Case della Comunità: perché il target PNRR non basta
Sulla carta le Case della Comunità possono risultare attivate. Nella vita di chi deve entrarci con una carrozzina, capire un modulo del CUP o comunicare senza intermediario, il criterio reale è un altro.
L’accessibilità di una Casa della Comunità non si misura soltanto dal cartello all’ingresso: si misura su chi riesce davvero a usare i servizi.
Al 31 dicembre 2025, secondo il monitoraggio AGENAS sul DM 77/2022, su 1.715 Case programmate solo 66 risultavano complete di servizi e personale conforme agli standard: circa il 4%. Il dato non descrive il target europeo del 30 giugno 2026; descrive quanto fosse ancora distante la piena operatività organizzativa pochi mesi prima della scadenza.
Il nodo resta tra edificio dichiarato operativo e servizio davvero usabile da tutte le persone. Non è una sfumatura: è la differenza tra un indirizzo sul portale e una soglia che si può attraversare senza perdere la visita.
Dopo il 30 giugno 2026 la scadenza europea del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza su queste strutture è trascorsa. Il ministro della Salute, Orazio Schillaci, ha dichiarato all’inizio di luglio che i target previsti sono stati raggiunti e che le Regioni avevano comunicato l’operatività di oltre mille sedi. Sulla carta, il traguardo minimo di almeno 1.038 Case della Comunità «rinnovate e tecnologicamente attrezzate» — fissato dal target M6C1-3 dopo la rimodulazione del Piano — risulta rivendicato come compiuto.
Ma «operativa» e «pienamente utilizzabile da tutte le persone» non sono sinonimi. È su quella distanza che si gioca la vita quotidiana di chi ha una disabilità, di chi è anziano, fragile, caregiver, o semplicemente dipende da un servizio di prossimità che funzioni senza ostacoli nascosti.
Le Case della Comunità, nel disegno del Ministero della Salute e del decreto ministeriale 77 del 2022, dovrebbero essere il cuore della sanità territoriale: luoghi dove trovare assistenza sanitaria, sociosanitaria e, in teoria, un raccordo con i servizi sociali. Hub e spoke, presenza medica e infermieristica, Punto Unico di Accesso, valutazione multidimensionale: il modello è ambizioso.
Il cittadino, però, non legge gli allegati del DM. Conta se arriva, se capisce dove andare, se riesce a prenotare, se qualcuno lo ascolta nella sua lingua e nel suo tempo.
I numeri ufficiali raccontano piani diversi. Sul portale PNRR Salute l’investimento M6C1 I1.1 destina due miliardi di euro alle Case della Comunità e indica il traguardo finale del 2026: almeno 1.038 strutture rinnovate e attrezzate. La rimodulazione approvata dal Consiglio dell’Unione europea l’8 dicembre 2023 aveva abbassato il target minimo comunitario da 1.350 ad almeno 1.038, a causa dell’aumento dei costi di costruzione, lasciando alle Regioni la possibilità di completare la programmazione più ampia con fondi aggiuntivi.
AGENAS, nel Report nazionale di monitoraggio del DM 77/2022 relativo al secondo semestre 2025 — dati al 31 dicembre 2025, pubblicati a marzo 2026 — fotografa un altro strato della realtà. Su 1.715 Case programmate (CIS ed extra-CIS), 781 risultano con almeno un servizio attivo, comprese sedi provvisorie. Solo 66 risultano complete rispetto agli standard del decreto, con tutti i servizi obbligatori e presenza medica e infermieristica conformi. Circa il 4% del totale programmato.
Il report precisa un punto spesso confuso nei titoli: la verifica delle condizionalità PNRR spetta all’Unità di missione del Ministero, non al questionario AGENAS sui servizi del DM 77. Due strumenti, due domande, due significati della parola «attiva».
Questa discrepanza non è un vezzo da addetti ai lavori. Significa che una struttura può essere rendicontabile per Bruxelles come rinnovata e attrezzata, o dichiarata operativa dalle Regioni per chiudere la documentazione amministrativa, e allo stesso tempo non garantire ancora i servizi e il personale previsti dal modello organizzativo nazionale.
A fine 2025, secondo le sintesi del monitoraggio riprese da fonti istituzionali e di settore, solo 204 Case dichiaravano presenza medica conforme agli standard e 216 presenza infermieristica adeguata. Non è polemica: è il confine tra edificio e servizio.
Schillaci stesso, rivendicando il target, ha ammesso che «la vera sfida non è aprire le strutture, ma farle funzionare ovunque nella penisola». Su quel «funzionare» si innesta la questione dell’accessibilità sanitaria: muri nuovi non bastano se i servizi restano chiusi a chi ha una disabilità o a chi è fragile.
