Discorsi d’odio in Italia, Dalle vignette satiriche del Novecento ai discorsi d’odio sui social…
Secondo l’ultimo rapporto del Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite, pubblicato nel dicembre 2024, in Italia persiste un razzismo sistemico che colpisce in modo particolare le persone nord-africane e i loro discendenti (la cosiddetta “seconda generazione”), influenzando profondamente le loro condizioni di vita e il loro rapporto con le istituzioni. A confermare questo quadro è anche l’ottava edizione della Mappa dell’Intolleranza della Fondazione Vox, pubblicata nel marzo 2025, che registra un aumento significativo dei discorsi d’odio sui social e una forte presenza di contenuti razzisti e xenofobi.
Tra le espressioni più ricorrenti emergono frasi come “Torna in Congo”, “Tu non sei italiano”, “Gli stranieri rubano il lavoro ad operai e giovani”, “L’Italia agli italiani”, fino a slogan violenti come “Nero = Ebola. Bruciamoli”. Nonostante gli stranieri rappresentino appena l’8% della popolazione residente, continuano a essere percepiti come una minaccia e come “corpi estranei” indesiderati, come osserva anche Oiza Q. Obasuyi.
Tuttavia, per comprendere meglio e in modo più approfondito il fenomeno del razzismo sistemico in Italia, è pertinente fare un piccolo passo indietro e rivisitare un importante capitolo della storia italiana. Mi riferisco all’emigrazione di massa tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento verso paesi come Argentina, Australia, Brasile, Stati Uniti e altre.
Nel 1861 l’Italia si era appena unificata ed era un paese ancora giovane, fragile nelle sue istituzioni e diviso da forti squilibri regionali soprattutto tra nord e sud. La lingua stessa rappresentava una sfida giacché la maggioranza della popolazione parlava dialetti locali, e solo una minoranza conosceva l’italiano letterario. Inoltre, come la povertà era molto grande, milioni di italiani hanno preso la decisione di immigrare in cerca di migliori opportunità di vita.
Tra le diverse destinazioni, gli Stati Uniti comprendono un caso molto particolare perché in quel contesto sociale, gli italiani venivano descritti come pericolosi, primitivi, sporchi, inadatti alla vita civile e anche portatori di malattie contagiose. A questo punto, notate come queste percezioni altamente negative convergano e assomiglino ai discorsi d’odio contemporanei identificati nella Mappa dell’intolleranza sopra menzionata. In realtà, sembrano quasi delle copione con parole leggermente diverse.
In quel scenario, le diverse vignette satiriche pubblicate su settimanali come The Mascot, Judge Magazine o Life contribuirono a costruire un’immagine collettiva degradante, che giustificò discriminazioni, violenze e persino episodi di linciaggio, come accaduto a New Orleans nel 1891, quando 11 prigionieri italiani in attesa di scarcerazione dopo l’assoluzione in un processo sono stati uccisi.
Alla base di quelle pratiche e rappresentazione dispregiative c’è un’ideologia che sopravvaluta la bianchezza come standard universale di normalità, bellezza, modernità e civiltà. In contrasto, i non bianchi sono costantemente associati ad attributi negativi e considerati appartenenti esclusivamente agli strati più bassi della società.
E così, con la diffusione delle vignette satiriche, si costruiva, si naturalizzava e si rafforzava una percezione collettiva secondo cui gli immigrati italiani, pur essendo una piccola parte della popolazione, rappresentavano una minaccia ed erano corpi estranei indesiderati.
Quella narrazione si basava su un’idea gerarchica di razza che collocava gli italiani in una posizione intermedia, giacché loro non erano neri, ma nemmeno pienamente bianchi. In realtà, la società li definiva come “mezzi neri”. In aggiunta, è rilevante dire anche che, pochi decenni dopo, questa stessa ideologia di suprematismo bianco avrebbe alimentato le leggi razziali del 1938 e la pubblicazione eugenista La Difesa della Razza. In altre parole, questo quadro dimostra come la credenza nella supremazia bianca possa assumere forme diverse nel tempo e persino diventare una politica statale.
