Esclusione scolastica: quel bambino potrebbe essere nostro figlio
A settembre, davanti alla porta di una scuola, i genitori si assomigliano un po’ tutti. C’è chi cerca il nome del figlio nell’elenco, chi domanda quale sarà la maestra, chi spera che ritrovi l’amichetto dell’anno precedente. Poi, quasi inevitabilmente, si comincia a guardare anche gli altri bambini. Quella la conosciamo, è tranquilla. Quello sembra simpatico. Di quell’altro invece hanno detto che lo scorso anno dava parecchi problemi. C’è un bambino che avrà bisogno del sostegno, uno che parla pochissimo, uno arrivato da poco che con l’italiano fa ancora fatica. Magari nessuno pronuncia la frase fino in fondo, perché detta ad alta voce suonerebbe male, ma qualche volta il pensiero esiste: speriamo che non capiti nella classe di mio figlio. Non c’è necessariamente cattiveria in quel pensiero. Un padre e una madre vogliono il meglio per il proprio bambino e desiderano una classe serena, insegnanti presenti, lezioni che possano andare avanti senza continue interruzioni. Se una scuola appare sovraccarica, se mancano insegnanti, educatori o sostegno, è perfettamente legittimo chiedersi se ci sarà abbastanza attenzione anche per nostro figlio. Il problema comincia quando, quasi senza accorgercene, smettiamo di parlare di ciò che manca alla scuola e cominciamo a parlare dei bambini che sarebbe meglio se mancassero dalla classe.
E quel bambino può essere chiunque. Può essere quello che si alza continuamente dal banco, interrompe la maestra e dopo dieci minuti ha già fatto perdere la pazienza a tutti. Può essere la bambina che impiega il doppio del tempo degli altri per leggere una pagina, quello che durante l’intervallo rimane vicino all’insegnante perché nessuno lo sceglie, quello che non partecipa alla gita e dice che non gli interessa andarci perché a casa settanta euro sono settanta euro e non una piccola spesa. Può essere una bambina con un disturbo dello spettro autistico che reagisce a un rumore che per gli altri è insignificante, oppure il bambino che porta ancora le stesse scarpe e qualcuno ha cominciato a farglielo notare. Può essere quello che non comprende ancora bene l’italiano, ma anche quello nato nello stesso quartiere degli altri, figlio e nipote di italiani, che non riesce a stare fermo cinque minuti. Quello sovrappeso, quello troppo magro, quello che balbetta, quello che viene accompagnato da una mamma che gli altri giudicano strana, quello che prende sempre dieci e viene chiamato secchione o quello che prende quattro e, a forza di sentirselo ripetere, ha cominciato a credere di essere stupido. Sono bambini completamente diversi, con storie che non possono essere messe tutte nello stesso calderone. Eppure il meccanismo con cui rischiamo di allontanarli può assomigliarsi: prima notiamo una differenza, poi le diamo un nome e alla fine quel nome diventa più grande della persona che abbiamo davanti.
Forse dovremmo partire proprio da qui quando parliamo della classe ideale che vorremmo per i nostri figli. Se potessimo costruirla a tavolino, probabilmente sceglieremmo bambini educati, autonomi, tranquilli quando serve, veloci nell’apprendimento ma non troppo competitivi, provenienti da famiglie presenti e senza particolari difficoltà economiche, linguistiche, cognitive, emotive o comportamentali. Nessuno che richieda troppo tempo all’insegnante, nessuno che costringa gli altri ad aspettare, nessuno che metta continuamente in crisi l’equilibrio della classe. Sarebbe certamente una classe più semplice da gestire. Peccato che avrebbe poco a che fare con il mondo e probabilmente anche con l’infanzia. I bambini non arrivano a scuola dopo aver superato un controllo qualità. Entrano dalla porta portandosi dietro quello che sono e, soprattutto, quello che stanno vivendo. Il carattere, le capacità, le paure, i talenti, una disabilità, la rabbia che non sanno ancora spiegare, una famiglia tranquilla oppure due genitori che da mesi non riescono più a parlarsi senza litigare. Qualcuno arriva sapendo già leggere, qualcun altro deve ancora imparare bene le parole con cui chiedere di andare in bagno. Uno torna dalle vacanze raccontando il viaggio fatto con mamma e papà dall’altra parte del mondo, mentre quello seduto accanto ha passato agosto nello stesso quartiere e ha imparato molto presto a rispondere “non avevo voglia di partire” quando gli chiedono dove sia stato.
