Giuseppe Bonfatti: quando 46 anni non chiudono il 1944
Due uomini nello stesso bar di Viadana: cambia soltanto quello che ciascuno chiama ancora guerra.
L’8 novembre 1990, in pieno centro, un uomo sulla sessantina invita un altro a uscire. Fuori lo colpisce con una gravina: una sorta di piccone, in una nota descritta come testa senza manico. Poi resta fermo e aspetta i carabinieri, come se il gesto non avesse bisogno di una fuga. Le ricostruzioni, dal basso mantovano a un saggio uscito da Oxford, gli attribuiscono la stessa frase: «Sono tornato apposta per fartela pagare». Si chiama Giuseppe Bonfatti. L’altro si chiama Giuseppe Oppici. Secondo lo storico Philip Morgan, il primo ha sessantasei anni, il secondo sessantotto. Entrambi vengono da Salina, borgata sul Po che oggi si divide tra Pomponesco e Viadana. Per i giornali di quei giorni è un omicidio da prima pagina locale, destinato a cadere presto. Per Bonfatti è un atto dovuto. Per il codice penale è un omicidio.
Non è la storia di un figlio che vendica il padre. Nelle fonti documentate non risulta che Oppici abbia ucciso il padre di Bonfatti. La vendetta, nella versione dello stesso Bonfatti e nelle ricostruzioni più serie, riguarda una rappresaglia del 1944: la casa di famiglia data alle fiamme, con la madre e almeno una sorella picchiate. Il bestiame, nella rimessa, muore: le versioni oscillano tra animale ucciso e animale lasciato bruciare.
Il conto è quello. Resta aperto per quarantasei anni: dal novembre 1944 delle rappresaglie nel basso mantovano al novembre 1990 del bar. Qualche pagina accademica inglese arrotonda a quarantacinque. Morgan lo fa in un passaggio controfattuale: se fosse accaduto allora, scrive, Bonfatti avrebbe usato la pistola. La differenza è di un anno. Per chi ha portato quel volto in un altro continente, un anno non sposta il conto.
Bonfatti, nome di battaglia Remo secondo le ricostruzioni locali, nel 1943 ha diciannove anni. Nell’ottobre, racconta quella stessa linea, è tra i giovani che nel mantovano danno vita a un nucleo antifascista ricordato come Libera Associazione Giovanile. Arrestato, sempre secondo quelle ricostruzioni, per il lancio di volantini. Tre mesi di carcere a cavallo tra il 1943 e il 1944, poi una condanna a cinque anni. Poi, dicono, Fossoli. Il campo vicino a Carpi, in quei mesi, non è un nome astratto: è un campo di polizia e di transito, con politici e rastrellati destinati alla Germania. Le ricostruzioni lo dicono internato lì, e fuggito nel giugno 1944 con un amico, prima di entrare in una formazione Giustizia e Libertà. I registri pubblici consultati non lo nominano in modo autonomo. Resta la pianura: case, corti, nomi di famiglia, una guerra civile diventata metodo a pochi chilometri da casa.
Poco dopo, racconta la stessa linea di fonti, a Bonfatti e ai suoi viene affidato un agguato a un comandante delle camicie nere, Fertonani. L’agguato fallisce. Segue un rastrellamento: trentacinque partigiani arrestati e avviati ai campi, secondo quelle ricostruzioni. Sulla famiglia di Bonfatti si abbatte qualcosa di più stretto. Una squadra entra e appicca il fuoco. Dentro, secondo la cronaca mantovana, ci sono la madre e la sorella. Un’altra versione parla di sorelle. Le donne si salvano. Vengono picchiate. Questo, e non un padre assassinato, è il nucleo che Bonfatti porterà per decenni. Non un mito da partigiano di cartapesta: una casa, dei corpi, un odore di fuoco che il dopoguerra non ha processato.
L’attentato a Fertonani, invece, ha una traccia indipendente. L’ANPI della zona Viadanese registra, per il 26 novembre 1944, l’uccisione di Walter Ghidini, classe 1920, a Bocca Bassa. Un colpo di fucile alla testa, da militari della Guardia Nazionale Repubblicana, «per rappresaglia dopo l’attentato al comandante delle Brigate Nere di San Matteo Omobono Fertonani». La data incastra l’autunno 1944. Dice che intorno a quel comandante la violenza non fu un aneddoto di famiglia: fu un sistema di ritorno.
Colpisci un fascista, brucia una casa, fucila un partigiano, lascia il messaggio sul corpo.
