Ferite a morte di Serena Dandini: perché quelle voci parlano ancora
Il palco è quasi vuoto. Una sedia, una luce, poca scenografia. Un’attrice entra e parla in prima persona: racconta una casa, un nome, una sera che non doveva finire così. Il pubblico, all’inizio, ascolta come si ascolta una storia. Poi, a poco a poco, comprende che quella voce appartiene — in senso teatrale, non biografico — a una donna uccisa. Non è un fantasma. È una scelta narrativa: restituire una parola narrativa a chi la violenza ha ridotto a titolo, fotografia, numero.
Da questa intuizione nasce Ferite a morte di Serena Dandini, progetto che ha attraversato il teatro, la pagina stampata e la discussione pubblica. Non è una raccolta di testimonianze dirette delle vittime. È scrittura ispirata a storie reali, costruita con ricerca e collaborazione, e pensata per essere detta a voce alta. Dieci anni dopo la prima edizione, l’opera torna a chiedere la stessa cosa: ascoltare oltre l’assassino e oltre la cronaca.
Come nasce Ferite a morte
L’origine è concreta e situata. A Palermo, sull’onda dell’indignazione per un femminicidio — quello di Carmela Petrucci — il centro antiviolenza Le Onde chiede un gesto di solidarietà alla famiglia. Il Teatro Biondo ospita una serata organizzata in fretta: donne da tutta Italia, scarpe rosse, un palcoscenico che diventa spazio di presenza. Da lì prende forma un lavoro che non vuole soltanto commemorare, ma dare corpo a voci che la violenza ha spezzato. Il Comune, costituitosi parte civile nel processo, mette a disposizione il teatro: un luogo pubblico che ospita un rito civile, non uno spettacolo di genere.
Serena Dandini costruisce i monologhi con la collaborazione della sociologa Maura Misiti, che contribuisce ai testi e alle ricerche e cura le schede di documentazione. Il rapporto tra fatti, dati e invenzione letteraria è dichiarato: le storie non sono verbalizzazioni delle vittime, ma ricostruzioni che partono da casi reali e da un lavoro sul campo. Ogni monologo porta con sé, in edizione, un apparato di riferimenti: non per trasformare la lettura in un’inchiesta, ma per ricordare che dietro la scena c’è una realtà documentabile. Nel 2013 Rizzoli pubblica la prima edizione (collana ControTempo, febbraio 2013). Dal libro prende corpo una rappresentazione teatrale portata in tournée in Italia e all’estero: la pagina torna voce, e la voce torna pubblica.
Nel marzo 2022 esce Ferite a morte. Dieci anni dopo (Rizzoli, ISBN 978-88-17-16188-6): dati aggiornati — con la collaborazione, nelle schede, di Angela Maria Toffanin dell’Università di Padova — nuovi monologhi, tra cui Casa dolce casa, e una voce maschile in chiusura. L’editore presenta l’opera come strumento di denuncia e di dialogo con le istituzioni, più che come un volume da “acquistare e dimenticare”. Esiste anche una successiva ristampa/edizione Rizzoli (2024): il nucleo a cui ci riferiamo qui resta quello della revisione «dieci anni dopo», con i suoi aggiornamenti espliciti.
Perché la forma del monologo
La scelta della prima persona non è un trucco emotivo. È una decisione di punto di vista. Nella cronaca, il femminicidio è spesso raccontato dall’esterno: il movente dell’uomo, la dinamica dell’omicidio, le dichiarazioni dei vicini. Nel monologo teatrale, invece, lo spettatore o il lettore incontra una persona che parla di sé — dei suoi desideri, delle sue paure, di ciò che non è stato ascoltato — prima di essere ridotta a caso. Il femminicidio non viene messo in scena come puzzle criminale. Viene messo in scena come interruzione di una vita.
Va detto con chiarezza: non sono testimonianze registrate. Sono monologhi teatrali e letterari. La differenza conta. Una testimonianza diretta porta la voce di chi ha vissuto; un monologo ricostruito porta una responsabilità artistica e civile: non inventare per spettacolo, non sfruttare il dolore, non fingere di “essere” la vittima. Il teatro, qui, crea presenza e ascolto. Impone un tempo diverso da quello del titolo online. Chiede responsabilità a chi ascolta. Seduti in platea, o a casa con il libro aperto, non si può scorrere via in due secondi: si resta con una voce che chiede di essere presa sul serio.
La donna oltre la cronaca
Molti servizi sul femminicidio — non tutti, ma abbastanza da lasciare un’impronta culturale — concentrano l’attenzione sull’assassino: la sua gelosia, il suo “raptus”, il suo “amore malato”, la “tragedia passionale”. Formule del genere possono attenuare la responsabilità e spostare lo sguardo. La vittima resta età, professione, modalità della morte. Una vita diventa episodio.
Non è una regola assoluta del giornalismo italiano. È una tendenza ricorrente, analizzata anche da chi lavora sui media e sulla rappresentazione. Su Antirazzismo.com ne abbiamo scritto a proposito del modo in cui le donne uccise vengono ridotte a conteggi: le donne uccise non sono numeri. Ferite a morte prova a fare l’operazione inversa: restituire individualità e parola, anche se quella parola è letteraria. Il punto non è “umanizzare” l’assassino. È impedire che la donna sparisca due volte: una nella violenza, una nel racconto.
Lo stesso discorso si intreccia con il sessismo e con le strutture della violenza di genere: non come slogan, ma come contesto in cui certi linguaggi trovano terreno.
