Nazionalismo escludente: quando l’esclusione si presenta come una novità
L’illusione della novità è forse una delle armi più affascinanti e al contempo pericolose della retorica politica contemporanea, specialmente quando si muove lungo i confini identitari delle democrazie occidentali. Negli ultimi tempi assistiamo al proliferare di discorsi che, con una parvenza di pragmatico buonsenso o di audace innovazione protettiva, invocano concetti come la “rimigrazione” o l’introduzione di tetti percentuali per gli alunni definiti come “stranieri” nelle scuole.
Queste proposte vengono spesso imballate e vendute all’opinione pubblica come soluzioni moderne, risposte inedite e inevitabili a sfide globali senza precedenti che richiedono il coraggio della fermezza. Eppure, se si solleva il velo della propaganda quotidiana e si osserva il fenomeno attraverso la lente della storia, ci si rende conto che ci troviamo di fronte a ciò che il cantautore brasiliano Cazuza definiva magistralmente come “un museo di grandi novità”.
Ossia, non c’è nulla di autenticamente nuovo nel tentativo di tracciare una linea di demarcazione tra “i figli della patria” e “gli altri”, anche quando questi “altri” sono nati nello stesso ospedale, parlano la stessa lingua e condividono gli stessi banchi di scuola dei loro coetanei. La colpa di questi bambini, agli occhi di quella corrente ideologica che lo scienziato politico olandese Cas Mudde ha codificato sotto il nome di nativismo, non risiede in un comportamento o in una mancanza, bensì in un peccato originale di parentela.
Il nativismo postula che lo Stato debba essere abitato esclusivamente dai membri del gruppo nativo e che qualsiasi elemento non nativo sia una minaccia esistenziale all’omogeneità della nazione. All’interno di questa cornice, la cittadinanza viene agganciata al diritto di sangue, lo ius sanguinis, privando i giovani della cosiddetta seconda generazione della loro legittimità di connazionali e trasformandoli in eterni ospiti, a prescindere dal loro grado di assimilazione organica o di fluency culturale.
Questa rigida barriera ideologica è al centro degli studi del sociologo Rogers Brubaker, il quale nel suo fondamentale libro Citizenship and Nationhood in France and Germany evidenzia il contrasto insanabile tra un modello di nazionalismo civico, inclusivo e basato sulla condivisione di leggi e spazi, e un nazionalismo etnico, fondato su una comunità di discendenza biologica e storica intrinsecamente escludente.
Infatti, la storia dimostra con spietata regolarità che nei momenti di profonda transizione economica o di crisi dei servizi pubblici, la tentazione di trasformare il sistema educativo e l’accesso ai diritti in laboratori di esclusione si ripresenta con le medesime sembianze, smentendo la presunta originalità dei leader odierni. In questo senso, quando oggi si propone di limitare la presenza di alunni non autoctoni nelle classi, si sta in realtà attingendo a un repertorio di discriminazione istituzionale già ampiamente collaudato dalle generazioni precedenti.
Nella seconda metà dell’Ottocento, l’ondata migratoria irlandese verso gli Stati Uniti e l’Inghilterra scatenò un’ondata di xenofobia intrisa di un profondo fervore religioso, giacché gli irlandesi, in quanto cattolici in nazioni a maggioranza protestante, venivano dipinti dai movimenti nativisti (come il Know-Nothing Party americano) come elementi biologicamente inferiori e sleali alla nazione perché erano sottomessi al Papa. Questo pregiudizio confessionale, che li marchiava come culturalmente “inassimilabili”, stabilisce un ponte storico perfetto con l’odierno sentimento anti-musulmano, dove la fede religiosa viene brandita come prova biologica di una presunta incompatibilità sociale.
