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Operazione Militia: propaganda neonazista su Telegram e perquisizioni contro la Terza Posizione

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Operazione Militia: smartphone e laptop al buio, luce bluastra da schermo — metafora della propaganda neonazista online
Operazione Militia: perquisizioni del 9 luglio 2026 contro chi diffondeva odio razziale e antisemita su Telegram e siti web.

Operazione Militia: propaganda neonazista su Telegram e l’odio che si ricostruisce dopo ogni ban

Alle quattro del mattino del 9 luglio 2024, mentre Roma dormiva ancora, la polizia postale bussava a tre porte distanti centinaia di chilometri tra loro. Un venticinquenne di Savona. Un coetaneo di Caserta. Un diciannovenne della periferia romana, zona Tor de’ Schiavi. Nessuno di loro era un personaggio pubblico. Su Telegram e WhatsApp, però, parlavano come se il Paese fosse in attesa dei loro ordini: «Uccidi gli ebrei», scrivevano nelle chat; invitavano i partecipanti a commettere atti di violenza per motivi etnici e religiosi; si dichiaravano fedeli all’ideologia della Terza Posizione e discutevano di armi come di un dettaglio logistico, non come di un tabù.

L’**operazione Militia** — coordinata dalla Procura della Repubblica di Milano, con il Centro Operativo per la Sicurezza Cibernetica Lombardia, il Servizio di polizia postale e le Digos di Roma, Caserta e Savona — non è un episodio isolato di «giovani che esagerano online». È il prosieguo di un’inchiesta avviata nel 2023 che aveva già coinvolto dodici persone per gli stessi reati: propaganda e istigazione a delinquere per motivi di discriminazione razziale, etnica e religiosa commessi attraverso la rete. I tre perquisiti a luglio sono un altro capitolo della stessa storia: l’odio organizzato che si rigenera quando una piattaforma chiude un canale e ne apre un altro con nome diverso.

Secondo quanto ricostruito dagli investigatori e riportato da Il Fatto Quotidiano e la Repubblica, i tre indagati gestivano gruppi dedicati alla propaganda dell’odio razziale — in particolare antisemita — e usavano messaggistica istantanea per aggregare simpatizzanti. Avevano creato siti web: il primo si chiamava «Militia Nationalis», poi sostituito da «Rinascita Popolare italiana». Instagram e altri social avevano chiuso più volte i loro profili per i contenuti violenti; loro avevano continuato altrove. È il ciclo che associazioni e report europei descrivono da anni: la moderazione reattiva non ferma un movimento, lo sposta.

Durante le perquisizioni sono stati sequestrati telefoni, computer, chiavette USB con dati risalenti almeno all’ottobre 2022, ma anche armi a salve e da softair, manganelli, coltelli, bandiere, manoscritti, libri e materiale propagandistico. Il dettaglio delle armi non è scenografia da telegiornale: nelle chat, secondo la polizia, i tre manifestavano «propositi violenti da attuarsi anche con l’uso di armi». Quando l’ideologia non è solo parola, il confine tra virtuale e reale si assottiglia — lo stesso intreccio che inchieste su hate speech e razzismo online documentano in tutta Europa, e che in Italia ha prodotto cronache come le ronde di Genova o l’omicidio di Bakari Sako a Taranto.

La Terza Posizione non è un marchio di moda estremista: è un’ideologia neofascista che mescola nazionalismo etnico, antisemitismo e retorica contro l’«invasione» migratoria. I giovani coinvolti nell’operazione Militia non nascondevano l’appartenenza: nelle conversazioni si definivano esplicitamente vicini a quell’orizzonte politico. Per chi segue il contrasto all’odio in Italia, il dato non è secondario. Non si tratta di commenti isolati sotto un articolo di cronaca, ma di una rete che si auto-organizza, si dà regole interne e produce contenuti pensati per reclutare.