Questa è una classe vera. E una classe vera può essere difficile.
Dirlo è importante, perché raccontare l’inclusione come se fosse una parola magica rischia di produrre l’effetto contrario. Ci sono insegnanti che ogni mattina entrano in aula sapendo di dover seguire contemporaneamente venti o venticinque bambini con necessità molto diverse. Ci sono classi nelle quali una situazione comportamentale complessa può assorbire energie enormi, altre nelle quali diversi alunni hanno bisogno di un supporto linguistico importante, altre ancora nelle quali la presenza di una disabilità richiede competenze e continuità che la scuola non sempre riesce a garantire. In quelle situazioni anche gli altri bambini hanno dei diritti: hanno diritto a imparare, a non avere paura, a essere ascoltati e a non diventare invisibili soltanto perché apparentemente non hanno problemi. Anche i loro genitori hanno diritto di chiedere spiegazioni e soluzioni. L’equilibrio sta proprio qui: riconoscere una difficoltà senza trasformare chi la porta nel problema da eliminare.
Quando il problema sembra essere il bambino
Nell’anno scolastico 2024-2025 quasi 377 mila alunni con disabilità frequentavano le scuole italiane. L’Istat segnala un dato che, più di molti discorsi sull’inclusione, racconta quanto possa essere fragile il sistema: il 59,7% degli alunni con disabilità ha cambiato insegnante di sostegno rispetto all’anno precedente o durante lo stesso anno scolastico.
Proviamo però a dimenticare per un momento la percentuale e a immaginare che cosa significa. Un bambino può avere impiegato mesi a fidarsi di un adulto. Quell’adulto ha imparato a capire quando sta per andare in difficoltà, quale situazione lo mette in crisi, quando ha bisogno di uscire qualche minuto dall’aula e quale parola riesce a tranquillizzarlo. Magari ha imparato anche a capire i suoi silenzi. Arriva giugno, si salutano, a settembre davanti al bambino c’è una persona nuova e bisogna ricominciare. Per l’amministrazione è un cambio di docente; per lui può essere la perdita della persona che aveva imparato a tradurre il mondo quando il mondo diventava troppo complicato. Se poi quel bambino urla, si agita, interrompe la lezione o reagisce male, ciò che gli altri vedono è il comportamento. Tutto quello che viene prima rimane nascosto. E in poco tempo può diventare semplicemente “quello che disturba”.
Succede qualcosa di simile con difficoltà che non hanno certificazioni e qualche volta nemmeno un nome. C’è il bambino che improvvisamente smette di fare i compiti perché i suoi genitori si stanno separando e nessuno lo sa. Quello che arriva stanco perché la notte in casa sua non si dorme molto. Quello che diventa aggressivo perché ha imparato che attaccare per primo è il modo migliore per non essere attaccato. C’è anche quello che effettivamente rende la vita difficile ai compagni, li provoca, li insulta o arriva a picchiarli. In quel caso proteggere chi subisce non è negoziabile e parlare di inclusione non può significare chiedere agli altri bambini di sopportare tutto. Ma dopo aver protetto chi è stato colpito resta comunque una domanda scomoda: che cosa sta succedendo a quel bambino che fa male agli altri? Punirlo può essere necessario. Considerarlo perduto a nove, dieci o dodici anni è un’altra cosa.
Poi esiste una differenza ancora più silenziosa, perché spesso non si vede entrando in classe. È la povertà. Non ha necessariamente un accento, non richiede un insegnante di sostegno e non compare su un certificato. Può nascondersi in una gita alla quale un bambino decide improvvisamente di non voler partecipare, in un compleanno a cui trova una scusa per non andare perché servirebbe un regalo, in un paio di scarpe portate qualche mese più del dovuto. L’Istat, parlando di povertà educativa, ha rilevato che nel 2024 il 37% dei minori viveva in case nelle quali non c’erano libri oppure ce n’erano al massimo venticinque. È uno dei pochi numeri che vale la pena ricordare, non per classificare quelle famiglie, ma perché ci ricorda quanto sia facile immaginare la povertà sempre lontana dalla nostra quotidianità. Invece quei bambini sono seduti nei banchi delle nostre scuole. A volte accanto ai nostri figli.