Nello stesso periodo storico, l’America occidentale rispondeva alla migrazione asiatica con il Chinese Exclusion Act del 1882, la prima legge federale a vietare esplicitamente l’immigrazione di un intero gruppo etnico, accusato di abbassare i salari dei lavoratori autoctoni durante le crisi economiche. Inoltre, all’inizio del Novecento, le cosiddette campagne di americanizzazione si tradussero in rigide quote e nella creazione di scuole separate per i bambini di origine messicana, molti dei quali erano cittadini americani a tutti gli effetti, isolati con il pretesto che la loro presenza avrebbe rallentato l’apprendimento della maggioranza bianca.
Parallelamente, nazioni come la Polonia, l’Ungheria e la Germania pre-nazista introdussero il principio discriminatorio del numerus clausus, una restrizione percentuale legalizzata che limitava l’accesso degli studenti di origine ebraica alle università e ai licei, marchiando come estranei individui radicati da secoli in quel tessuto sociale. Persino nel Regno Unito di inizio secolo, l’afflusso di ebrei dell’Europa orientale scatenò campagne mediatiche e politiche culminate nell’Aliens Act del 1905, una legge nata espressamente per arginare una minoranza accusata di pesare sulle risorse locali. Questa legislazione fu fortemente promossa e difesa dalla British Brothers League, un’organizzazione politica ultranazionalista il cui nome offre una folgorante analogia semiotica con la retorica contemporanea di Fratelli d’Italia, giacché in entrambi i casi, l’invocazione della “fratellanza” non è un appello alla solidarietà universale, ma la perentoria perimetrazione di un club biologico chiuso, dove l’accesso è riservato solo a chi condivide lo stesso sangue.
E se guardiamo a contesti più vicini a noi, le discussioni francesi degli anni Settanta e Ottanta sul busing e sui tetti informali per gli alunni di origine nordafricana nelle periferie urbane mostrano una sovrapposizione quasi speculare con le odierne politiche scolastiche italiane, rivelando come la scuola sia da sempre il principale terreno di scontro della paranoia nativista.
Dunque, questo piccolo campione di precedenti storici svelano la vera natura delle odierne proposte scolastiche, pienamente riconducibili al concetto di sciovinismo del welfare (welfare chauvinism), elaborato originariamente dai politologi Herbert Kitschelt e Anthony McGann. Questa dottrina descrive un modello di solidarietà esclusiva in cui lo Stato sociale deve essere concepito come un sistema di protezione riservato unicamente alla comunità etnicamente definita che vi ha storicamente contribuito.
Lo sciovinismo del welfare non si presenta quasi mai come un odio manifesto, bensì come una razionale e benevola protezione delle risorse pubbliche. In questo modo, problemi strutturali ed economici complessi, come il cronico sottofinanziamento delle scuole pubbliche o la carenza di personale, vengono ridotti a un rassicurante conflitto a somma zero tra un “noi” legittimo e un “loro” usurpatore, offrendo una cortina di fumo ideologica che distoglie l’attenzione dalle reali responsabilità programmatiche della classe dirigente.
Così, questa insistenza nel voler purificare lo spazio pubblico da ciò che è percepito come alieno risponde a una dinamica psicologica e politica profonda, che trova la sua perfetta sintesi estetica in un’altra celebre intuizione della musica brasiliana, affidata alla voce di Caetano Veloso nel brano “Sampa”, secondo cui “Narciso trova brutto tutto ciò che non è specchio”. Ossia, il nazionalismo esacerbato soffre intrinsecamente di questa sindrome narcisistica, manifestando il desiderio utopico e distruttivo di trasformare lo Stato in un riflesso monocromatico di se stesso.