Va detto con chiarezza: al momento della ricerca, 23 luglio 2026, il portale ufficiale PNRR sulle Case della Comunità risultava aggiornato in data 10 giugno 2025 e non esponeva ancora un cruscotto pubblico dettagliato sul post-scadenza. I numeri più recenti sull’«operatività» dichiarata dalle Regioni arrivano soprattutto da dichiarazioni politiche e da ricostruzioni giornalistiche autorevoli; i dati più granulari sull’effettiva completezza dei servizi restano quelli AGENAS al 31 dicembre 2025. Dove le fonti ufficiali non sono allineate, non si inventa una sintesi rassicurante: si segnala il vuoto e si lavora con ciò che è verificabile.
L’accessibilità, qui, non è un optional architettonico. La Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità, ratificata dall’Italia con la legge 18/2009, riconosce il diritto al migliore stato di salute possibile senza discriminazioni e chiede servizi sanitari accessibili, anche il più vicino possibile alle comunità, comprese le aree rurali. L’articolo 9 tratta l’accessibilità di edifici, trasporti, informazione e comunicazione; l’articolo 25 riguarda la salute.
Costruire Case della Comunità sul territorio dovrebbe, in teoria, avvicinare quel principio. Ma avvicinare un servizio a un quartiere non basta se la porta, il sito, la linea CUP o il linguaggio restano chiusi.
Chi ha già raccontato le barriere architettoniche negli ospedali sa che un ascensore fuori servizio può cancellare una visita. Nelle Case della Comunità il rischio si ripete in scala territoriale. Un ingresso di vetro nuovo può apparire moderno e ordinato; poi la pavimentazione tattile si interrompe prima della soglia, la rampa laterale ha un’inclinazione scomoda, il posto riservato è occupato, il bagno dichiarato «a norma» è troppo stretto, i percorsi interni mancano di indicazioni chiare, l’ascensore non è affidabile. La facciata dice «aperta». Il percorso dice altro.
Non servono scene di fantasia. Bastano i requisiti minimi di un edificio pubblico e la distanza, già documentata, tra norma e manutenzione quotidiana. Una Casa nuova può nascere perfetta sul progetto e diventare ostile il mese dopo, se manca chi controlla gli impianti e chi ascolta le segnalazioni.
L’accessibilità fisica, però, è solo il primo strato. Una persona cieca o ipovedente misura il servizio sui percorsi tattili, sui contrasti, sulle mappe e sulla possibilità di orientarsi senza dipendere da un accompagnatore. Una persona sorda misura la presenza di operatori formati, di video-interpretariato LIS, di sportelli che non obbligano al solo contatto vocale.
Una persona autistica o con disabilità intellettiva misura i tempi di attesa, il rumore, la prevedibilità delle procedure, la disponibilità di spazi quieti e di informazioni in linguaggio comprensibile. L’accessibilità cognitiva — moduli chiari, indicazioni non ambigue, supporto umano paziente — decide se il «Punto Unico di Accesso» è davvero un ingresso o un altro labirinto.
Poi c’è il digitale. Prenotare una visita, scaricare un referto, autenticarsi con SPID, navigare il sito dell’ASL: per molte persone è già metà della cura. AgID monitora l’accessibilità di siti e app della pubblica amministrazione; le dichiarazioni di accessibilità restano un obbligo annuale; dal 28 giugno 2025 l’European Accessibility Act, recepito in Italia, ha rafforzato il quadro sui servizi digitali.
Niente di tutto questo garantisce automaticamente che i sistemi CUP delle Case della Comunità siano usabili con screen reader, da tastiera, con tempi dilatati o con interfacce semplici. Un portale «moderno» può escludere tanto quanto una scala senza corrimano. E quando il digitale fallisce, resta la chiamata allo sportello — se esiste una linea che risponde, se non è solo un albero di opzioni registrate, se qualcuno dall’altra parte ha tempo di ascoltare senza interrompere. Se anche quella via si spezza, resta il caregiver: un lavoro invisibile che tiene in piedi il diritto altrui, spesso senza riconoscimento e senza orari.
Il personale formato non è un dettaglio da organigramma. Una struttura può avere muri nuovi e nessuno capace di gestire una crisi sensoriale, di spiegare una terapia senza gergo, di riconoscere un bisogno di mediazione culturale o di accomodamento ragionevole.
