Revoca cittadinanza italiana: la stretta Lega crea due categorie di italiani

Revoca cittadinanza italiana: perché la stretta Lega crea due categorie di italiani

Molti pensano che il passaporto italiano, una volta ottenuto, non si perda mai. È un'idea diffusa — e sbagliata. La revoca cittadinanza italiana esiste già in legge: la legge 91 del 1992 prevede la decittadinizzazione per terrorismo ed eversione dell'ordine costituzionale. Ma fino a oggi l'Italia l'ha usata raramente: in sette anni di applicazione, i casi documentati si contano sulle dita di una mano. Mercoledì 9 luglio 2026 la Camera ha votato 148 sì e 99 no per accelerare l'esame di una proposta della Lega che cambia rotta. Non si tratta più di un'eccezione estrema riservata a fatti di guerra o insurrezione. Si tratta di un sistema a due livelli: chi nasce italiano resta italiano anche dopo un omicidio; chi ha conquistato la cittadinanza — per matrimonio, naturalizzazione o dichiarazione a diciotto anni — può vederla revocata se commette reati gravi. La revoca cittadinanza italiana diventa così lo strumento simbolico più potente del dibattito migratorio del 2026.

Il capogruppo leghista Riccardo Molinari ha detto a Montecitorio che serve «per chi accoltella, uccide e stupra». Matteo Salvini ha commentato su X: «Bene così! Altri parlano, la Lega fa». Fratelli d'Italia, nello stesso pomeriggio, ha presentato un testo parallelo che prevede il trasferimento all'estero dei detenuti stranieri condannati. L'opposizione parla di «punizione collettiva» e «profilazione razziale». Il generale Roberto Vannacci, con il suo Futuro Nazionale salito nei sondaggi sulla promessa di «remigrazione», osserva da fuori e spinge la maggioranza a correre. Le elezioni politiche sono previste nel 2027. Il tema non è tecnico: è elettorale, identitario, e tocca milioni di persone che in Italia vivono con un passaporto «condizionato».

Per capire cosa cambia serve distinguere tre percorsi verso la cittadinanza. Il primo è l'ius sanguinis: si eredita dai genitori italiani, indipendentemente dal luogo di nascita. Il secondo è la naturalizzazione: dieci anni di residenza legale, reddito minimo, assenza di condanne, esame di italiano, attesa burocratica che può durare anni. Il terzo riguarda chi è nato in Italia da genitori stranieri non comunitari: può dichiarare di voler acquistare la cittadinanza entro un anno dal compimento del diciottesimo anno di età, se ha vissuto legalmente nel Paese senza interruzioni fino a quella data. Sono percorsi diversi, con barriere diverse. La proposta leghista li mette sullo stesso piano solo quando si tratta di togliere diritti: la revoca colpirebbe naturalizzati, coniugi di cittadini italiani e giovani delle seconde generazioni che hanno scelto il passaporto italiano a diciotto anni. Non toccherebbe chi è italiano «di nascita».

Il testo amplia le fattispecie di decittadinizzazione oltre terrorismo ed eversione. Entrano omicidio, mutilazione degli organi genitali femminili, tratta di persone, violenza sessuale su minore, stupro di gruppo — reati previsti dall'articolo 407 del codice di procedura penale, quelli per cui la legge prevede il carcere d'ufficio in appello. La revoca scatterebbe solo dopo condanna definitiva. Il Ministero dell'interno dovrebbe accertare che l'interessato possieda o possa ottenere un'altra nazionalità, per evitare l'apolidia, vietata dalla Convenzione europea dei diritti umani. Ma la barriera costituzionale resta sottile: la Costituzione vieta di privare della cittadinanza i cittadini per motivi politici. Espandere l'elenco dei reati significa spostare il confine tra giustizia penale e sanzione civile — togliere identità politica a chi ha già scontato o sta scontando la pena.

C'è un secondo capitolo, meno titolato ma altrettanto significativo. Per i minorenni stranieri che chiedono la cittadinanza, la proposta introduce cause ostative: condanne per reati gravi contro la persona o il patrimonio, o per traffico di stupefacenti, bloccano l'acquisizione fino al completo percorso di riabilitazione. Oggi, per chi nasce e cresce in Italia, una rissa in adolescenza — reato che rientra tra quelli elencati — può diventare un ostacolo permanente al passaporto. Il messaggio è chiaro: la cittadinanza non è il riconoscimento di un legame costruito in vent'anni di scuola, lingua, tasse pagate, amici, quartiere. È un premio revocabile legato al comportamento penale, applicato in modo asimmetrico. Sullo stesso tema, Seconde generazioni in Italia: identità tra casa, strada e cittadinanza offre un quadro complementare.

