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Controlli di polizia e profilazione razziale: cosa dice il nuovo report europeo e perché riguarda anche l’Italia

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Profilazione razziale nella vita quotidiana
Il report ENAR documenta come controlli e profilazione razziale operino non solo alle frontiere, ma anche nelle stazioni e negli spazi pubblici europei.

Profilazione razziale e controlli di polizia: cosa dice il report ENAR sull'Europa e sull'Italia

Due passeggeri scendono dallo stesso treno regionale al valico di Ventimiglia, entrambi con biglietto valido e carta d’identità in tasca. Uno attraversa il varco con un cenno; l’altro viene fermato, invitato a svuotare lo zaino, a rispondere in una lingua che non è la sua. Cambia soltanto il modo in cui l’agente legge il volto — non il titolo di viaggio.

Quella scena, raccontata da ricercatori sul campo, non è un episodio isolato. È il tipo di quotidianità che il nuovo report dell’European Network Against Racism (ENAR) intitolato Raceless in name only: whiteness and the racial governance of mobility in the European Union («Privi di razzismo solo a parole») mette nero su bianco dopo diciotto mesi di indagini tra giugno 2024 e dicembre 2025. Il lavoro comparativo riunisce sette rapporti nazionali, cinque zone di frontiera — Germania/Austria, Germania/Repubblica ceca, Italia/Francia, Croazia/Slovenia, regione basca — e tre Paesi, Cipro, Francia e Grecia. La profilazione razziale non è il sottotitolo del documento: ne è la trama.

ENAR non parte da un vocabolario accademico distante. Apre con un glossario che rende leggibili termini come blackness, racialisation, whiteness, structural racism, necropolitics, migranticisation. Non sono etichette per seminari: sono chiavi per capire come l’Europa regola oggi chi può muoversi, chi viene fermato, chi viene considerato «fuori posto» anche con documenti regolari. La tesi centrale è netta: la governance migratoria dell’Unione è strutturata da logiche di supremazia bianca ereditate dal colonialismo, che si ripetono nelle leggi, alle frontiere esterne e internalizzate, e nelle pratiche di polizia che molti cittadini razzializzati vivono come routine.

Il report documenta un sistema a due velocità. Chi viene percepito come bianco europeo attraversa spazi, valichi e controlli con fluidità che altri non conoscono. Chi è letto come nero, arabo, musulmano o «migrante» anche quando è cittadino o residente da anni incontra perquisizioni senza motivazione specifica, richieste di documenti più insistenti, trattamenti diversi nello stesso luogo pubblico. Le testimonianze raccolte descrivono controlli in contesti che non sono formalmente di frontiera: stazioni, metropolitane, piazze, autobus interurbani. La profilazione razziale, in questa ricostruzione, non è deriva di pochi agenti inadempienti: è esito prevedibile di un dispositivo più ampio che associa mobilità e sicurezza a gerarchie razziali mai dichiarate esplicitamente nelle norme, ma operative nelle pratiche.

Il contrasto con la risposta europea alla guerra in Ucraina è uno dei passaggi più citati dal report e dalle sintesi italiane, compresa quella pubblicata da Nigrizia il 14 maggio 2026. Quando nel 2022 fuggivano persone ucraine, l’UE attivò in tempi rapidi meccanismi di protezione temporanea, aperture di frontiera, solidarietà diffusa. Quando altri conflitti — o altre rotte — portano verso l’Europa persone da Africa, Medio Oriente o Asia sudoccidentale, la stessa istituzione parla di emergenza, deterrenza, esternalizzazione. ENAR legge questa asimmetria come gerarchia di prossimità e bianchezza: non negando la specificità della guerra in Ucraina, ma mostrando come due categorie di esseri umani in movimento ricevano trattamenti radicalmente diversi. La mobilità non è neutra: è un privilegio distribuito in modo diseguale.

Sul piano giuridico europeo, il report si colloca in un momento di riforma. Dal febbraio 2024 l’UE ha accelerato il cammino verso il Patto europeo su migrazione e asilo, previsto per entrare pienamente in vigore nel giugno 2026, con l’obiettivo dichiarato di uniformare l’area Schengen nel rispetto del principio di non discriminazione. ENAR mette in guardia da un effetto opposto: la normalizzazione di procedure accelerate, detentive e selettive che ampliano i poteri discrezionali delle forze dell’ordine — non solo di frontiera. La preoccupazione delle ricercatrici e dei ricercatori è che il nuovo quadro legali consolidi forme strutturali di profilazione razziale invece di contrastarle. Citano esplicitamente il rischio di un’«abolizione» de facto del diritto d’asilo, dell’esternalizzazione verso Paesi terzi e della riforma del Codice frontiere Schengen che, regolando i controlli sulla mobilità interna, potrebbe rimarcare la condizione diversa di appartenenza delle persone razzializzate.