Dieci anni dopo: perché l’opera è ancora lì
Nella presentazione della nuova edizione, Serena Dandini e Maura Misiti scrivono — testo ripreso dalla scheda ufficiale Rizzoli — che Ferite a morte si è trasformato in uno strumento di denuncia e di dialogo con le istituzioni. Poi aggiungono la frase che pesa di più: «Purtroppo – e sottolineiamo questo purtroppo – è diventato un classico». Non lo avrebbero voluto. Speravano che le cose cambiassero più in fretta. Sono ancora lì a contare.
Un classico, in questo caso, non è un complimento letterario. È un fallimento collettivo: l’opera resta necessaria perché i femminicidi continuano, perché i segnali di controllo e possesso restano difficili da riconoscere, perché il linguaggio pubblico può ancora assuefare ai numeri. La memoria delle vittime e l’educazione affettiva e culturale non sono corollari: sono il terreno su cui l’eredità del possesso può essere interrotta. Le leggi migliorate non bastano da sole, se la cultura del controllo resta intatta nelle relazioni, nei gruppi di amici, nelle battute che passano per innocue.
Per questo il volume continua a parlare al presente anche quando i nomi nei giornali cambiano. Ogni nuovo caso rischia di cancellare il precedente. Ferite a morte tiene insieme più voci, più contesti, più modi in cui la violenza prende forma: non per creare una lista dell’orrore, ma per mostrare un pattern culturale che altrimenti appare ogni volta come eccezione.
Casa dolce casa e la violenza nel lockdown
Casa dolce casa non è un capitolo generico sulla pandemia. È un monologo che mette in scena un paradosso: la casa, luogo che dovrebbe proteggere, può diventare spazio di isolamento, controllo e convivenza forzata con chi usa violenza. Chiedere aiuto diventa più difficile quando le uscite sono limitate, quando il telefono è controllato, quando i vicini sentono meno o fingono di non sentire. Lo slogan «io resto a casa», ricordano Dandini e Misiti nella presentazione editoriale, non è stato uguale per tutti.
I dati istituzionali aiutano a contestualizzare senza trasformare il paragrafo in un bollettino. Secondo l’Istat, tra marzo e giugno 2020 le chiamate valide al numero di pubblica utilità 1522 (Dipartimento per le Pari Opportunità) sono più che raddoppiate rispetto allo stesso periodo del 2019 (+119,6%). È aumentata anche la richiesta di aiuto via chat. Non significa che ogni chiamata equivalga a un femminicidio: significa che, in quei mesi, le vie di uscita e di ascolto sono diventate ancora più urgenti — e più difficili. Il monologo traduce quel contesto in una scena intima, senza bisogno di citare tabelle: la cifra resta sullo sfondo; in primo piano resta la vita compressa tra le mura.
Perché compare una voce maschile
Nell’edizione aggiornata, l’ultimo monologo è affidato a una voce maschile. Non è un premio di consolazione. È un invito simbolico: la violenza di genere non è «una cosa da donne». Gli uomini possono riconoscere linguaggi e comportamenti, mettere in discussione modelli di possesso e controllo, non restare spettatori nei gruppi di amici, educare, ascoltare senza sostituirsi alle vittime. Intervenire non significa “salvare”: significa non legittimare, non ridere, non minimizzare, non lasciare sola chi chiede aiuto. Evitare toni che colpevolizzano tutti gli uomini indistintamente non significa assolverne qualcuno: significa indicare responsabilità precise, non un’accusa metafisica.
Dandini e Misiti lo dicono senza giri di parole: le ferite a morte non sono frutto di un destino avverso, ma di un’eredità culturale che può essere cambiata. La voce maschile in chiusura non chiude il discorso: lo allarga a chi, spesso, si è sentito esterno al problema.
A chi serve, e con quale attenzione
Non è una lettura leggera. La struttura a monologhi produce un effetto di accumulo: una voce dopo l’altra, senza la fuga del «caso chiuso». Richiede tempo. Può essere utile a insegnanti, biblioteche, gruppi di lettura, percorsi di educazione alla relazione, operatori e operatrici che cercano un testo capace di tenere insieme racconto e documentazione. Non è un manuale clinico né un report statistico: è letteratura civile con schede e contesto. In classe o in un gruppo, può funzionare meglio a brani selezionati, seguiti da discussione sul linguaggio, sui segnali di controllo, sul ruolo degli spettatori — non come “lezione shock”.
Un limite della forma è anche la sua forza: la prima persona teatrale può emozionare fino a far dimenticare che si tratta di ricostruzione. Conviene leggerlo — e proporlo — con chi sappia distinguere arte, fatti e testimonianza. Chi cerca solo «storie vere» documentarie resterà deluso; chi cerca uno strumento per pensare il femminicidio oltre la cronaca troverà un’opera ancora dura e attuale. Non è un “manifesto imprescindibile”: è un lavoro che ha resistito perché il problema ha resistito.
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Di nuovo sul palco
Torniamo alla sedia e alla luce. Il libro non restituisce la vita alle donne uccise. Non può. Può però impedire che il racconto pubblico si fermi all’atto dell’assassino. Finché quella voce — letteraria, teatrale, collettiva — continua a parlare, il femminicidio non resta soltanto un numero aggiornato a fine anno. Resta una domanda aperta su memoria, linguaggio e responsabilità.
Fonti
Scheda ufficiale e materiali Rizzoli su Ferite a morte / Ferite a morte. Dieci anni dopo (edizione marzo 2022; presentazione firmata Serena Dandini e Maura Misiti). Abstract editoriale Rizzoli sull’origine del progetto (Teatro Biondo, Palermo; collaborazione Misiti; aggiornamento schede con Angela Maria Toffanin). Istat: dati sul numero di pubblica utilità 1522 nel periodo marzo–giugno 2020. Dipartimento per le Pari Opportunità (gestione 1522).