Un altro aspetto molto rilevante in questa dinamica è il fatto che in tempi di incertezza economica, tensioni sociali e soprattutto di trasformazioni demografiche, la figura del capro espiatorio svolge una funzione precisa. Convoglia paure diffuse verso un gruppo vulnerabile, semplifica la complessità e offre un nemico facilmente identificabile. Gli italiani, poveri, numerosi, culturalmente “altri”, divennero il contenitore ideale per ansie che non avevano nulla a che fare con loro. La loro marginalizzazione non rispondeva a fatti, ma a bisogni simbolici della società americana dell’epoca.
Oggi, in Italia, la stessa funzione viene proiettata sui giovani di origine nordafricana, ma non perché rappresentino una minaccia reale, ma perché incarnano le paure, le insicurezze e le tensioni di un Paese che fatica a riconoscersi come società plurale. In questo senso, un esempio emblematico è quello di Paola Egonu, una delle atlete più talentuose della pallavolo mondiale.
Nonostante i successi, le medaglie e il ruolo centrale nella nazionale italiana, Egonu è stata ripetutamente bersaglio di insulti razzisti sui social. Commenti come “non sei italiana”, “vai a giocare nel tuo Paese”, “non rappresenti l’Italia” rivelano quanto l’idea di italianità sia ancora costruita attorno a un immaginario bianco, omogeneo, esclusivo e escludente.
Il paradosso è evidente giacché una donna nata in Italia, che porta la maglia azzurra, che rappresenta il Paese nel mondo, viene trattata come un corpo estraneo. Esattamente come accadde agli italiani negli Stati Uniti, che pur contribuendo alla crescita economica e culturale del Paese, venivano percepiti come intrusi.
E questo non riguarda solo lo sport. Anche in altri ambiti della vita pubblica emergono gli stessi meccanismi di esclusione. Quando sui social compaiono commenti come “tu non rappresenti i canoni di bellezza italiana, non meriti di partecipare a Miss Italia”, ciò che viene messo in discussione non è soltanto la persona in sé, ma soprattutto la sua legittimità simbolica. È lo stesso schema osservato negli Stati Uniti all’inizio del Novecento, nel senso che, chi non corrisponde all’immaginario dominante viene percepito come un corpo estraneo, qualcuno che occupa uno spazio che non gli spetterebbe. Come dice il cantautore brasiliano Caetano Veloso nella canzone Sampa, “Narciso trova brutto ciò che non è uno specchio”.
Di conseguenza, si osserva che i mezzi di diffusione dei discorsi d’odio di natura razzista, xenofoba e pregiudizievole sono cambiati. In passato erano i giornali settimanali, oggi sono gli onnipresenti social network. In passato si utilizzavano vignette satiriche, mentre oggi si ricorre a meme e post aggressivi e violenti. Tuttavia, il meccanismo e l’ideologia che li alimentano rimangono immutati e così, i discorsi d’odio sui social seguono una logica binaria che non lascia spazio alla diversità e che definisce chi è legittimo e chi no, chi appartiene e chi deve essere respinto, chi merita dei privilegi e chi deve essere marginalizzato.
Per fine, questo scenario ci rivela che, purtroppo, la storia si ripete, seppur con elementi diversi, e la società si dimostra incapace di imparare dagli errori del passato. Invece, li ripete e li amplifica. Per questa ragione, è fondamentale promuovere una prospettiva critica su questo processo, riconoscere le loro radici storiche e cercare di smantellare gli ingranaggi che alimentano e muovono la spirale dell’odio prima che si trasformino, ancora una volta, in verità condivise e indiscutibili.
L’Autore: Luiz Valério P. Trindade è sociologo e ricercatore indipendente. Vive a Roma e si occupa di razzismo digitale, discorsi d’odio sui social e dinamiche di esclusione nelle società contemporanee.