Tale ossessione identitaria emerge con chiarezza dall’analisi semiotica dei nomi scelti dai partiti della estrema destra populista europea, veri e propri dispositivi linguistici volti a strutturare quella che i sociologi chiamano la dinamica dell’in-group escludente. In questo senso, formazioni come Alternative für Deutschland suggeriscono un quadro esistenziale catastrofico, dove la purezza nativa rappresenta l’unica via d’uscita rimasta per salvare l’essenza della patria. Espressioni come Fratelli d’Italia, ricalcando i passi centenari della British Brothers League, evocano una mistica della consanguineità in cui non si può entrare per scelta, escludendo implicitamente chi non condivide lo stesso patrimonio genetico. Persino slogan più legati al marketing politico, come Forza Italia, denominazioni storiche come il Rassemblement National francese, o il neonato partito Noviembre Nacional spagnolo, utilizzano l’appello alla nazione come un coro da stadio, dove la lealtà al paese viene misurata sulla base dell’adesione a parametri identitari rigidi e inviolabili.
Pertanto, quando il leader politico o il cittadino spaventato guardano all’interno di una classe e provano disagio di fronte alla pluralità dei volti, delle sfumature e delle storie, stanno vivendo una crisi che interpreta l’alterità come una minaccia alla propria immagine riflessa. Tuttavia, come evidenziato dalla letteratura sociologica sui processi di globalizzazione, il paradosso più doloroso di questa visione risiede nel fatto che un mondo composto da nazioni specchio produce un drammatico impoverimento dell’esistenza collettiva. Cioè, isolare i confini ed eliminare le “contaminazioni” significa condannare una società alla stagnazione intellettuale, scientifica e sociale, poiché ogni grande evoluzione della storia umana è nata dall’attrito fecondo e dal dialogo tra diversità, oltre a scontrarsi con la realtà materiale di paesi segnati da un inverno demografico che renderebbe l’utopia dello Stato libero da immigrati una ricetta per il collasso economico immediato.
La miopia di questo Narciso politico si articola infine attraverso una complessa matrice intersezionale, un concetto fondamentale introdotto dalla giurista e attivista Kimberlé Crenshaw per spiegare come le diverse lenti dell’identità si sovrappongano nella produzione delle disuguaglianze. La xenofobia e il nativismo odierni non colpiscono mai i forestieri in modo uniforme, rivelando l’esistenza di quella che la sociologia contemporanea definisce inclusione differenziale o nativismo razzializzato. Vi è una gerarchia invisibile e fortemente selettiva della tolleranza, analizzata approfonditamente da studiosi dei flussi migratori, per cui l’accusa di essere inassimilabile o di rappresentare un ostacolo alla fluidità della didattica viene riservata quasi esclusivamente a chi proviene da contesti migratori del Sud globale o a chi professa fedi non tradizionali, in particolare quella islamica.
Al contrario, lo straniero benestante, l’investitore internazionale o l’immigrato che rispecchia i tratti somatici e culturali della maggioranza dominante rimangono invisibili alla scure del controllo identitario. La ricchezza materiale consente persino l’acquisto della cittadinanza tramite i cosiddetti programmi di visti d’oro, dimostrando come il fattore di classe possa neutralizzare istantaneamente l’allarme securitario. Il tetto scolastico si rivela così per ciò che è veramente: non una misura di gestione amministrativa, ma un rituale di esclusione mirato a ricordare a una specifica e intersecata fascia della popolazione che la sua inclusione è condizionata, precaria e costantemente revocabile dall’arbitrio della maggioranza nativa.
Tutto sommato, rileggere le tensioni del nostro presente attraverso l’incontro tra la denuncia del riciclo storico di Cazuza e la critica al solipsismo estetico di Caetano Veloso ci permette di comprendere che la difesa della diversità nelle nostre scuole e nelle nostre città non è solo una battaglia di civiltà, ma è l’unico modo che abbiamo per salvare la società da una paralisi speculare. Solo rinunciando alla pretesa che il mondo circostante sia il riflesso esatto dei nostri tratti possiamo continuare a imparare, a evolverci e a preservare quella ricchezza comportamentale ed espressiva che rende vitale la complessa e meravigliosa trama dell’esperienza umana.
L’Autore: Luiz Valério P. Trindade è sociologo e ricercatore indipendente. Vive a Roma e si occupa di razzismo digitale, discorsi d’odio sui social e dinamiche di esclusione nelle società contemporanee.

