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Bakari Sako: l’omicidio a Taranto tra impunità, caporalato e razzismo non contestato

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Alba nel centro storico di Taranto con bicicletta appoggiata a un muro, omaggio visivo al bracciante Bakari Sako
Bakari Sako percorreva ogni mattina queste strade in bicicletta verso la stazione, diretto ai campi dove lavorava come bracciante.

Bakari Sako: l'omicidio a Taranto tra impunità giovanile, caporalato e un'aggravante razziale ancora assente

Alle 5 di mattina di sabato 9 maggio 2026, Bakari Sako pedala verso la stazione di Taranto. Ha 35 anni, viene dal Mali, lavora come bracciante in un’azienda di Massafra e quella mattina, come tutte le altre, deve prendere il treno per i campi. In piazza Fontana, nel centro storico, un gruppo di sei giovani — quattro minorenni tra i 15 e i 17 anni e due maggiorenni di 20 e 22 — lo accerchia. Lo picchiano, lo inseguono fino a un bar, lo trascinano fuori. Un quindicenne lo colpisce con un serramanico da quindici centimetri: tre coltellate all’addome e al torace. Alle 5:30, quando arriva il 118, Bakari Sako è già morto.

Non conosceva i suoi aggressori. Non c’era stata una lite precedente, un debito, un litigio di quartiere. Secondo la procura, il branco era in giro per Taranto «alla ricerca di qualcuno di vulnerabile da colpire» — una formula che trasforma un omicidio in caccia. Il gip Gabriele Antonaci, nell’ordinanza di convalida del fermo, ha scritto che dai filmati «traspare limpidamente la sensazione di impunità con la quale il branco ha agito»: pestare uno sconosciuto in pieno centro, quasi in orario diurno, senza occultare il volto, senza preoccuparsi delle telecamere. Bakari Sako non è morto per un motivo preciso. È morto perché era lì, da solo, nero, indifeso, mentre andava a lavorare.

Le associazioni antirazziste e alcuni sindacati hanno parlato subito di violenza a sfondo razziale. La famiglia e la comunità maliana hanno chiesto che l’aggravante dell’odio venga riconosciuta. La procura di Taranto indaga su quell’ipotesi, ma a oggi non l’ha ancora contestata formalmente. È il punto che rende il caso più di una cronaca locale: un omicidio che tutti leggono come razzismo, e un sistema giudiziario che ancora ragiona su futili motivi, legittima difesa e «forse solo perché era nero» — come ha scritto il Giornale citando le indagini, «anche se al momento non è contestato l’odio razziale».

La ricostruzione delle telecamere è implacabile. Sako, in sella alla bicicletta, percorre via Garibaldi. Il gruppo lo blocca, lo colpisce con pugni e calci. Lui cerca rifugio nel bar Fontana, si accascia chiedendo aiuto. Il titolare del locale — oggi indagato per favoreggiamento personale — non chiama i soccorritori, non offre protezione: secondo l’accusa lo fa uscire insieme agli aggressori. Il pestaggio continua fuori. Poi arriva un dettaglio che ha scosso la città: un’ambulanza transitò in piazza Fontana alle 5:26, durante o subito dopo l’aggressione, e non si fermò. Il soccorso arrivò alle 5:39, dopo una chiamata al 118 partita alle 5:34. I magistrati devono ancora stabilire se quei tredici minuti avrebbero potuto salvare Bakari. Ma il simbolo resta: una vita che si spegne mentre un mezzo di emergenza passa e prosegue.

Per capire chi era Bakari Sako bisogna uscire da piazza Fontana e andare nei campi. Era arrivato in Italia nel 2017, regolarmente soggiornante, con un permesso legato al lavoro agricolo. A Taranto aveva lavorato in un ristorante, poi il locale chiuse e lui trovò impiego come bracciante. Guadagnava poco, mandava soldi alla famiglia in Mali, viveva in una condizione di precarietà che condivide con migliaia di uomini e donne che ogni mattina attraversano il Sud Italia su treni regionali e furgoni anonimi. Due mesi prima, ad Amendolara, in Calabria, quattro braccianti migranti erano morti in un incidente stradale legato al sistema del caporalato. A maggio, a Taranto, la morte non arriva su un furgone sovraccarico: arriva con un coltello in piazza.