Perché riguarda l’Italia? Per tre ragioni che il report e la cronaca recente convergono a illuminare. La prima è geografica: il confine italo-francese è uno dei cinque corridoi indagati. Ventimiglia, il Brennero, i valichi alpini non sono solo linee su una mappa: sono luoghi dove associazioni come ASGI e Medici senza frontiere documentano da anni controlli selettivi, respingimenti e violenze. La seconda è istituzionale: l’Italia partecipa pienamente alle riforme europee e ne traduce spesso le logiche in decreti nazionali — dal rafforzamento dei respingimenti all’uso di Paesi terzi come piattaforme di detenzione. La terza è di cronaca: episodi come la morte di Ramy Elgaml, il 19enne ucciso a Milano il 24 novembre 2024 al termine di un inseguimento dei carabinieri, riaccendono il dibattito su uso della forza, controlli e percezione razziale delle forze dell’ordine. Il report ENAR non analizza quel caso specifico, ma offre una griglia per collocarlo: non come anomalia emotiva, ma come estremo di un continuum di sospetto verso corpi letti come non italiani.

Anche il lessico politico italiano entra nel quadro europeo descritto da ENAR. Termini nati in frange estremiste — «remigrazione» in testa — compaiono oggi in programmi governativi e dibattiti parlamentari. Il report osserva che idee di estrema destra non restano confinate: vengono riecheggiate e normalizzate da politiche che ne diventano espressione principale. Non si tratta di equivalenza automatica tra un documento di ricerca e un provvedimento legislativo nazionale. Si tratta di riconoscere un clima in cui la selezione razziale della mobilità e dell’appartenenza diventa pensabile, poi praticabile, poi ordinaria.

La profilazione razziale, nel linguaggio dei diritti, indica l’uso dell’origine etnica, del colore della pelle, della religione o della nazionalità come criterio — esplicito o implicito — per decidere chi fermare, perquisire o sottoporre a controlli più invasivi. La Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea vieta le discriminazioni per motivi di razza, colore, origine etnica o religione. La Convenzione europea dei diritti dell’uomo impone garanzie quando lo Stato esercita poteri coercitivi. La Corte di giustizia dell’UE e la Corte europea dei diritti dell’uomo hanno più volte richiamato gli Stati membri sul divieto di controlli arbitrari. Il Consiglio d’Europa, attraverso il comitato ECRI, ha invitato l’Italia a monitorare i controlli selettivi e a formare le forze dell’ordine sull’antidiscriminazione. Il divario che ENAR fotografa è quello tra principi affermati e pratiche sul campo.

Le ricercatrici e i ricercatori coinvolti — dodici, metà con background migratorio, alcuni con esperienza diretta di discriminazione — descrivono un pattern: la richiesta di documenti cambia tono e insistenza in base all’aspetto fisico; l’europeità viene riconosciuta se incarna una bianchezza implicita; il colore della pelle funziona da presunzione di irregolarità o pericolo. Donne con hijab riportano controlli aggiuntivi in stazione e in aeroporto. Giovani neri nati in Europa raccontano identificazioni ripetute «di routine» che i coetanei bianchi non ricordano nemmeno. Sono storie che l’Italia conosce attraverso inchieste, contenziosi e segnalazioni all’UNAR, ma che raramente producono dati nazionali disaggregati: le forze dell’ordine italiane non pubblicano statistiche sui controlli per etnia percepita, e l’assenza di trasparenza alimenta il dubbio che ogni episodio resti aneddoto finché non si accumulano abbastanza testimonianze da costruire un pattern — esattamente il lavoro che ENAR ha tentato a scala europea.

Il report distingue tra violenza visibile e discriminazione istituzionale silenziosa. La prima fa notizia: un pestaggio in custodia, un respingimento documentato da video. La seconda opera nei corridoi delle stazioni, nei bus notturni, nei varchi aeroportuali, nei centri di identificazione. È la somma di piccoli poteri esercitati senza verbale, senza contenzioso facile, senza testimoni disposti a testimoniare. La discriminazione istituzionale non richiede odio personale: richiede procedure che consentono all’agente di agire su intuizioni non contestate, e un’opinione pubblica che interpreta quei controlli come «necessari» piuttosto che come squilibrio strutturale.

