Discriminazioni basate sulla disabilità: perché tante restano invisibili

La consultazione che chiede di dare un nome

Davanti allo schermo, la domanda sembra semplice: «Hai mai subito una discriminazione basata sulla disabilità?». Il cursore resta un attimo sulla risposta «No». Non perché la risposta sia certa, ma perché dare un nome a ciò che è accaduto è spesso la parte più difficile. Poi torna in mente un colloquio di lavoro finito troppo in fretta, dopo la frase sulla condizione di salute. Una visita in ambulatorio in cui si è parlato più al familiare che a chi era presente. Un autobus con pedana fuori uso e il «prossimo» detto senza alternative. Un modulo online che non si riesce a compilare senza assistenza. Un affitto che «proprio adesso» non è più disponibile.

Non è una testimonianza con nome e cognome. È una scena composita, fatta di gesti che molti riconoscono. Il punto non è inventare un caso. È mostrare quanto sia difficile, sul momento, chiamare discriminazione ciò che è già stato archiviato come sfortuna, disservizio o «cose che capitano».

È anche su questo scarto — tra ciò che accade e ciò che riesce a essere nominato — che si innesta la Terza Consultazione Pubblica 2026 dell’Agenzia Nazionale Anffas contro ogni forma di discriminazione basata sulla disabilità «Prof.ssa Maria Rita Saulle». Sul sito ufficiale Anffas, l’iniziativa chiede di raccogliere esperienze, segnalazioni, dati e testimonianze sulle discriminazioni basate sulla disabilità in Italia: non per chiudere un dossier, ma per rendere visibile ciò che resta spesso fuori dalle cronache e dalle tabelle.

La consultazione è articolata in cinque versioni. Si rivolge a persone con disabilità, familiari, operatori, responsabili di enti che gestiscono servizi e altri soggetti. Per le persone con disabilità intellettive e disturbi del neurosviluppo è prevista una versione in linguaggio facile da leggere (Easy to Read). I questionari sono compilabili online fino al 30 settembre 2026. Non è un sondaggio elettorale né una fotografia statistica dell’intero Paese: è uno strumento di ascolto strutturato, pensato per orientare azioni di tutela e promozione dei diritti, senza trasformare ogni risposta in una sentenza sul Paese intero.

Il presidente nazionale di Anffas, Roberto Speziale, in un’intervista a Sanità Informazione sulla terza edizione, ha sintetizzato il nodo: le persone con disabilità e i familiari subiscono, nei contesti di vita, «più discriminazioni di quanto si possa immaginare», e stigmi e pregiudizi portano spesso a «non riconoscere e considerare comportamenti discriminatori come tali». Non è una statistica nazionale. È una lettura associativa che spiega perché un questionario non è un dettaglio burocratico: è un modo per trasformare episodi isolati in materiale conoscibile.

Le edizioni precedenti offrono qualche cifra, da maneggiare con cautela. Nella consultazione 2025, Anffas ha dichiarato 1.470 partecipanti. Nella rilevazione 2022-2023, nell’ambito del progetto «AAA – Antenne Antidiscriminazione Attive», avevano risposto oltre mille persone; tra i risultati restituiti pubblicamente, il 64% delle persone con disabilità rispondenti aveva dichiarato difficoltà a ottenere il rispetto dei propri diritti, e il 63% dei familiari aveva detto di aver assistito a episodi discriminatori. Numeri utili. Non universali. Dicono qualcosa di chi ha partecipato, non di tutte le persone con disabilità in Italia.

Quando l’ostacolo sembra solo «come vanno le cose»

Prima di portare all’attenzione un caso, bisogna riconoscerlo. E riconoscere non è immediato.

Un gradino all’ingresso di un ufficio è un ostacolo. Una coda infinita allo sportello può essere un disservizio. Un tono scortese è un trattamento ingiusto. Non tutto ciò che ferisce è, in senso giuridico, discriminazione. Ma il confine si confonde nella vita quotidiana, soprattutto quando l’esperienza si ripete e smette di sorprendere.

La legge 1 marzo 2006, n. 67, che disciplina la tutela giudiziaria delle persone con disabilità vittime di discriminazioni, distingue in modo chiaro. C’è discriminazione diretta quando, per motivi connessi alla disabilità, una persona è trattata meno favorevolmente di una persona non disabile in situazione analoga. C’è discriminazione indiretta quando una disposizione, un criterio o una prassi apparentemente neutri mettono chi ha una disabilità in posizione di svantaggio. Sono considerate discriminazioni anche le molestie: comportamenti indesiderati legati alla disabilità che violano dignità e libertà o creano un clima di intimidazione e ostilità.