Il caporalato e lo sfruttamento agricolo non sono la causa diretta dell’omicidio di Bakari Sako, ma ne disegnano lo sfondo. Chi lavora nei campi senza rete, senza sindacato, senza contratto stabile, è più esposto a ogni forma di violenza — quella economica e quella fisica. A giugno 2026, a pochi chilometri da lì, i carabinieri del Nucleo Ispettorato del Lavoro di Brindisi hanno arrestato il titolare di una cooperativa che impiegava braccianti tra Brindisi e Taranto: dieci ore al giorno, paghe inferiori alla metà del contratto nazionale, alloggio in un casolare con muffa e servizi non funzionanti, lavoratori costretti a bruciare rifiuti per scaldarsi. Bakari non viveva in quel casolare. Ma apparteneva allo stesso mondo: quello in cui la vita di un migrante vale meno, e la morte fa meno rumore.

I sei indagati raccontano una versione diversa. Il quindicenne ha confessato le coltellate — «L’ho ucciso io, sono molto dispiaciuto» — ma sostiene di aver agito per difendere gli amici, convinto che Sako li stesse aggirando. Gli altri minorenni dicono di non essersi accorti delle ferite. La lite, secondo loro, sarebbe nata perché Bakari li stava riprendendo col telefono. Il gip del tribunale dei minorenni ha escluso l’aggravante dei futili motivi in una fase del procedimento; per tutti resta l’accusa di omicidio volontario. Due maggiorenni — Cosimo Colucci, 22 anni, e Fabio Sale, 20 — completano il branco. La procuratrice del tribunale dei minorenni Daniela Putignano ha detto che i ragazzi sono incensurati «ma provenienti da contesti difficili». Non è una giustificazione. È una diagnosi: violenza che cresce dove lo Stato abdica all’educazione, al lavoro, alla presenza nelle periferie.

Quello che accade dopo l’omicidio è forse più inquietante del delitto stesso. Sui social compaiono messaggi di solidarietà verso i fermati: «Presto libertà fratelli miei», «Siamo cresciuti nel buio, il carcere non ci dividerà». Alcuni post portano la firma «Taranto Vecchia». Il Corriere ha parlato di un clima in cui coesistono sostegno ai minorenni e razzismo esplicito. In uno dei video acquisiti dagli inquirenti, uno dei ragazzi compare con due pistole in una sala slot poche ore prima dell’aggressione. Gli investigatori hanno usato l’espressione «caccia al nero». Non è un’etichetta giornalistica: è il linguaggio dell’accusa.

La procuratrice Eugenia Pontassuglia, in conferenza stampa, ha detto una frase che merita di restare: «Dobbiamo cambiare cultura, dobbiamo cominciare a pensare che la nostra terra non è la terra nostra» e che «tutti coloro che hanno diritto di esserci devono essere rispettati». Sono parole rare da un ufficio che non ha ancora contestato l’odio razziale. Ma rivelano il nodo: in Italia si può ammettere che qualcosa non va nella cultura, e contemporaneamente evitare di chiamare razzismo ciò che le vittime, le associazioni e persino parte delle indagini descrivono come selezione violenta di un corpo nero.

Il ritardo nell’aggravante non è solo tecnico. È politico. La Legge Mancino e l’articolo 604-bis del codice penale prevedono aggravanti per discriminazione e violenza motivata da odio etnico, religioso o nazionale. Applicarle richiede prove del movente — non sempre facili quando l’aggressore non urla insulti razziali davanti alle telecamere. Ma l’assenza di contestazione non significa assenza di razzismo: significa che il sistema giuridico italiano continua a trattare il razzismo come eccezione da dimostrare, non come contesto da leggere. Lo stesso schema che l’ECRI denuncia da anni: norme esistenti, applicazione discontinua, sotto-denuncia strutturale.

Bakari Sako si colloca in una cronologia che il 2026 ha reso insopportabile. A Taranto, a maggio, lui. A Genova, a giugno, ronde contro minori stranieri non accompagnati. A Manfredonia, il 5 luglio, Mohamed — segretario dell’associazione ghanesi in Puglia — aggredito dopo un tamponamento, insultato come «marocchino» e colpito con una bottiglia «perché straniero». Francis Oppong, presidente dell’associazione, ha commentato: «Mohamed è stato più fortunato di Bakari». Tre episodi, tre città, stessa grammatica: corpi letti come bersagli legittimi.

