Cyberbullismo cosa fare: cyberbullismo: cosa fare quando cancellare non basta
Molti adulti pensano che spegnere il telefono, bloccare un profilo o cancellare una chat risolva tutto. Spesso è il primo riflesso — e il primo errore. Quello che sparisce dallo schermo resta nei server, nei dispositivi di chi ha inoltrato, nella memoria di chi ha già visto. Per chi subisce, «spegnere» non spegne l'umiliazione: toglie solo le prove.
Il cyberbullismo non è una lite online. È pressione, aggressione, ricatto, denigrazione o messa in ridicolo reiterata, realizzata tramite rete, in danno di un minore — o della sua famiglia — con l'intento di isolare. La legge 71 del 29 maggio 2017 lo dice nero su bianco; la legge 70 del 17 maggio 2024 ha allargato il quadro al bullismo «offline» e ha irrigidito i doveri della scuola. Sapere cosa fare, in ordine, cambia l'esito più di qualsiasi slogan. Il tema delle cyberbullismo cosa fare attraversa proprio situazioni come questa.
Immaginate una ragazza di quattordici anni, seconda superiore, periferia di una città media del Centro Italia. Alle undici di sera, mentre i genitori guardano il telegiornale, sul gruppo WhatsApp della classe appare un video montato con la sua faccia e una voce che non è la sua. Tre amici inoltrano. Dodici visualizzano. Lei apre, chiude, riapre. Il primo impulso è cancellare la chat. La madre, se lo sapesse, direbbe «blocca e basta». Quella notte, invece, una cugina più grande le sussurra l'unica cosa utile: screenshot con data e ora, salva il video, non uscire dal gruppo finché non hai tutto.
Da lì parte una guida concreta — non un elenco di buoni propositi.
Il primo passo non è la Questura. È la conservazione. Prima di segnalare, bloccare o chiedere la rimozione, documentare: screenshot in cui si vedano mittente, data, ora e contesto del messaggio; URL completi se il contenuto è su Instagram, TikTok, Telegram o un sito; copie dei file video o audio su un supporto esterno o su un cloud della famiglia; nomi di chi ha condiviso e di chi ha assistito. Senza questo materiale, scuola e forze dell'ordine lavorano al buio. Con questo materiale, il percorso accelera.
Se hai compiuto quattordici anni, la legge 71/2017 ti consente di chiedere — da solo o con chi ne ha la responsabilità genitoriale — l'oscuramento, la rimozione o il blocco del contenuto lesivo al gestore della piattaforma. Se entro ventiquattro ore non c'è riscontro adeguato, puoi rivolgerti al Garante per la protezione dei dati personali. Non è una formalità: è uno strumento pensato proprio per i minori. I genitori dei under 14 devono presentare loro l'istanza.
In parallelo, non in alternativa, entra la scuola. Ogni istituto deve avere un docente referente per il bullismo e il cyberbullismo, team antibullismo e procedure nelle Linee di orientamento del Ministero dell'istruzione e del merito. Il dirigente che viene a conoscenza di episodi ha l'obbligo di informare i genitori dei minori coinvolti e di attivare i percorsi previsti. Minimizzare («sono ragazzate», «è solo internet») non è discrezione: espone l'istituto e lascia sola la vittima. Chiedere per iscritto — mail al dirigente con allegati e richiesta di verbale — crea una traccia che un colloquio verbale spesso non lascia.
Quando il contenuto integra minacce, diffamazione, estorsione, violenza sessuale, istigazione all'autolesionismo o altri reati, la strada penale esiste indipendentemente dalla scuola. La Polizia Postale e delle Comunicazioni gestisce i reati telematici; si può presentare denuncia in Questura, ai Carabinieri o tramite i canali online della Polizia di Stato. Portare le prove ordinate, non un telefono caotico da «guardare un attimo». Per emergenze che coinvolgono minori — rischio immediato, idee di suicidio, violenza in corso — il 114 Emergenza Infanzia è attivo h24, anche in chat e WhatsApp.
La Società Italiana di Pediatria, nel 2026, ha ribadito ciò che clinici e famiglie già sapevano in modo frammentario: la cybervittimizzazione si associa in modo significativo ad ansia, depressione, disturbi del sonno e, nei casi più gravi, a ideazione suicidaria con un rischio sensibilmente più alto rispetto ai coetanei non esposti. Non è retorica. È salute pubblica. Per questo la legge 70/2024 chiede alle Regioni servizi di sostegno psicologico per le scuole e istituisce la Giornata del rispetto il 20 gennaio, in memoria di Willy Monteiro Duarte: un segnale istituzionale che il rispetto non è optional educativo.
Cosa non fare, perché costa caro. Non confrontare da soli l'aggressore in chat «per chiarire»: spesso alimenta lo spettacolo. Non condividere il contenuto «per far vedere quanto è grave»: si diventa veicolatori. Non cancellare tutto «per dimenticare» prima di aver salvato. Non aspettare che «passi da solo»: il cyberbullismo vive di ripetizione e di pubblico. Non accusare la vittima di aver provocato — tono che molte famiglie usano senza rendersene conto e che chiude la porta all'aiuto.
