Ius soli e ius culturae: il dibattito sulla cittadinanza ai figli di migranti in Italia

Si tratta spesso di ius soli, fenomeni che restano nel sottofondo della vita quotidiana. L'aula magna di un liceo romano, giugno 2024. Sedici anni, registro in mano, documenti impilati sul banco: certificato di nascita italiano, carta d'identità con cittadinanza straniera, attestato di frequenza dal primo anno di elementari. La ragazza — nata a Roma, genitori marocchini arrivati negli anni Novanta — aspetta il voto di maturità come i compagni. Ma quando parla di università, la madre le ripete una frase che ha sentito al patronato: «Finché non sei italiana, per molti concorsi sei straniera.»

Non è un dettaglio burocratico marginale. In Italia i figli di migranti nati e cresciuti nel Paese ottengono la cittadinanza quasi esclusivamente per naturalizzazione — un percorso lungo, costoso, soggetto a requisiti di reddito e continuità del soggiorno che molte famiglie faticano a soddisfare. Il dibattito su ius soli e ius culturae chiede se questo modello sia ancora coerente con una società dove un quarto degli studenti delle superiori ha origine migratoria.

Non è una questione di generosità verso gli stranieri. È una questione di appartenenza: chi vive qui da sempre, paga tasse qui, parla italiano come lingua madre — deve aspettare la maggiore età e un iter che può durare anni per essere riconosciuto cittadino?

Ius soli e ius culturae: due proposte, un obiettivo

L'ius soli — «diritto del suolo» — attribuisce la cittadinanza alla nascita nel territorio, con eventuali condizioni aggiuntive (residenza legale dei genitori, scolarizzazione). L'ius culturae — «diritto della cultura» — riconosce la cittadinanza a chi è nato in Italia o vi è entrato da minore e ha completato un percorso scolastico nel Paese.

Le proposte di legge presentate più volte in Parlamento — dall'ultima decade con varianti bipartisan e di opposizione — combinano spesso elementi di entrambi: cittadinanza alla nascita se almeno un genitore ha permesso di soggiorno lungo, oppure dopo almeno cinque anni di scuola italiana.

L'obiettivo dichiarato non è aprire le frontiere, ma allineare il diritto alla cittadinanza al vissuto effettivo: chi cresce italiano senza passaporto italiano vive in una zona grigia di diritti — voto limitato, accesso a certi concorsi, viaggi con visti diversi dai compagni.

Il modello attuale: ius sanguinis e naturalizzazione

L'Italia segue l'ius sanguinis: si trasmette la cittadinanza per filiazione. Chi nasce in Italia da genitori stranieri non comunitari diventa cittadino solo se un genitore ottiene la naturalizzazione prima dei 18 anni, oppure se richiede la cittadinanza dopo i 18 con requisiti di residenza legale continua (almeno dieci anni nel Paese, di cui due immediatamente precedenti la domanda), reddito minimo e assenza di condanne penali. Il costo delle pratiche e l'attesa burocratica — spesso anni — escludono famiglie con lavori precari.

Perché il dibattito divide il Paese

I sostenitori di ius soli e ius culturae invocano coerenza con la realtà demografica: secondo i dati del Ministero dell'Istruzione, oltre 900.000 studenti nelle scuole italiane hanno cittadinanza non italiana o doppia; molti sono nati in Italia. Negare la cittadinanza a chi è scolarizzato qui significa mantenere una categoria di «italiani di fatto» senza pieni diritti politici. Per approfondire, leggi anche Come denunciare un crimine d’odio in Italia: guida passo passo.

I critici temono effetti di «call effect» — attrazione di migranti per parto sul territorio — e sostengono che la cittadinanza debba restare legata a un legame stabile documentato. In realtà, nessuna proposta seria in Italia prevede cittadinanza automatica per figli di turisti o clandestini: le condizioni di residenza legale dei genitori o di scolarizzazione sono sempre parte del pacchetto.

Il dibattito si è polarizzato: da una parte slogan sul «regalo di cittadinanza», dall'altra richieste di riforma presentate e bloccate in Commissione per anni. Nel frattempo, intere generazioni attraversano l'adolescenza con documenti che li segnalano come estranei nel Paese dove sono cresciuti.

Il caso dei «minori stranieri» che non lo sono

La terminologia stessa crea confusione. Un ragazzo nato a Torino, con accento piemontese e squadra del cuore, risulta «straniero» nei registri fino alla naturalizzazione. A scuola può essere vittima di bullismo razzista; in Questura deve rinnovare permessi che i compagni non conoscono. L'identità documentale e l'identità vissuta divergono — e quella divergenza alimenta esclusione. Un tema collegato è Legge Mancino e razzismo: cosa dice e come funziona.

Cosa cambia nella vita quotidiana senza cittadinanza

Senza passaporto italiano, molti diritti restano accessibili ma con attrito. Si può lavorare con permesso di soggiorno. Si può studiare. Ma il voto alle elezioni politiche è riservato ai cittadini. Alcuni concorsi nella pubblica amministrazione e nelle forze armate richiedono cittadinanza. Viaggiare in UE è semplice con permesso di lungo periodo, ma viaggi extra-UE possono richiedere visti che i coetanei italiani non necessitano.