Accanto a queste categorie c’è l’accomodamento ragionevole: l’adattamento necessario e appropriato che, senza imporre un onere sproporzionato, permette la partecipazione su base di uguaglianza. Lo richiama la Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità. Lo richiama anche l’ordinamento interno, nel perimetro di azione dell’Autorità Garante nazionale dei diritti delle persone con disabilità. Tra i suoi compiti c’è proprio contrastare discriminazioni e il rifiuto di accomodamento ragionevole.

Nella pratica, però, molte situazioni restano senza etichetta. A scuola, la riduzione dei sostegni può apparire come «organizzazione interna» finché qualcuno non la inquadra come lesione di un diritto. Sul lavoro, un orario rigido, un software inaccessibile o una riunione solo in presenza possono sembrare «regole uguali per tutti», eppure produrre esclusione: qui la discriminazione per disabilità non arriva sempre come un no esplicito, ma come un ambiente che non contempla adattamenti. In sanità, un percorso senza alternative accessibili — tema già raccontato a proposito delle barriere architettoniche negli ospedali e del pronto soccorso accessibile — viene spesso vissuto come incidente tecnico, non come disparità di trattamento. Nei trasporti, «il prossimo» diventa una frase normale. Nell’abitazione, un proprietario che preferisce «qualcuno senza complicazioni» chiude la porta senza alzare la voce. Nella comunicazione digitale, un sito della pubblica amministrazione che non funziona con screen reader o tastiera sembra un problema «di computer». Nella vita sociale, un locale con soli tavoli alti o musica assordante diventa semplicemente «non adatto», e si smette di uscire. Nei rapporti con le pubbliche amministrazioni, una richiesta di accomodamento trattata come favore personale invece che come diritto ripete lo stesso schema: ciò che è strutturale viene restituito come eccezione.

Le discriminazioni basate sulla disabilità possono anche sovrapporsi ad altri fattori — genere, età, origine, condizione economica — e diventare più difficili da isolare. Una donna con disabilità, chi è anziano, chi vive in un piccolo comune con pochi servizi: l’esperienza non è mai solo «una barriera». È un intreccio. E gli intrecci, quando non si nominano, restano più a lungo nella zona grigia del «così vanno le cose».

È qui che la discriminazione smette di sembrare un evento e diventa ambiente. Non urla. Si deposita. E proprio per questo, come abbiamo raccontato a proposito della discriminazione che non sempre urla, è più difficile da contestare: lascia a chi la subisce il compito di dubitare di sé.

Perché segnalare può costare troppo

Anche quando il dubbio diventa certezza, denunciare non è automatico.

C’è chi teme di non essere creduto. Chi ha una disabilità non immediatamente visibile sa quanto costi spiegare, e quanto spesso la spiegazione venga trattata come esagerazione. Chi ha una disabilità intellettiva, psichica o sensoriale può incontrare barriere aggiuntive: linguaggi istituzionali opachi, moduli inaccessibili, colloqui che non contemplano tempi e modalità diverse. La versione Easy to Read di Anffas non è un dettaglio di cortesia: senza accessibilità comunicativa molte esperienze restano fuori anche dagli strumenti pensati per raccoglierle.

C’è chi dipende proprio dalle strutture o dalle relazioni che hanno prodotto il problema. Contestare un servizio socio-assistenziale, un ente gestore, un datore di lavoro o un ambiente scolastico può significare rischiare rappresaglie sottili: meno disponibilità, più controlli, un tono diverso, la paura di «mettere in difficoltà» chi ti aiuta. In questi casi la dipendenza non è debolezza morale. È un vincolo concreto. E spiega perché il silenzio possa apparire, a chi lo vive, la scelta più prudente.

C’è la stanchezza burocratica. Chi ha già percorso pratiche di invalidità civile, riconoscimenti legati alla Legge 104, liste d’attesa e ricorsi interni sa quanto pesi aprire un altro fascicolo. Raccogliere prove — mail, verbale, testimone, foto di un gradino, registrazione di un rifiuto — richiede tempo, energia, a volte denaro. Non sempre si dispone di tutto questo nel momento in cui il fatto accade. A volte il caso sembra troppo piccolo per «fare una causa». A volte sembra troppo grande per affrontarlo da soli.

