menziona la razza. Non deve farlo per produrre effetti razziali: basta selezionare per passaporto, aspetto, accenti, quartieri abitati. È la stessa logica che alla frontiera respinge chi fuggie da persecuzioni documentate, e in città trasforma il controllo documenti in umiliazione ripetuta. L’Europa del gennaio 2026 promette inclusione in sanità e istruzione; l’Europa del giugno 2026 autorizza perquisizioni domiciliari e deportazioni offshore. Tenere insieme le due immagini senza raccontarle come un’unica storia politica significa non capire il presente.
Il razzismo istituzionale Europa nel 2026 non è un incidente di percorso tra Bruxelles e Roma. È una scelta di governance: antirazzismo nel discorso pubblico, securitizzazione razzializzata nella pratica. Chi subisce non ha bisogno di un altro piano d’azione. Ha bisogno che le stesse istituzioni che firmano strategie antidiscriminatorie smettano di scrivere leggi che rendono normale fermare qualcuno «per come parla». Fino a quando i cori di «send them back» riceveranno più applausi in Aula delle raccomandazioni dell’ECRI, il divario tra diritto proclamato e vita vissuta resterà il dato più solido sul razzismo europeo contemporaneo.
Strasburgo, 17 giugno 2026: 418 voti per trasformare stazioni, abitazioni e servizi pubblici in punti di controllo; sei mesi prima, un'altra Commissione prometteva un'Europa libera dal razzismo. Le due date restano sullo stesso calendario — e nessuna cancella l'altra.
Finché l'antirazzismo resterà strategia e la repressione migratoria regolamento, il razzismo istituzionale Europa non avrà bisogno di manifesti: avrà solo bisogno di un emiciclo che applaude mentre qualcuno, fuori campo, impara a non uscire di casa.
Approfondimenti consultati: Commissione europea — Strategia antirazzismo UE 2026-2030, Euronews — Parlamento UE approva regolamento rimpatri, Migreurop — Oltre 80 ONG contro il regolamento sui rimpatri, Internazionale — Centri in Albania e regolamento rimpatri (Annalisa Camilli), CEPS — Return hubs don't return people, EUobserver — The Remigration Hoax, L'Espresso — Profilazione, fermi. Il metodo Ice piace all'Europa e Linkiesta — Cosa cambia con il nuovo regolamento europeo sui rimpatri.
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