Per le famiglie, il costo delle pratiche di naturalizzazione — centinaia di euro tra bolli, traduzioni, legali — pesa su redditi già bassi. Un ritardo nella rinnovazione del permesso di soggiorno di un genitore può bloccare l'intera pratica del figlio maggiorenne.

Le associazioni come ASGI e NAGA documentano casi di giovani con laurea italiana che non possono accedere a borse di studio o stage riservati a cittadini UE senza ulteriori burocrazie — non per incompetenza, ma per una categoria amministrativa ereditata alla nascita.

La dimensione psicologica

Ricerche sociologiche condotte in Italia su giovani di seconda generazione descrivono un senso di appartenenza spezzata: «italiani per tutti tranne che per lo Stato». Non è un trauma da telegiornale, ma una frizione costante che incide su partecipazione civica e fiducia nelle istituzioni. Approfondisci con Diritti civili in Italia: chi resta escluso dalla cittadinanza reale.

L'Europa confronta l'Italia

La maggior parte dei paesi UE ha modelli più flessibili. La Germania riconosce la cittadinanza a chi è nato da genitori con legalità di soggiorno da anni; la Francia combina ius soli modificato e naturalizzazione accelerata per chi è scolarizzato. Il Portogallo e la Spagna prevedono percorsi per minori nati o cresciuti nel territorio.

L'Italia resta tra gli Stati con maggiore rigidità per la seconda generazione — paradosso per un Paese con invecchiamento demografico e bisogno di manodopera qualificata. Le istituzioni europee, nelle relazioni sui diritti fondamentali, hanno più volte invitato Roma a rivedere le norme sulla cittadinanza per allinearle ai principi di uguaglianza sostanziale.

Il Consiglio d'Europa e il Commissario per i diritti umani hanno criticato la durata eccessiva della naturalizzazione e la vulnerabilità dei minori senza cittadinanza in caso di irregolarità dei genitori — rischio di apolidia di fatto.

Non è solo questione migratoria

Anche figli di italiani all'estero ottengono la cittadinanza per trasmissione, ma il dibattito interno riguarda soprattutto chi è qui fisicamente: la domanda è se il territorio e la scuola italiana continuino a non contare quanto il sangue.

Le proposte in Parlamento: avanti indietro

Dalla proposta di legge Cittadinanza (ddl 286) del 2015 — approvata alla Camera e arenata al Senato — alle iterazioni successive, il percorso legislativo è stato segnato da crisi di governo, cambi di maggioranza e mobilitazioni in piazza («Senza cittadinanza», campagne studentesche).

Le versioni più recenti hanno introdotto requisiti più stringenti rispetto al ddl originale — risposta alle critiche sul «regalo» — ma non hanno superato l'ostacolo politico. Nel 2023 e 2024 nuove iniziative parlamentari hanno ripresentato varianti di ius culturae con soglie di scolarizzazione quinquennale.

Senza legge, restano solo correzioni puntuali: decreti che semplificano permessi per figli minori, circolari ministeriali su accesso alla scuola. Utili, ma insufficienti a chiudere il gap tra chi nasce italiano di fatto e chi lo è di diritto.

Cosa chiedono le associazioni

ASGI e reti di seconda generazione chiedono almeno un ius culturae dopo cinque anni di scuola italiana, semplificazione delle naturalizzazioni per chi è nato qui, e tutela da espulsioni di famiglie con figli scolarizzati. Non rivoluzioni, ma allineamento alla prassi europea.

Discriminazione e cittadinanza: un legame diretto

La mancanza di cittadinanza non è razzismo in senso stretto, ma interagisce con esso. Chi è percepito come straniero — per cognome, colore della pelle, accento — subisce microaggressioni e discriminazioni sul lavoro e negli affitti. La cittadinanza tardiva amplifica la vulnerabilità: meno strumenti legali, meno senso di appartenenza per denunciare.

L'UNAR registra discriminazioni per origine etnica come categoria dominante nelle segnalazioni. Giovani senza passaporto italiano compaiono in quelle statistiche come vittime di rifiuti e molestie — non perché la legge sulla cittadinanza sia discriminatoria in sé, ma perché mantiene una linea di demarcazione che il pregiudizio sociale sfrutta.

Riformare ius soli e ius culturae non elimina il razzismo. Ma rimuove un binario amministrativo che oggi separa compagni di classe con diritti diversi.

In quell'aula magna la ragazza ha preso la maturità con 92/100. Ha scelto legge all'università. Dovrà ancora aspettare — anni, pratiche, bolli — per il passaporto che i compagni hanno ricevuto a sedici anni.

Il dibattito su ius soli e ius culturae non riguarda abstracti principi giuridici. Riguarda chi cresce italiano senza essere riconosciuto tale, e se un Paese che chiede integrazione sia disposto a riconoscere chi l'ha già vissuta.

Approfondimenti consultati: Ministero dell'Istruzione — Dati alunni stranieri, ASGI — Cittadinanza e diritti dei minori, Normattiva — Legge 5 febbraio 1992, n. 91 (cittadinanza), Consiglio d'Europa — Relazioni su cittadinanza in Italia e UNAR — Discriminazioni per origine etnica.

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