Salvini ha anticipato la filosofia già a maggio 2026: la cittadinanza «non può essere a vita» e andrebbe trattata «come un atto di fiducia del popolo italiano», più simile a un permesso di soggiorno che a un diritto fondamentale. È una svolta concettuale enorme. Fino a ieri, anche nella retorica ufficiale, chi superava l'ultimo filtro burocratico diventava «uno di noi». Da domani, per milioni di italiani di origine migratoria, resterà sempre un «quasi»: cittadino finché non sbaglia, mentre il connazionale nato qui può sbagliare e restare tale. Non serve un manifesto razzista per produrre effetti razziali: basta una distinzione legale tra chi ha ereditato la nazionalità e chi l'ha conquistata.

L'Italia non inventa questa strada. Il Regno Unito, dal 2022, consente al ministro dell'Interno di revocare la cittadinanza a chi ha doppia nazionalità se lo ritiene «conducibile al bene pubblico» — formula vaga che ha colpito anche cittadini nati nel Paese. La Svezia sta modificando la Costituzione per decittadinizzare i binazionali condannati per terrorismo e, in prossima battuta, per reati che «ledono gravemente interessi vitali» dello Stato. Gli Stati Uniti, sotto l'amministrazione Trump, hanno ampliato la «denaturalizzazione» verso naturalizzati accusati di frode nella domanda o di legami con organizzazioni criminali — con avvocati che avvertono di un possibile allargamento a dissenso politico. L'Italia corre verso modelli già sperimentati altrove, con tempi più rapidi grazie alla procedura d'urgenza approvata il 9 luglio: la Commissione Affari Costituzionali ha trenta giorni invece di sessanta per riferire all'Assemblea, con scadenza indicativa l'8 agosto.

Ma perché proprio adesso? La risposta è nel clima politico. Futuro Nazionale ha superato la Lega nei sondaggi promettendo deportazioni di massa. Il centrodestra non vuole apparire morbido a un anno dal voto. Il PD, tramite la deputata Ouidad Bakkali, ha parlato di «punizione collettiva» e «profilazione razziale». Il M5S, con Vittoria Baldino, di «principio di superiorità razziale». Non sono iperboli dettate dal cartellino dell'opposizione: sono argomenti già usati in sede europea quando si discute di cittadinanza condizionale. Il Consiglio d'Europa e la Corte di giustizia dell'UE hanno ripetuto che privare della nazionalità è la sanzione più grave dopo la pena di morte — perché toglie diritti politici, accesso al voto, protezione consolare, appartenenza.

Per una persona reale, cosa significa? Immaginiamo un giovane nato a Torino da genitori marocchini, scuola italiana, italiano perfetto, carta d'identità straniera fino al diciottesimo compleanno. A diciotto dichiara di voler essere italiano. A ventidue, dopo una serata finita male, prende una condanna per lesioni in rissa. Oggi può scontare la pena e ricostruirsi. Con la nuova legge, quella condanna potrebbe impedirgli per sempre di completare l'acquisizione — o, se l'ha già ottenuta in un percorso alternativo, esporsi alla revoca se il reato rientra nell'elenco allargato. Immaginiamo una donna naturalizzata dopo dieci anni di lavoro e contributi, sposata a un italiano, madre di figli cittadini. Una condanna definitiva per un reato grave — e la legge non distingue tra chi ha commesso il fatto ieri e chi lo ha commesso prima della naturalizzazione, se la norma retroagisce — la riporta allo status di straniera. I figli restano italiani. Lei no. La famiglia si spezza a livello giuridico.

Il nesso con il razzismo sistemico è documentabile senza gridare al complotto. Le forze dell'ordine non fermano a caso: i dati internazionali e le segnalazioni dell'UNAR descrivono controlli sproporzionati su persone percepite come «non italiane». I reati esistono in ogni comunità. Ma quando la sanzione aggiuntiva — perdere il Paese — colpisce solo chi ha avuto un percorso migratorio, si produce un effetto selettivo per origine. Non serve che il legislatore scriva «stra Per un approfondimento collegato, vedi Rom e Sinti in Italia: diritti, pregiudizi e discriminazione sistemica.nieri»: basta colpire naturalizzati e figli di migranti. È lo stesso meccanismo del razzismo sistemico e del dibattito su ius soli e ius culturae: selezione per appartenenza, non per merito individuale.

Chi difende la proposta obietta che omicidi e stupri non meritano protezione. È un'argomentazione emotivamente potente e giuridicamente fuorviante. L'Italia ha già il carcere per i reati gravi. La decittadinizzazione non aggiunge anni di pena: aggiunge una punizione civile permanente, applicata solo a una categoria di cittadini. Un italiano per nascita condannato per gli stessi reati sconta la stessa pena detentiva e resta italiano. La simmetria non c'è. E una volta aperta la porta, la storia europea recente insegna che l'elenco dei reati tende ad allargarsi — dalla lotta al terrorismo alla «condotta antisociale», fino a categorie vaghe di minaccia alla sicurezza nazionale.