Un bambino impara molto presto a nascondere ciò che lo fa sentire diverso. Può dire che una cosa non gli piace quando sa di non potersela permettere. Può ridere di una battuta fatta su di lui perché piangere sarebbe peggio. Può diventare il più rumoroso della classe per evitare che qualcuno scopra quanto si sente insicuro. Può rifiutare di leggere ad alta voce prima che gli altri si accorgano che legge male. E può anche cominciare a escludere qualcuno più fragile di lui, perché stare dalla parte di chi ride sembra più sicuro che rischiare di diventare quello di cui si ride. È in questo spazio, spesso minuscolo, che nasce una parte dell’emarginazione tra bambini. Non sempre c’è un cattivo e una vittima facilmente riconoscibili. A volte ci sono bambini che stanno cercando un posto nel gruppo con gli strumenti che hanno.
L’Istat ha rilevato che il 43% dei ragazzi tra gli 11 e i 19 anni ha sperimentato almeno una volta, nell’anno considerato dall’indagine, episodi di esclusione o emarginazione. Non serve riempire questa pagina di altre percentuali. Basta provare a ricordare come ci si sentiva a undici anni quando qualcuno non ci sceglieva. L’esclusione non comincia necessariamente con un pugno o con un insulto scritto sul muro. Può cominciare con una sedia che nessuno vuole occupare, con una chat nella quale uno non viene aggiunto, con le squadre scelte durante educazione fisica e lo stesso bambino che rimane sempre per ultimo. Può essere una fotografia condivisa per ridere, un soprannome che all’inizio sembra innocente e dopo qualche settimana ha praticamente sostituito il nome, oppure una festa alla quale vengono invitati quasi tutti. Quel “quasi” per un adulto può sembrare insignificante. Per un bambino può diventare enorme.
Non esiste un solo bambino diverso
Dentro questo discorso c’è naturalmente anche l’origine. Sarebbe assurdo fingere il contrario. Un bambino può arrivare in Italia senza conoscere la lingua e trovarsi, da un giorno all’altro, seduto per cinque ore in una stanza nella quale quasi tutte le parole che sente gli sono estranee. Ha bisogno di tempo e di strumenti, e se in una stessa classe si concentrano molti alunni con forti necessità linguistiche senza personale e risorse adeguate, la difficoltà per insegnanti e compagni è reale. Un genitore che si preoccupa per questo non diventa automaticamente razzista e un insegnante che dice di non riuscire a gestire una situazione non è automaticamente incapace. Sarebbe troppo semplice liquidare così problemi che invece meritano risposte concrete.
Ma anche qui bisogna fare attenzione al passaggio successivo. Una difficoltà linguistica non è l’identità di un bambino. Nella classe accanto potrebbe esserci un bambino nato in Italia, figlio di genitori italiani, che richiede all’insegnante molta più attenzione per ragioni completamente differenti. E quello che oggi non conosce bene l’italiano potrebbe essere perfettamente autonomo tra un anno. La fatica educativa non ha un passaporto, non ha un colore della pelle e soprattutto non rimane sempre nella famiglia degli altri.
È forse questa la parte che facciamo più fatica ad accettare. Quando parliamo del bambino problematico immaginiamo quasi sempre il figlio di qualcun altro. Ma basta poco perché una vita ordinaria cambi direzione. Una diagnosi arrivata inaspettatamente, una separazione difficile, la perdita del lavoro di un genitore, un lutto, un disturbo dell’apprendimento riconosciuto tardi, un periodo di ansia, un episodio di bullismo. Il bambino che fino a ieri andava bene a scuola e non dava alcun problema può improvvisamente avere bisogno di più tempo, più attenzione e molta più pazienza. Se fosse nostro figlio, difficilmente accetteremmo che qualcuno lo riducesse alla sua difficoltà. Vorremmo insegnanti preparati, un sostegno stabile quando necessario, compagni che continuassero a invitarlo alle feste e genitori capaci di non guardarlo come un ostacolo alla serenità della classe. Vorremmo che qualcuno riuscisse ancora a vedere nostro figlio prima della diagnosi, prima del comportamento, prima dell’etichetta.