Le Brigate Nere, istituite nel giugno 1944 come milizia del Partito fascista repubblicano, vivevano di volontari e di terrore di prossimità. Nel basso mantovano quella prossimità coincideva con i cortili. Chi incendia una casa sa chi ci dorme. Chi picchia una madre e una figlia non sta «facendo la guerra»: sta insegnando a un paese chi comanda ancora.
Il fascismo italiano non era solo quella milizia. Era uno Stato che, dal 1938, aveva scritto la gerarchia razziale nelle leggi, escluso gli ebrei da scuola e lavoro pubblico, portato la persecuzione fino al rastrellamento e alla deportazione. Quella storia — l’origine del razzismo come costruzione politica, non come «carattere» — sta sullo sfondo, insieme all’antisemitismo di regime. Bonfatti, nel 1990, non uccide Oppici per le leggi razziali. Lo uccide, dice, per una casa in fiamme e per i corpi delle donne della sua famiglia. La fiamma, però, arriva da un regime che aveva già trasformato la differenza in diritto di ferire.
Dopo l’aprile 1945, in Italia, molti miliziani non finiscono in un’aula. Il 22 giugno 1946 Palmiro Togliatti, ministro di Grazia e Giustizia, firma l’amnistia: il decreto presidenziale numero 4. Serve a chiudere la transizione. Chiude anche, di fatto, una parte dei conti. Chi aveva bruciato e picchiato poteva tornare a vivere nello stesso paese in cui chi era stato bruciato e picchiato doveva imparare a lavorare, o a partire. Fiorenzo Angoscini, giornalista bresciano che negli anni Novanta intervistò Bonfatti, riporta la tesi dell’uomo: «nessun giudice o tribunale ha perseguito i suoi aguzzini». Non è una sentenza storica su tutto il dopoguerra. È il modo in cui Bonfatti ha letto la Repubblica: i vinti tornati a vivere, i vincitori tornati a lavorare — o a emigrare.
Emigra in Brasile. Resta decenni. Lavora. Non torna da turista. Quando rientra, nel 1990, ha — secondo Morgan — sessantasei anni e, a sentire lui, un solo incarico. Il tempo, laggiù, non ha archiviato il volto: lo ha tenuto disponibile, come si tiene un indirizzo che non si usa e non si cancella. Delle sue giornate brasiliane le fonti pubbliche dicono poco, oltre il lavoro e l’attesa che lui stesso racconta a chi lo ha ascoltato. Morgan racconta la vicenda così: Bonfatti — nel testo inglese, per un refuso, «Bonfanti» — torna dal Brasile «con lo scopo» di uccidere Oppici. Se fosse accaduto quarantacinque anni prima, scrive, avrebbe usato la pistola. Nel 1990 usa un piccone. In un vicolo di Salina, secondo Morgan. In centro a Viadana, secondo la cronaca locale. Due geografie, la stessa mano.
C’è un altro disaccordo. La stampa mantovana dice che Bonfatti si trova Oppici «per caso — pare» in un bar. Altre ricostruzioni, e le parole a lui attribuite, dicono che era tornato apposta. Le due cose possono convivere: si torna per cercare qualcuno, e poi lo si riconosce dove capita. Oppure una delle due è un ritocco. Resta un fatto. Una volta riconosciuto, non chiama la polizia del 1990: lo invita fuori e lo uccide.
Chi era Oppici, oltre il bersaglio? Le fonti lo dicono ex fascista locale. Un componente della banda, nella prima ricostruzione viadanese. «A capo» di un gruppo di Brigate Nere, in un pezzo successivo dello stesso giornale. Morgan: «tra un gruppo di fascisti» in una spedizione di rappresaglia, novembre 1944. Tre gradini di responsabilità. Il più alto — il comando — è il dato più debole, perché compare in un riassunto e non in un fascicolo. Il più prudente è anche il più onesto: Bonfatti lo identifica come uno di quelli. Una sentenza pubblicata che ricostruisca il 1944 punto per punto, in rete, non c’è. Di Oppici, nel 1990, le fonti pubbliche dicono poco oltre l’età, Salina, e l’accusa che gli viene portata addosso: non abbiamo, qui, una sua voce sul 1944. È un anziano in un bar. Non è un simbolo. È un corpo. Ucciderlo non restituisce la casa, non processa il 1944, spezza una vita e ne mette un’altra in carcere.
Una ricostruzione militante gli attribuisce, in caserma, la formula «prigioniero di guerra». Se la disse, dice più del suo tempo interiore che del diritto. La Repubblica non era più un campo di battaglia, e lui si comportava come se lo fosse: un vestito del 1945 portato nel 1990, senza accorgersi che il tessuto si era sfilacciato.
