Home Discriminazione e Barriere «Non vengo, ho già un impegno»: la vergogna della povertà

«Non vengo, ho già un impegno»: la vergogna della povertà

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Il tavolo è pieno. Il telefono, davanti, può tenere la frase che non è stata detta.

Come la vergogna della povertà entra in un messaggio qualunque

La quota della gita va versata entro venerdì. Nel gruppo della pizza c’è già un orario, e sotto l’invito di compleanno qualcuno ha scritto «anche piccolo», dando per scontato che piccolo sia alla portata di chi legge. Chi può risponde con un sì. Chi non può, se dice il motivo, mette in chat un’informazione che nessuno ha chiesto e che poi resta lì, visibile, per il resto della serata: i soldi, questo mese, non ci sono. Al suo posto circola una frase più comoda. Non vengo, ho già un impegno. Non mi interessa. Sono stanco. Nessuno, di solito, chiede il seguito: la frase è fatta apposta per non averne uno. Gita, pizza e compleanno, poi, capitano spesso nello stesso mese, e quella frase li copre tutti e tre senza doverne inventare un’altra. Ci si mette la giacca di sempre, raccontata come una preferenza: il prezzo non entra in conversazione, né in classe né più avanti. Eurostat, per il 2025, conta in Italia un 5,9% di persone che non può permettersi di incontrare familiari o amici per bere o mangiare insieme almeno una volta al mese, e un 10,7% che non riesce a svolgere con regolarità un’attività di svago fuori casa a pagamento. Nell’indagine europea sui redditi e le condizioni di vita sono quella pizza, quel caffè, quella cena che non sta nel conto. Un impegno già preso chiude la conversazione; una rinuncia per denaro la riapre, perché costringe gli altri a ricalibrare il locale, il contributo, il piano. La vergogna della povertà sta in mezzo, e non finisce con la scuola. Con gli anni la gita diventa la cena tra colleghi a fine progetto, l’aperitivo dopo la riunione, il weekend di cui si parla da mesi, il regalo che dovrebbe stare all’altezza del tavolo, la settimana di ferie che nel calendario del gruppo ha già un mese e manca solo di capire chi viene. Nell’invito dell’ufficio il prezzo spesso non compare. Si dà per scontato che un adulto con uno stipendio possa permetterselo, e chi non può — un turno pagato a scadenza, un affitto, una bolletta appena addebitata — se lo tiene. Lo stesso vale per il regalo «anche piccolo», quando quel mese il piccolo è già stato deciso da un’altra spesa, e per la vacanza di cui si parla come se l’unica incognita fossero le date.

Alla terza assenza il gruppo non vede più il contratto, l’affitto, il figlio, la bolletta. Vede uno che non viene: dire «questo mese no» tiene il conto in chiaro, dire «ho già un impegno» tiene il posto. A quarant’anni la prima suona come un fallimento personale, e quasi nessuno ha voglia di essere la persona per cui si cambia ristorante.

L’Istat, per il 2024, stima oltre 5,7 milioni di persone in povertà assoluta, il 9,8% dei residenti, e poco più di 2,2 milioni di famiglie, l’8,4%, quote stabili rispetto all’anno prima. Tra i minori l’incidenza è la più alta della serie dal 2014: il 13,8%, oltre 1 milione e 283 mila bambini e ragazzi. La povertà relativa, che misura lo scarto dal tenore di vita prevalente e non soltanto il paniere minimo, tocca il 14,9% delle persone, oltre 8,7 milioni. Si può restare fuori dalla soglia assoluta e non avere comunque la quota del venerdì. Save the Children, nel rapporto Domani (im)possibili del maggio 2024, lo ha chiesto a 1.496 ragazzi e ragazze di 15-16 anni, margine di errore del 5% al 95% di confidenza. Il 24% dice che i genitori hanno difficoltà economiche a farli partecipare alle gite. Il 23,9% ha iniziato l’anno senza tutti i libri o il materiale. Il 15,1% a volte non esce perché mancano i soldi per un regalo, da mangiare, un biglietto del cinema. Il 37,7% vede i genitori spesso o sempre preoccupati per le troppe spese, e il 43,7% dice di aiutarli: tra questi, l’84,2% lo fa risparmiando e non chiedendo per ciò che non è indispensabile. La gita che non si chiede, in quella casa, è un modo di non aggiungere peso a una preoccupazione che si vede già. Il 7,1% riferisce un passaggio ulteriore: uno o più amici sono stati esclusi dal gruppo perché non avevano abbastanza denaro per le stesse spese degli altri.