Ed è qui che la questione smette di riguardare soltanto la scuola. Le etichette sono comode perché ci consentono di sistemare velocemente le persone in un cassetto: quello problematico, quella con il sostegno, quello straniero, quello povero, quello cattivo, quella strana. Un bambino, invece, è terribilmente più complicato. Può essere insopportabile alle dieci del mattino e generoso alle dieci e cinque. Può avere paura e nasconderla dietro l’arroganza. Può leggere malissimo e costruire cose meravigliose con le mani. Può conoscere poche parole italiane e saper raccontare una storia bellissima in un’altra lingua. Può essere quello che oggi ha bisogno dell’aiuto di nostro figlio e domani quello che si accorgerà per primo che nostro figlio sta male.
La scuola non dovrebbe insegnare che tutte le differenze sono meravigliose. Sarebbe falso. Alcune differenze complicano la convivenza, alcuni comportamenti sono sbagliati, alcuni conflitti fanno male e devono essere fermati. I bambini non devono neppure essere obbligati a essere amici di tutti. Ma la scuola è probabilmente uno degli ultimi luoghi nei quali una società può insegnare qualcosa di molto più concreto: convivere con persone che non abbiamo scelto. Imparare che chi ci sta accanto non è stato selezionato sulla base delle nostre preferenze e che avere gli stessi diritti non significa essere uguali, simpatici o facili da sopportare.
La domanda che forse dovremmo cambiare
Torniamo allora davanti a quella porta di settembre, agli elenchi appesi e ai genitori che cercano il nome del proprio bambino. È giusto desiderare per lui una buona classe. È giusto pretendere che possa imparare, stare tranquillo, essere protetto e ricevere l’attenzione che merita. Non c’è nessuna contraddizione tra volere tutto questo e credere nell’inclusione. La contraddizione nasce quando per garantire quei diritti cominciamo a immaginare che la soluzione più semplice sia togliere di mezzo chi rende la classe più difficile.
Forse, invece di chiederci con quali bambini finirà nostro figlio, dovremmo domandarci quale scuola troveranno tutti loro. Se ci saranno abbastanza insegnanti, se il sostegno arriverà quando serve e resterà abbastanza a lungo da costruire una relazione, se chi è in difficoltà con la lingua verrà aiutato davvero, se una famiglia che non può permettersi una gita verrà messa nelle condizioni di non dover inventare una scusa, se il bambino aggressivo verrà fermato ma anche seguito prima che la sua rabbia diventi il modo con cui tutti lo riconoscono. E dovremmo chiederci se gli altri bambini, quelli che apparentemente non hanno bisogno di nulla, continueranno a ricevere attenzione, protezione e tempo.
Perché il bambino che nessuno vuole nella propria classe, in realtà, non esiste. Esiste un bambino che in un determinato momento della sua vita porta con sé qualcosa che gli altri considerano troppo difficile, troppo rumoroso, troppo lento, troppo strano, troppo povero, troppo impegnativo. A volte è davvero difficile averlo accanto. A volte mette alla prova gli insegnanti, i compagni e le famiglie. Non serve negarlo per difenderne il diritto a esserci.
Quel bambino, però, è sempre il figlio di qualcuno. Qualcuno che la mattina gli prepara la colazione, gli controlla lo zaino e magari gli ripete per la centesima volta di comportarsi bene. Qualcuno che lo accompagna davanti al cancello e resta a guardarlo qualche secondo più degli altri perché sa che per lui attraversarlo è difficile. Qualcuno che probabilmente conosce benissimo i suoi difetti, forse ne è stanco quanto gli altri, ma continua a sperare che quel giorno qualcuno riesca a vedere anche tutto il resto.
Oggi possiamo essere i genitori del bambino tranquillo, quello che va bene a scuola e non crea problemi. Possiamo guardare quella classe e sperare soltanto che niente ne disturbi l’equilibrio.
Domani potremmo essere dall’altra parte.
E allora vorremmo trovare una scuola che non chieda quale bambino sarebbe più semplice lasciare fuori, ma che abbia abbastanza forza, persone e strumenti per riuscire a tenere dentro anche il nostro.