Per i genitori, il ruolo non è da poliziotti digitali né da amici confusi. È da adulti che ascoltano senza giudicare la prima frase, che chiedono «posso vedere?» invece di sequestrare il telefono, che accompagnano a scuola e, se serve, in Questura. Documentare insieme. Chiedere al referente antibullismo i passi previsti. Se la scuola non risponde, solleciti scritti, esposto al dirigente, e — nei casi gravi — segnalazione alle autorità indipendentemente dall'istituto. La responsabilità civile dei genitori di chi agisce online esiste: il codice civile e, più di recente, i richiami nei contratti di servizi di comunicazione elettronica ricordano che i danni cagionati dai figli minori in rete non sono «virtuali» per la legge.
Per gli insegnanti e i dirigenti, le prime ventiquattro ore contano. Ascolto privato della vittima, non interrogatorio in classe. Documentazione interna. Attivazione del team. Contatto con le famiglie. Valutazione se il fatto richiede segnalazione alle forze dell'ordine. Evitare la vittimizzazione secondaria: non far raccontare l'episodio dieci volte a dieci adulti diversi senza protezione. Integrare l'ePolicy — il documento sulla sicurezza in rete — nel Piano triennale dell'offerta formativa non è burocrazia da scaffale: è la mappa che dice alla comunità scolastica cosa fare quando arriva il messaggio alle undici di sera.
Il decreto legislativo 99 del 2025 ha chiesto all'ISTAT una rilevazione biennale su bullismo e cyberbullismo, con relazione alle Camere entro fine 2026. È un segnale: lo Stato ha smesso di trattare il fenomeno come aneddoto. Ma i numeri ufficiali arriveranno dopo. Le famiglie e le scuole devono agire prima, sul singolo episodio.
Torniamo alla ragazza del video montato. Con gli screenshot e il file salvato, la madre scrive al dirigente la mattina dopo. Il referente antibullismo apre il protocollo. In parallelo, la ragazza — quattordici anni compiuti — chiede alla piattaforma la rimozione; dopo il silenzio delle ventiquattro ore, arriva l'istanza al Garante. Il video sparisce dai feed pubblici in pochi giorni. A scuola restano sanzioni educative e un lavoro sul gruppo classe. Non è un lieto fine da film: è un percorso in cui le prove hanno contato più delle urla.
Non tutti i casi finiscono così. A volte l'autore resta anonimo, a volte la scuola arriva tardi, a volte il trauma chiede mesi di supporto. Ma la differenza tra «non so cosa fare» e «so i primi tre passi» è enorme. Salvare. Segnalare a scuola. Usare rimozione, 114 e, se serve, Polizia Postale. In quest'ordine, o in parallelo quando il rischio è alto — mai nell'ordine inverso di cancellare e sperare.
In molti contesti, le cyberbullismo cosa fare restano sottovalutate pur avendo un impatto concreto sulle persone coinvolte.
Spegnere lo schermo non spegne il danno. Lo spegne, o almeno lo limita, chi conserva le prove, chi scrive al dirigente invece di soltanto telefonare, chi conosce il 114 e la Polizia Postale prima che servano. Il cyberbullismo vive di pubblico e di ripetizione: interromperlo è un atto concreto, non un discorso sulla rete «cattiva».
Tre cose da sapere. Uno: salvare screenshot e file prima di bloccare o cancellare. Due: a quattordici anni puoi chiedere tu la rimozione ai gestori e, dopo ventiquattro ore, al Garante. Tre: scuola e forze dell'ordine non sono alternative — nei casi gravi lavorano insieme, e la vittima non deve scegliere da sola quale porta bussare.
FAQ – Domande frequenti
Cosa fare subito se un ragazzo subisce cyberbullismo?
Prima di tutto salvare prove (screenshot con data/ora, URL, file). Poi segnalare al referente antibullismo e al dirigente. In parallelo: chiedere rimozione alla piattaforma; se under 14, agiscono i genitori. Per emergenze: 114. Per reati: Polizia Postale o Questura/Carabinieri. Per approfondire, leggi anche Bullismo razzista a scuola: come riconoscerlo e cosa fare.
A chi chiedere la rimozione di un contenuto online?
Al gestore del social o del sito. Dai 14 anni il minore può farlo anche da solo. Se non c'è risposta adeguata entro 24 ore, si può rivolgere al Garante per la protezione dei dati personali.
La scuola è obbligata a intervenire sul cyberbullismo?
Sì. Deve avere referente e procedure antibullismo; il dirigente, se viene a conoscenza di episodi, informa i genitori e applica le Linee di orientamento del Ministero. In caso di silenzio, solleciti scritti e, nei casi gravi, denuncia indipendente dalla scuola.
Quando chiamare il 114 o la Polizia Postale?
Il 114 Emergenza Infanzia per rischio immediato, ideazione suicidaria o violenza in corso su minori (anche chat/WhatsApp). La Polizia Postale quando ci sono minacce, diffamazione, ricatti, estorsione o altri reati telematici: portare prove ordinate in Questura o ai Carabinieri.
Approfondimenti consultati: MIUR — Quadro normativo bullismo e cyberbullismo (L. 71/2017 e L. 70/2024), Normattiva — Legge 29 maggio 2017, n. 71, Normattiva — Legge 17 maggio 2024, n. 70, Garante Infanzia — Guida cyberbullismo: come difendersi, Dipartimento per le politiche della famiglia — Guida cyberbullismo per genitori, 114 Emergenza Infanzia, Polizia Postale — Reati telematici e Società Italiana di Pediatria — Cyberbullismo e salute in età evolutiva (2026).
Un tema collegato è Bullismo e cyberbullismo in Italia: perché non sono “cose da ragazzi” ma una crisi sociale.
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