La settimana di ferie, quella di cui si parla da mesi, nel 2024 era fuori portata per il 31,4% delle persone. Lo ricorda l’Istat nel Rapporto annuale 2025, insieme al 29,9% che non aveva risorse per una spesa imprevista e al 9,6% che rinunciava ad attività a pagamento nel tempo libero. Sulle spese impreviste il peso non è uguale: 36,2% nelle famiglie monogenitore, 38,7% dove il principale percettore ha meno di 35 anni. Eurostat, l’anno successivo, registra due movimenti che non vanno dalla stessa parte. Chi non affronta una spesa imprevista scende al 25,6%. Chi non può pagare una settimana di ferie sale al 35,7%. Il margine per l’imprevisto si allenta un poco; quello per assentarsi una settimana no. Chi quella settimana non può seguirli non lo dice al gruppo che ha già scelto le date. Dice che ha già un impegno, oppure che quest’anno il mare non gli interessa. Il 7,5% arriva a fine mese con grande difficoltà, un altro 14,9% con difficoltà: non è la soglia della povertà assoluta, è il mese in cui si fa il conto prima di rispondere. Due inviti vicini, e se ne tiene uno, di solito quello a cui si è già detto sì. All’altro si risponde per ultimo, dopo aver sommato cena, regalo e biglietto.

La visita specialistica entra nello stesso conto, anche se non produce un messaggio per il gruppo. Nel 2024, nello stesso rapporto, circa una persona su dieci — il 9,9% — ha rinunciato nei dodici mesi precedenti a una visita o a un esame di cui aveva bisogno. Le liste d’attesa sono la causa più citata, il 6,8% della popolazione; pagare la prestazione è difficile per il 5,3%. Possono convivere nella stessa persona, e non vanno sommate. Nel 2023 la rinuncia complessiva era al 7,5%, nel 2019 al 6,3%. Le donne rinunciano più degli uomini, 11,4% contro 8,3%. Tra i 45 e i 54 anni si arriva al 13,4%, con motivi economici e attese che in quella fascia pesano quasi allo stesso modo; per le donne di quell’età la rinuncia è al 15,6%. Fuori dal questionario resta un «poi»: un controllo che slitta di stagione, un dolore che si impara a chiamare stanchezza. Non c’è una scusa da mandare in chat, perché il gruppo non è stato chiamato a saperlo.

Nel 2025 il 6,8% delle persone in Italia non può spendere quasi ogni settimana una piccola somma per sé; l’anno prima, secondo Eurostat, era il 4,5%. Tra i tredici segnali della deprivazione grave misurata dall’Istat ci sono gli abiti che non si sostituiscono, due paia di scarpe in buono stato, un incontro al mese per mangiare o bere. Sette segnali su tredici sono la soglia della deprivazione grave. Un compleanno si salta prima, quando uno di quei segnali si ripete. Il maglione dell’anno scorso, molto prima di quella soglia, passa già per una scelta di gusto. Le scarpe «vanno ancora bene». Il regalo che non parte diventa una dimenticanza, e il «non mi interessava», a volte, un capo il cui prezzo era già stato speso in bolletta.

A marzo 2026, quando l’Istat ha pubblicato le condizioni di vita del 2025, la quota di persone a rischio di povertà o esclusione sociale risultava in calo: 22,6%, circa 13 milioni e 265 mila, dal 23,1% del 2024. Il rischio di povertà reddituale restava intorno al 18,6%. Chi vive in famiglie a bassa intensità di lavoro scendeva dal 9,2% all’8,2%. La grave deprivazione materiale e sociale, invece, saliva al 5,2% dal 4,6%, più di 3 milioni di persone con almeno sette segnali su tredici. La vergogna della povertà resta poco visibile proprio qui. L’occupazione può migliorare la media mentre cene, ferie, imprevisti e svaghi a pagamento peggiorano, e il titolo che registra il calo non ha un posto per il messaggio lasciato in chat. La Caritas, nel rapporto 2025 Fuori campo, descrive l’esclusione relazionale — poca partecipazione, perdita di riconoscimento, stigmatizzazione, isolamento — come conseguenza della povertà e, insieme, come una delle cause: la distanza, una volta consolidata, toglie anche le relazioni da cui a volte passa un lavoro, un aiuto, un’informazione. Nel 2024 i servizi informatizzati della rete hanno sostenuto 277.775 famiglie; più di una persona su due presentava almeno due forme di disagio insieme, economico e insieme abitativo, sanitario o relazionale. L’impossibilità di pagare un incontro mensile con familiari o amici, misura Eurostat, è passata dal 4,6% del 2024 al 5,9% del 2025. Si salta una volta per non dire il vero. La volta dopo l’invito è già più raro, e il lunedì resta vuoto di cose da raccontare.

Qualcuno mette un pollice. La gita, la pizza, la cena si fanno con un posto in meno. Il tavolo non si scompone, e in agenda quel buco, da fuori, somiglia a una serata già occupata.

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