Il contesto istituzionale rende il quadro più preoccupante. Nel giugno 2025 il Consiglio dei Ministri ha adottato un Piano nazionale per la coesione sociale che parla di «senso di appartenenza nazionale». A gennaio 2026 la Commissione europea ha lanciato la strategia antirazzismo 2026-2030. A luglio 2026 la Camera accelera una legge che divide i cittadini in due classi. Le istituzioni non contraddicono sempre il loro discorso per malizia: spesso perché obbediscono a tempi elettorali diversi. Ma l'effetto sul terreno è univoco: chi ha un cognome «straniero» o una storia migratoria impara che la fiducia di Salvini può revocarsi, mentre quella dello Stato verso chi è nato italiano resta incrollabile.

Le associazioni per i diritti — ASGI, Amnesty, Rete diritti in movimento — preparano già la battaglia costituzionale. Il divieto di apolidia impone controlli, ma non elimina il rischio: cosa succede a chi non ha un altro passaporto effettivo, solo un legame formale con un Paese che non ha mai abitato? La Corte costituzionale, in passato, ha guardato con sospetto norme che creano cittadini di serie A e di serie B. Il procedimento d'urgenza limita il dibattito parlamentare, ma non quello giudiziario. E intanto, anche se la legge non passasse, il danno semiotico è fatto: in un bar, in un ufficio anagrafe, in un commento social, la cittadinanza «non a vita» diventa idea normale.

C'è infine l'effetto internazionale. L'Italia chiede all'UE partner solidali su migranti e sicurezza. Contemporaneamente trasforma la naturalizzazione — già una delle più lente d'Europa — in traguardo precario. Per decine di migliaia di lavoratori regolar Sullo stesso tema, Attivismo locale e seconde generazioni: figli dell’immigrazione in prima linea contro il razzismo offre un quadro complementare.i, per famiglie miste, per studenti delle seconde generazioni, il messaggio è: integratevi, pagate le tasse, imparate la lingua, rispettate le regole — ma non aspettatevi che nessuno vi tolga il passaporto se la politica cambia. È l'opposto della coesione sociale promessa nei documenti ufficiali. È la materializzazione legale di un sospetto diffuso: lo straniero, anche quando diventa italiano, resta sospetto.

La decittadinizzazione non risolve omicidi né stupri: per quelli esistono tribunali e carceri. Risolve un problema di comunicazione politica — dimostrare durezza a chi teme la «invasione» — scaricando il costo su una minoranza di cittadini già vulnerabile. Nel 2024 l'UNAR ha registrato oltre 17.600 segnalazioni di discriminazione; la forma più frequente resta quella legata all'origine etnica. Ampliare strumenti che colpiscono per definizione chi ha origine migratoria, mentre il razzismo quotidiano resta sottodenunciato, non è coerenza. È triage ideologico.

Mercoledì 9 luglio 2026 la Camera non ha ancora approvato la legge: ha solo detto che va esaminata in fretta. Ma la direzione è tracciata. E in politica, più che il testo finale, conta spesso ciò che diventa pensabile. Quando un vicepremier dice che la cittadinanza «non può essere a vita», sta proponendo una nuova ontologia dell'appartenenza: l'Italia non come comunità di destino, ma come club esclusivo con scheda segnalazioni. Per chi l'ha conquistato con anni di residenza, matrimonio o dichiarazione solenne a diciotto anni, quella frase suona come una promessa rotta prima ancora che la legge entri in vigore.

Il passaporto italiano non è un abbonamento Netflix: non si rinnova con il buon comportamento perché non dovrebbe scadere. La proposta della Lega lo trasforma in permesso premium — valido finché non commetti un errore irreparabile, valido solo se non sei nato qui.

Forse la domanda più onesta non è «siamo troppo permissivi con i criminali?» ma «siamo disposti a accettare due italiani diversi di fronte alla stessa legge?» Se la risposta è sì, non serve nemmeno approvare il testo: basta continuare a parlare come se la cittadinanza fosse un favore. Se la risposta è no, il voto del 9 luglio non è stato un dettaglio procedurale. È stato l'inizio di un dibattito che decide chi, in Italia, può sbagliare e restare — e chi no.

Approfondimenti consultati: Il Sole 24 ORE — Stretta cittadinanza, ok Camera all'iter veloce Lega, The Local Italy — Why Italy wants to make it easier to take citizenship back, The Local Italy — Citizenship-stripping and deportations (9 luglio 2026), Stranieri in Italia — Stretta su cittadinanza e rimpatri Lega e FdI, Normattiva — Legge 5 febbraio 1992, n. 91 (cittadinanza), Commissione europea — Strategia antirazzismo UE 2026-2030, UNAR — Relazione al Parlamento 2024 e Consiglio d'Europa — ECRI (Commissione europea contro razzismo e intolleranza).

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