ENAR conclude con due set di raccomandazioni — specifiche per la migrazione e trasversali alla società — che meritano attenzione anche oltre la comunità accademica. Tra le proposte: valutazioni d’impatto razziale obbligatorie per ogni legislazione rilevante; educazione che affronti le responsabilità coloniali europee; finanziamento stabile alle organizzazioni della società civile che monitorano i diritti; raccolta dati su controlli e fermi disaggregati per origine percepita, con garanzie contro usi distorti; canali indipendenti di reclamo accessibili a chi subisce trattamenti differenziati. Non sono rivendicazioni astratte: sono strumenti per rendere misurabile ciò che oggi resta nell’ombra.

Parallelamente al report principale, ENAR ha pubblicato a marzo 2026 il booklet Racial Profiling Practices at EU Internal Borders con PICUM, che raccoglie ulteriori casi ai confini interni dell’Unione. L’insieme del progetto Eroding the Rule of Law: Racism and Migration in Europe colloca la profilazione razziale non accanto al diritto europeo, ma al centro di una crisi dello Stato di diritto: quando la selezione razziale diventa tecnica amministrativa, il principio di uguaglianza formale sopravvive nei trattati e si svuota nella strada.

Per chi legge da Italia, la lezione del report non è che «il razzismo è altrove». Ventimiglia e Milano sono citati indirettamente nel dispositivo europeo; le stazioni italiane compaiono nelle testimonianze aggregate. Il Paese che ha visto sbarcare per anni le rotte mediterranee più dense d’Europa è anche un Paese in cui seconde generazioni raccontano controlli ripetuti andando a scuola o tornando da lavoro. Collegare il report ENAR al dibattito nazionale significa smontare due illusioni: che la profilazione razziale sia un problema solo americano, e che basti condannare episodi estremi senza guardare alle regole che rendono possibile la selezione quotidiana.

Il tono del documento non è scandalistico: è descrittivo e accusatorio nel senso forense del termine, cioè costruito su prove, confronti, ricostruzioni verificabili. La frase di apertura del rapporto — «When you know, you know» — viene letta da Nigrizia come ammissione collettiva: non si può più dire di non sapere. Quando una rete paneuropea di antirazzismo mette insieme sette rapporti e diciotto mesi di campo, il risultato non è un pamphlet: è un monito a mobilitazioni nazionali che chiedono trasparenza sui controlli, formazione antidiscriminatoria reale, non solo moduli a scadenza, e responsabilità quando i dati mostrano disparità sistematiche.

Resta una domanda pratica per le istituzioni italiane ed europee: il Patto su migrazione e asilo del giugno 2026 rafforzerà le garanzie o renderà più rapida e opaca la selezione? ENAR teme la seconda ipotesi. Le associazioni che operano sui diritti — ASGI, Antigone, Lunaria, reti di monitoraggio alle frontiere — chiedono che la riforma sia letta con gli occhi di chi subisce i controlli, non solo con quelli di chi li ordina. Il Contact Center UNAR (800.90.10.10) continua a registrare segnalazioni di trattamenti differenziati; il report europeo suggerisce che quelle voci siano la punta di un iceberg che i numeri nazionali non misurano ancora adeguatamente.

La profilazione razziale non ha bisogno di leggi che la autorizzino con quel nome. Ha bisogno di silenzio sui dati, di poteri discrezionali ampi, di un immaginario che associa certi corpi al sospetto. Il report ENAR offre lessico, comparazione e prove per chiamare le cose con il nome giusto — e per ricordare che l’europeità promessa dai trattati non è ancora distribuita allo stesso modo su tutti i volti che attraversano un binario, un varco, una piazza.

A Ventimiglia il treno è già ripartito quando l'ultimo passeggero fermato rimette i documenti nel portafoglio. Non c'è stato verbale. Non ci sarà statistica. Resta solo la certezza, radicata nella ripetizione, che quel controllo non era casuale.

Il report ENAR non aggiunge un altro titolo alla cronaca: aggiunge un archivio comparativo che l'Italia farebbe bene a leggere prima di firmare come inevitabili le prossime riforme. Finché la profilazione razziale resterà invisibile nei numeri ufficiali, due passeggeri identici continueranno a vivere due Europa diverse sullo stesso binario.

Approfondimenti consultati: ENAR — Raceless in Name Only: Whiteness and the Racial Governance of Mobility in the EU, ENAR — Eroding the Rule of Law: Racism and Migration in Europe (rapporti nazionali), Nigrizia — Razzismo di polizia e profilazione razziale in Europa, Carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea — art. 21 (non discriminazione), Consiglio d'Europa — ECRI (Commissione europea contro il razzismo e l'intolleranza), ASGI — Associazione Studi Giuridici sull'Immigrazione e UNAR — Contact Center antidiscriminazioni.

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