L’Italia di quella mattina era già un altro Paese. Il Muro di Berlino era caduto da un anno. Il Partito comunista italiano stava smontando se stesso. A Viadana si andava al bar. Bonfatti arrivava con il 1944 ancora acceso. Due calendari, la stessa piazza.
Il processo, secondo Angoscini, si tiene al Tribunale di Brescia. Lo stesso libro parla di una condanna in primo grado a ventiquattro anni. Altre pagine, più deboli, accennano a sviluppi successivi e a una scarcerazione per tumore al cervello. La stampa locale colloca la morte nel 1995, cinque anni dopo il bar. Secondo chi lo frequentò in carcere, non si pentì: restò comunista, scrisse ai compagni di Brescia, tenne l’ideale come si tiene un oggetto che non si può più usare senza far male. Ventiquattro anni, se il dato di Angoscini è esatto, sono la misura che lo Stato dà a un omicidio, non a una rappresaglia del 1944. Quel numero non dice se Bonfatti avesse ragione sul passato. Dice che nel 1990 la violenza privata, anche quando si chiama giustizia tardiva, rientra nel codice. La Repubblica, nel frattempo, si era data altri strumenti contro l’odio pubblico — la Legge Mancino punisce propaganda e istigazione razziale — ma quelli non processano un piccone. Processano un altro tipo di danno: la parola che prepara il branco. Il gesto di Giuseppe Bonfatti sta altrove. È un uomo che ha deciso di essere giudice e carnefice della stessa persona, con quarantasei anni di ritardo.
Non è un eroe. Non è nemmeno un caso da archiviare come follia senile, anche se il romanzo che se ne è ispirato — Rosso nella notte bianca di Stefano Valenti, Feltrinelli 2016 — sposta tutto in Valtellina, cambia i nomi, rende il protagonista allucinato. Valenti lo ha detto: parte da Giuseppe Bonfatti, poi se ne allontana. Il teatro di Giancarlo Piacci, Non ci rovinate il pranzo. Processo a un partigiano, tiene invece il fatto più vicino e lo mette in scena come questione di tempo, perdono, ipocrisia della norma. Sono letture. Non sono verbali.
Nel 1944 una squadra fascista brucia una casa con delle donne dentro. Nel 1990 un ex partigiano uccide un uomo che riteneva responsabile. Il secondo gesto non è il primo con un ritardo: è un omicidio in tempo di pace. Tra le due date c’è la guerra civile, l’amnistia, l’emigrazione, un Paese che preferisce chiamare «passato» ciò che qualcuno porta ancora nel corpo. La famiglia Bonfatti era una famiglia di una borgata padana, non un capitolo coloniale. Il gesto fascista, su quella casa, resta quello: entrare, bruciare, picchiare, insegnare la paura — lo stesso lessico di dominio che il colonialismo e il razzismo italiani hanno lasciato nei linguaggi, anche quando il bersaglio non era «l’altro» d’oltremare.
Quarantasei anni sono una vita lavorativa. Sono figli che nascono e diventano adulti. Sono governi, monumenti, 25 aprile. Sono anche il tempo in cui un volto, se non viene processato, resta disponibile. Bonfatti lo ha tenuto. Oppici, a quanto ne sappiamo, ha vissuto a Viadana come si vive dopo una guerra che il paese ha deciso di dichiarare finita. Un bar, una mattina, due vecchi. Uno dei due non aveva dichiarato finita niente.
Il 1944 fu violenza di regime su una famiglia. Il 1990 fu un omicidio in tempo di pace.
Cosa rimane della guerra, dentro una persona, dopo quarantasei anni?
Approfondimenti consultati: Mantovauno — Viadana, quando Bonfatti uccise Oppici con una gravina, Mantovauno — Dal 1990 a oggi a Viadana, otto omicidi, Philip Morgan — The Fall of Mussolini (Oxford University Press, 2007), cap. 9, Fiorenzo Angoscini — Giuseppe Bonfatti. Partigiano comunista (Colibrì, 2015), Sandro Moiso — recensione ad Angoscini, Carmilla (14 febbraio 2015), ANPI Viadanese Lucia Sarzi — Caduti 1943/45 (Walter Ghidini, Fertonani), CriticaLetteraria — Non ci rovinate il pranzo. Processo a un partigiano (Piacci), Feltrinelli — Stefano Valenti, Rosso nella notte bianca e Gazzetta Ufficiale — Decreto presidenziale 22 giugno 1946, n. 4 (amnistia Togliatti).
