Respingimenti alle frontiere: il razzismo istituzionale che non usa la parola «razza»
Si tratta spesso di respingimenti alle frontiere, fenomeni che restano nel sottofondo della vita quotidiana. Molti in Italia pensano che il razzismo riguardi insulti in strada, porte chiuse in affitto o commenti in ufficio. Alle frontiere esterne dell'Unione europea esiste un'altra forma di esclusione: si esercita con radar, motovedette, accordi con Paesi terzi e decreti che non menzionano mai la razza — eppure seleziona chi può chiedere protezione e chi viene rimandato indietro prima ancora di pronunciare una parola.
I respingimenti alle frontiere — i cosiddetti *pushback*, quando le autorità costringono persone a tornare nel Paese da cui sono appena uscite senza valutare la domanda di asilo — sono documentati da anni lungo i confini terrestri e marittimi dell'UE. Human Rights Watch, Amnesty International e la Rete diritti in movimento raccolgono testimonianze da valichi balcanici, coste greche, confine italo-sloveno. Le vittime descrivono bastonate, sequestro di telefoni, abbandono in zone di bosco o mare aperto. Le autorità negano sistematicamente. Il punto non è solo la violenza fisica: è la negazione del diritto individuale a essere ascoltato.
Il razzismo istituzionale, in sociologia, indica pratiche di potere che producono discriminazione senza bisogno di odio personale: regole, procedure, eccezioni che colpiscono in modo sproporzionato certi gruppi. La politica migratoria europea opera spesso così. Non serve un agente che dichiari razzismo: basta un sistema che tratta i passaporti di alcuni Paesi come presunzione di illegalità, che esternalizza i controlli in Libia o Tunisia, che definisce «sicuri» Stati dove le persone rischiano torture documentate dalle Nazioni Unite.
L'Italia è al centro di questo intreccio. Per via del Mediterraneo centrale, il Paese ha registrato per anni gli sbarchi più numerosi d'Europa. Le risposte politiche sono oscillate tra operazioni di soccorso — Mare Nostrum nel 2013-2014 — e logiche di deterrenza: codici di condotta per le ONG, accordi con la Guardia costiera libica, protocolli con l'Albania per l'ospedamento di persone soccorse in acque internazionali. Ogni fase ha un denominatore comune: decidere, spesso lontano dallo sguardo pubblico, chi merita un procedimento legale e chi no.
Il decreto-legge convertito con la legge 15 maggio 2023, n. 50 — noto come decreto Cutro — ha ristretto ulteriormente le possibilità di ingresso per motivi umanitari e rafforzato i presupposti per considerare alcuni Paesi «sicuri» ai fini del respingimento accelerato. Le associazioni giuridiche, tra cui ASGI, hanno contestato in sede parlamentare e giudiziaria la compatibilità di alcune misure con la Costituzione e con il diritto europeo. Il dibattito resta acceso: da un lato la narrativa della «emergenza invasione», dall'altro dati che mostrano cali degli sbarchi e aumenti dei morti in mare quando le vie legali si restringono. Sullo stesso tema, Donne migranti in Italia: tra razzismo e sessismo, una doppia discriminazione ancora invisibile offre un quadro complementare.
La Convenzione di Ginevra del 1951 sullo status di rifugiato impone di non respingere chi potrebbe subire persecuzioni. La Carta dei diritti fondamentali dell'UE vieta la discriminazione per razza, origine etnica o nazionalità. La Corte europea dei diritti dell'uomo, con la sentenza Hirsi Jamaa e altri c. Italia del 2012, ha stabilito che respingere migranti verso la Libia senza esame individuale viola l'articolo 3 (divieto di trattamenti inumani) e l'articolo 4 del protocollo 4 (divieto di collettivo respingimento). Sono precedenti chiari. La pratica sul campo racconta un'altra storia.