C’è anche la convinzione che «tanto non cambierà nulla». Non è cinismo da manuale. È memoria: di segnalazioni senza risposta, di scuse senza rimedio, di diritti riconosciuti sulla carta e negati nello sportello. Accanto a questo, c’è chi semplicemente non conosce gli strumenti. Non sa che esistono associazioni legittimate ad agire ai sensi della legge 67/2006. Non sa che Anffas, come altri enti individuati, può intervenire — con le forme previste — a tutela individuale o, in certi casi, collettiva. Non sa che dal 2025 opera l’Autorità Garante nazionale dei diritti delle persone con disabilità, istituita dal decreto legislativo 20/2024: un soggetto indipendente che vigila sul rispetto della Convenzione ONU, riceve segnalazioni, svolge verifiche, formula raccomandazioni e pareri. Può sollecitare accomodamenti ragionevoli. Non garantisce un risarcimento automatico. Non sostituisce il giudice. Può, però, essere un canale concreto, come abbiamo spiegato nella guida sul Garante disabilità.

I familiari e i caregiver entrano in questo calcolo con un peso proprio. A volte spingono a far emergere il problema. A volte frenano, perché temono conseguenze sul servizio da cui dipende il figlio, la figlia, il partner. A volte sono loro a vivere la discriminazione «di riflesso»: esclusione, giudizi, carico amministrativo. Nella prima consultazione Anffas, una quota rilevante di familiari aveva dichiarato di aver assistito a episodi discriminatori; in una restituzione pubblica di quei dati, scuola e università emergevano tra i contesti più citati. Di nuovo: esperienza dei rispondenti, non mappa nazionale. Ma utile a ricordare che la mancata segnalazione non riguarda solo chi è direttamente colpito.

C’è, infine, la solitudine che rende più costoso chiedere aiuto. Quando le reti si assottigliano — tema su cui abbiamo scritto a proposito di quando smetti di chiedere aiuto — anche una segnalazione diventa un atto che richiede risorse relazionali: qualcuno che ascolti, accompagni, creda. Senza quella rete, restare in silenzio può sembrare meno faticoso che spiegare tutto da capo.

Quando le esperienze smettono di restare isolate

Nessun questionario ripara da solo un ascensore, riapre un colloquio o restituisce un anno scolastico perso. Pretendere il contrario sarebbe disonesto.

Eppure raccogliere esperienze cambia qualcosa di preciso: sposta il caso dal registro privato a un materiale confrontabile. Un gradino, una pedana, un rifiuto, una prassi «neutra» che esclude smettono di essere solo il problema di un giorno sfortunato. Diventano uno schema ricorrente. E quando quel disegno comune è documentato, può orientare formazione, advocacy, azioni giudiziarie collettive, raccomandazioni istituzionali.

È questo il senso politico, sobrio, della consultazione Anffas: non celebrare l’associazione, ma mostrare che la conoscenza del fenomeno nasce anche da chi accetta di rispondere «sì» dopo aver pensato «no». Portare all’attenzione un’esperienza discriminatoria contribuisce a un quadro che altrimenti resta frammentato. Esistono più canali — dalla legge 67/2006 alle associazioni legittimate, dalla rete Anffas al Garante — senza garanzia di esito. Ma lasciare ogni fatto nel cassetto della «giornata storta» rende invisibile ciò che, ripetuto, costruisce esclusione.

Torniamo allo schermo. La domanda è ancora lì. «Hai mai subito una discriminazione basata sulla disabilità?». Forse la risposta resta «no», perché davvero non è successo. Forse diventa «sì», con un ricordo preciso. Forse passa da un’esitazione: il tempo necessario a capire che ciò che sembrava normale aveva già un altro nome.

Dare un nome a un’esperienza non la cancella. Impedisce, però, che resti soltanto un inconveniente personale, archiviato e dimenticato. La consultazione resta aperta fino al 30 settembre 2026, in cinque versioni, per chi ha vissuto, assistito o riconosciuto una situazione discriminatoria: persone con disabilità, familiari, operatori, responsabili di servizi, altri soggetti.

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Fonti

Carlo Alberto
Carlo Albertohttps://www.antirazzismo.com
Fondatore di Antirazzismo.com. Si occupa di discriminazioni, diritti umani, linguaggio inclusivo e accessibilità, con l'obiettivo di rendere questi temi più comprensibili attraverso articoli basati su fonti affidabili e approfondimenti.

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