Il silenzio istituzionale ha pesato quanto i coltelli. Nessun esponente di governo ha pronunciato il nome di Bakari Sako nei giorni immediatamente successivi — un vuoto notato da associazioni e dalla Fondazione Feltrinelli, che ha inserito il caso in una «cronologia di razzismo sistemico». Quando un bracciante muore nei campi per un incidente, a volte la notizia dura un giorno. Quando muore accoltellato in centro città da un branco di adolescenti, dovrebbe durare di più. Ma se la vittima è un migrante nero che andava a raccogliere fragole o a potare ulivi, la narrazione pubblica tende a sminuire: «fatto di cronaca», «baby gang», «degrado urbano» — tutto tranne razzismo sistemico.

A Taranto, dopo l’omicidio, associazioni e cittadini hanno organizzato sit-in e manifestazioni. La comunità maliana ha chiesto giustizia e verità sul movente. I magistrati proseguono le indagini su telecamere, telefoni, chat social, sul bar Fontana, sull’ambulanza delle 5:26. Il processo dirà se l’odio razziale sarà riconosciuto o se resterà un’ipotesi «non ancora contestata» — formula che in Italia accompagna quasi ogni omicidio di un migrante non accompagnato da insulti registrati.

Per chi legge Antirazzismo.com, Bakari Sako non è un caso lontano. È la sintesi di meccanismi che conosciamo: precarietà lavorativa estrema, emarginazione urbana, violenza giovanile con senso di impunità, istituzioni lente nel nominare il razzismo. È anche la domanda che la procuratrice ha posto senza rispondere da sola: la terra è «nostra» solo per chi ha il passaporto giusto? Bakari aveva permesso di soggiorno, contratto, treno da prendere all’alba. Aveva diritto di essere lì. Eppure è morto in piazza Fontana come se quel diritto non esistesse — pestato, accoltellato, abbandonato fuori da un bar, mentre una città ancora discute se chiamare razzismo ciò che le telecamere mostrano senza bisogno di commento.

Il quindicenne che ha confessato le coltellate compirà 16 anni pochi giorni dopo l’omicidio. I video delle telecamere mostrano un branco che non ha paura di essere visto. I social mostrano una parte della città che non ha paura di difendere chi ha ucciso. Le istituzioni mostrano, per ora, un’aggravante dell’odio che aspetta ancora di essere scritta negli atti. Bakari Sako aveva 35 anni e andava a lavorare. Il resto — il colore della pelle, il permesso di soggiorno, il lavoro nei campi, la bicicletta nell’alba di maggio — non dovrebbe essere la causa della morte. Ma in Taranto, il 9 maggio 2026, lo è stata.

Alle 5:26 un'ambulanza attraversò piazza Fontana senza fermarsi. Alle 5:39 Bakari Sako era già morto. Tra quei minuti c'è tutta l'Italia che non ha visto, o ha visto e non ha creduto.

Finché l'aggravante dell'odio razziale resterà l'eccezione da dimostrare anziché il contesto da leggere, il prossimo Bakari Sako non dovrà urlare insulti per essere riconosciuto come vittima di razzismo: basterà andare al lavoro in bicicletta, da solo, all'alba.

Approfondimenti consultati: Il Post — Il caso dell'uomo maliano ucciso a Taranto, Sky TG24 — Omicidio a Taranto, il gip sulla sensazione di impunità, Repubblica — Ambulanza durante l'aggressione, video in procura, Corriere — Bakari Sako e i messaggi social dopo l'omicidio, Fondazione Feltrinelli — Cronologia di un razzismo sistemico e Repubblica — Arrestato caporale Brindisi-Taranto, braccianti sfruttati.

Per approfondire, leggi anche Aboubakar Soumahoro: La lotta contro il caporalato e la difesa dei diritti dei braccianti in Italia.

Un tema collegato è Caporalato in Italia: quattro braccianti migranti uccisi ad Amendolara, cosa sappiamo della strage.

Approfondisci con Sentenza Cassazione odio razziale 2025: cosa dice la Cassazione n. 5160 sulla propaganda e la Legge Mancino.

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