Nel 2023 il Tribunale di Roma ha condannato due agenti della polizia di frontiera per aver respinto illegalmente un gruppo di persone al valico di Trieste, con violenza e sequestro di effetti personali. La sentenza ha fatto notizia perché i respingimenti vengono raramente portati in tribunale con prove sufficienti. Chi subisce — spesso senza documenti, senza conoscenza della lingua, a volte traumatizzato da viaggi precedenti — fatica a costituirsi parte civile. Le organizzazioni come ASGI, Medici senza frontiere e Border Violence Monitoring Network colmano parte del vuoto documentando i casi, ma il divario tra norma e pratica resta ampio.
Il meccanismo razziale non sta nel volto dell'agente: sta nella geografia. Un cittadino ucraino nel 2022 ha attraversato l'UE con procedure semplificate e accoglienza strutturata — risposta legittima a una guerra — mentre persone provenienti da Eritrea, Sudan, Afghanistan o Mali affrontano anni di viaggio, detenzione in Paesi terzi, respingimenti a catena. Non si tratta di negare la specificità del conflitto in Ucraina. Si tratta di osservare come due categorie di esseri umani in movimento ricevano trattamenti radicalmente diversi, e come quella differenza si sovrapponga — non sempre, ma spesso — a confini percepiti tra «europei», «vicini culturali» e «altri».
La retorica politica alimenta la distanza. Parlare di «clandestini» per persone in procedura di richiesta di asilo — come ha ricordato la Cassazione nel caso Saronno del 2023 — non è neutro: associa intere categorie a illegalità prima del giudizio. I titoli che contano sbarchi come invasione, i post che mostrano solo uomini giovani su gommoni senza storie né nomi, le campagne che promettono «blocco navale» costruiscono un immaginario in cui il migrante è minaccia per default. Il razzismo istituzionale si appoggia a questo terreno: quando l'opinione pubblica accetta che certe persone non meritino lo stesso processo, le eccezioni al diritto diventano accettabili.
L'esternalizzazione delle frontiere è il passo successivo. L'accordo Italia-Libia rinnovato più volte dal 2017 prevede finanziamenti e formazione alla Guardia costiera libica per intercettare le imbarcazioni e riportare le persone in centri di detenzione dove rapporti ONU e ONG documentano torture, lavoro forzato, estorsioni. L'Italia sostiene di non respingere d Per un approfondimento collegato, vedi Rom e Sinti in Italia: diritti, pregiudizi e discriminazione sistemica.irettamente: delega. Giuridicamente la distinzione è contestata; moralmente e materialmente le persone intercettate finiscono in condizioni che l'Italia non potrebbe legalmente infliggere sul proprio territorio.
Il protocollo con l'Albania, avviato nel 2023-2024, sposta in un Paese non-UE l'esame di alcune domande di protezione internazionale per persone soccorse da navi italiane designate. Il governo presenta il modello come innovazione europea; critici come il Commissariato ONU per i rifugiati e numerose associazioni sollevano dubbi su tempi, garanzie processuali e rischio di degrado dei diritti. Anche qui la selezione è al centro: non tutti i soccorsi finiscono in Albania — solo quelli che rientrano in criteri definiti da Roma. Un doppio binario del diritto d'asilo, geograficamente separato.
Per chi lavora sui diritti, il nesso con l'antirazzismo è esplicito. L'UNAR monitora discriminazioni per origine etnica e nazionalità; le segnalazioni includono rifiuti di servizi, molestie, hate speech. I respingimenti alle frontiere sono meno visibili nel database perché avvengono prima dell'ingresso formale nel territorio — eppure colpiscono le stesse popolazioni che poi, per chi riesce a entrare, troveranno difficoltà su lavoro, casa, sanità. La frontiera non è un episodio isolato: è il primo filtro di un sistema che attraversa tutta la società.