Il decreto legislativo 62/2024, nel solco della Convenzione ONU, spinge verso progetti di vita individuali e rimozione di barriere nei contesti. La sanità territoriale dovrebbe essere uno di quei contesti. Se nelle Case manca continuità tra sanitario e sociale — se il Punto Unico di Accesso esiste sulla carta ma non collega davvero i percorsi — la persona con disabilità o non autosufficiente torna a spezzare la propria giornata tra sportelli che non si parlano.
Restano i territori. Il monitoraggio AGENAS ha già mostrato squilibri: a fine 2025 la maggioranza delle poche Case pienamente complete si concentrava in alcune Regioni del Nord, mentre altre risultavano ancora senza strutture allo standard pieno.
Trasporti pubblici assenti o discontinui, distanze rurali, frequenza degli autobus, marciapiedi spezzati: la raggiungibilità della sede è parte dell’accessibilità, non un problema «di fuori». Chi ha scritto sui problemi quotidiani delle persone con disabilità lo ha già visto fuori dagli ospedali: uscire di casa può diventare un progetto. Una Casa della Comunità lontana da una fermata accessibile ripete quella esclusione con un altro nome.
Niente di tutto questo autorizza a liquidare il PNRR come fallimento automatico, né a celebrarlo come missione compiuta. Costruire e attrezzare oltre mille sedi in pochi anni è uno sforzo infrastrutturale reale. Dichiarare il target raggiunto chiude una fase amministrativa europea.
Ma l’accessibilità reale dipende insieme da struttura, organizzazione, comunicazione, tecnologia, personale, continuità assistenziale e possibilità concreta di raggiungere il servizio. Finché quei pezzi non stanno insieme, «Casa della Comunità» rischia di restare un indirizzo più che un diritto esercitabile.
La domanda utile, dopo il 30 giugno, non è soltanto quante strutture sono state conteggiate. È chi può entrarci senza perdere la visita; chi capisce le indicazioni senza dover abbassare lo sguardo; chi prenota senza un parente che fa da intermediario permanente; chi riceve assistenza senza dover dimostrare, ogni volta, di avere diritto a esistere in quello spazio.
Su questo terreno i dati AGENAS sul personale e sui servizi incompleti, le dichiarazioni di target raggiunto e i silenzi ancora presenti nei cruscotti pubblici vanno letti insieme — non confusi.
Nei prossimi mesi il giudizio quotidiano sarà ordinario, non cerimoniale: orari rispettati, impianti funzionanti, siti usabili, operatori formati, raccordo socio-sanitario, differenze territoriali che si restringono invece di dilatarsi.
L’antirazzismo e la lotta all’abilismo si incontrano qui senza bisogno di slogan. Escludere qualcuno da un servizio essenziale perché il corpo, i sensi, la mente o la connessione non «entrano» nel progetto è una gerarchia pratica. Le Case della Comunità erano state pensate per avvicinare la cura. Ora tocca verificare se avvicinano anche chi, da sempre, paga di più lo scarto tra promessa e soglia.
Il nodo resta tra edificio dichiarato operativo e servizio davvero usabile da tutte le persone. Il target può chiudersi in una relazione a Bruxelles; l’accessibilità si apre — o resta chiusa — ogni mattina, davanti a una porta, a uno schermo, a una voce allo sportello. Finché quella soglia resterà selettiva, il conteggio delle Case dirà solo una parte della storia.
Una Casa della Comunità dovrebbe avvicinare davvero la cura a chi ne ha bisogno. Se anche un solo cittadino continua a incontrare ostacoli — una rampa, un modulo, un silenzio allo sportello — il lavoro sulla sanità territoriale non può dirsi finito.
Approfondimenti consultati: Ministero della Salute / PNRR Salute — Case della Comunità e presa in carico della persona (target ≥1.038), Ministero della Salute — Portale PNRR Salute, scheda Case della Comunità (id 5801), AGENAS — Monitoraggio DM 77/2022 (Missione 6 Salute), Sintesi Report AGENAS DM 77/2022 — II semestre 2025 (dati 31/12/2025), Askanews — Schillaci: raggiunti i target PNRR sulle Case di comunità (1 luglio 2026), Italpress — Schillaci su Case di comunità e comunicazione Regioni (1.056), Nazioni Unite — Convenzione sui diritti delle persone con disabilità (artt. 9 e 25), Normattiva — Decreto legislativo 3 maggio 2024, n. 62 (riforma disabilità), AgID — Monitoraggio accessibilità siti e app PA e Gazzetta Ufficiale — DM 23 maggio 2022, n. 77 (modelli assistenza territoriale).