I dati sui morti in mare restano la cifra più cruda. L'Osservatorio di Bologna sui diritti dei migranti e la Fondazione ISMU registrano oscillazioni legate a rotte, conflitti e politiche di deterrenza. Quando le vie legali si chiudono — visti umanitari ridotti, ricongiungimenti familiari rallentati, respingimenti accelerati — le persone non smettono di muoversi: cambiano rotta, affidandosi a trafficanti che lucrano sulla disperazione. Il razzismo istituzionale ha un costo misurabile in vite, non solo in sentenze mai pronunciate.
Cosa chiedono le organizzazioni? Canali sicuri e legali per richiedere asilo senza attraversare il deserto libico o il Mar Egeo; monitoraggio indipendente ai valichi; sanzioni per respingimenti illegali; sospensione degli accordi con Paesi dove i diritti non sono garantiti; trasparenza sui fondi versati a governi terzi. Non sono posizioni utopiche: sono implementazioni di norme che l'Italia ha già firmato.
Per il lettore che si chiede cosa c'entri con il razzismo quotidiano in Sullo stesso tema, Il razzismo quotidiano in Italia: storie vere di discriminazione che non fanno notizia offre un quadro complementare.città, il legame è nella catena. Chi viene respinto al confine oggi, se sopravvive, può riprovare domani e arrivare stremato in un centro di accoglienza dove le risorse sono scarse. Chi entra senza rete familiare affronta mercato del lavoro nero e affitti impossibili. Chi chiede asilo attende mesi o anni in limbo. La violenza del confine non resta al confine: condiziona integrazione, salute mentale, fiducia nelle istituzioni.
Il razzismo non richiede sempre manifesti o insulti. Può prendere la forma di un motovedetta che riporta indietro un gommone prima che qualcuno registri il nome dei passeggeri. Può essere un ufficiale che dice «non sei eleggibile» senza traduttore né avvocato. Può essere un decreto che dichiara sicuro un Paese dove l'ultimo rapporto del Dipartimento di Stato americano documenta torture di stato. Queste pratiche non cancellano il razzismo «classico» — li completano, offrendogli un confine esterno dove operare con meno testimoni.
Riconoscere i respingimenti alle frontiere come questione antirazzista non significa aprire porte senza regole. Significa applicare le stesse garanzie a tutti indipendentemente dal passaporto, smettere di trattare intere nazionalità come sospette per definizione, smontare la retorica che trasforma richiedenti protezione in invasori. Il diritto d'asilo è nato dopo la Shoah proprio per impedire che Stati respignessero chi fuggiva — con la razza o l'appartenenza politica come motivo di persecuzione. Dimenticarlo alle frontiere del 2025 è una scelta politica, non un destino geografico.
Un giovane eritreo respinto al confine italo-sloveno nel 2022 ha impiegato mesi per far arrivare in tribunale le foto delle contusioni e la testimonianza di un compagno di viaggio. La sentenza del 2023 a Roma è arrivata quando lui era già in Germania, in un'altra procedura. Il caso non ha fatto headline come uno sbarco: era solo un respingimento tra tanti, finché qualcuno ha avuto la forza di documentarlo.
I respingimenti alle frontiere continuano perché avvengono lontano dalle telecamere delle città, perché le vittime hanno poco potere di parola e perché la parola «razza» non compare nei decreti. Smontare il razzismo istituzionale alle frontiere significa riportare al centro la persona — non il passaporto, non il conteggio degli sbarchi, non il sondaggio del momento.
Approfondimenti consultati: Corte EDU — Hirsi Jamaa e altri c. Italia (2012), ASGI — Associazione Studi Giuridici sull'Immigrazione, Human Rights Watch — Pushbacks e violazioni ai confini UE, UNHCR — Convenzione di Ginevra sullo status di rifugiato, Border Violence Monitoring Network, Osservatorio diritti dei migranti — Università di Bologna e Normattiva — Legge 15 maggio 2023, n. 50 (decreto Cutro).