Sul piano giuridico, i fatti contestati rientrano nel perimetro della Legge Mancino e dell’articolo 604-bis del codice penale: propaganda delle idee fondate sulla superiorità o sull’odio razziale ed etnico, istigazione a commettere atti di discriminazione per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi. La differenza rispetto a un insulto singolo è la struttura: gruppi, siti, conversazioni ripetute, inviti espliciti alla violenza. La Cassazione ha chiarito più volte che un post online può integrare tali fattispecie anche senza audience enorme documentata; conta il contenuto, il contesto, la capacità di incitare. Tre chat private con decine di partecipanti che discutono di «uccidere gli ebrei» non sono opinione politica: sono materiale investigativo che la procura di Milano sta analizzando da anni.

L’operazione Militia arriva a pochi giorni dalla prima condanna milanese per insulti razzisti online alla senatrice Liliana Segre — quattro mesi con pena sospesa e risarcimento di 1.500 euro per un hater giudicato con rito abbreviato, altri con messa alla prova e lavori di pubblica utilità. Due facce della stessa medaglia: da un lato chi insulta una sopravvissuta della Shoah sui social; dall’altro chi costruisce infrastrutture di odio antisemita su Telegram. Il sistema penale italiano risponde a entrambi, ma con tempi e risultati diversi. Le perquisizioni del 9 luglio non equivalgono a condanne: sono un passaggio investigativo. Segnalano però che la polizia postale continua a monitorare filoni già aperti, non solo emergenze dell’ultima ora.

Perché Telegram? Perché molti gruppi estremisti lo usano come rifugio quando Facebook e Instagram chiudono account. Crittografia, canali grandi, moderazione debole rispetto ad altre piattaforme: non è il male in sé, ma uno strumento che estremisti sfruttano consapevolmente. Le autorità italiane cooperano con le piattaforme quando possibile, ma la chiusura di un profilo non arresta un’ideologia — la sposta su un altro dominio, un altro nome, un altro sito. «Militia Nationalis» diventa «Rinascita Popolare italiana»; i partecipanti alla chat restano gli stessi.

Il contesto europeo non è migliore. La Commissione europea contro il razzismo e l’intolleranza (ECRI), nel rapporto del maggio 2024, segnala livelli allarmanti di hate speech razzista e antisemita online, con trivializzazione crescente. L’Italia non è un’eccezione virtuosa: è un Paese con memoria recente di fascismo, con partiti che oscillano tra democrazia liberale e retorica identitaria, con giovani che scoprono la politica attraverso meme e video verticali. Quando un diciannovenne di Roma costruisce siti neonazisti, non è solo un problema di sicurezza nazionale: è un problema educativo e culturale — di chi insegna cosa significa «mai più» e chi lo svuota di contenuto.

C’è anche una dimensione che l’operazione Militia mette in luce e che il dibattito pubblico tende a sottovalutare: l’antisemitismo non è un capitolo chiuso della storia europea. Le perquisizioni del luglio 2024 coinvolgono propaganda esplicitamente antisemita — non critica alla politica israeliana, non dibattito sul Medio Oriente, ma inviti a uccidere ebrei. In un momento in cui l’Italia discute di memoria, di Shoah, di cittadinanza e di identità, quel dettaglio dovrebbe fermare qualsiasi tentativo di normalizzazione. Chi scrive «Uccidi gli ebrei» in una chat non sta «esprimendo un’opinione forte»: sta attraversando una soglia penale che la democrazia ha fissato per ragioni storiche precise.

Le associazioni antirazziste e le comunità ebraiche italiane seguono da anni l’evoluzione dei gruppi legati alla Terza Posizione e ambienti affini. Non chiedono censura indiscriminata: chiedono applicazione delle leggi esistenti, risorse per la polizia postale, formazione dei magistrati su hate speech digitale, educazione civica che non lasci i giovani soli di fronte a algoritmi e influencer estremisti. L’operazione Militia è una risposta istituzionale a una domanda che molte famiglie e scuole si pongono senza risposta chiara: cosa succede quando un ragazzo entra in una chat che gli promette fratellanza e identità, e gli chiede in cambio odio?

Il rischio narrativo, per i media e per il pubblico, è doppio. Da un lato, trasformare tre perquisiti in mostro collettivo senza processo — i fatti vanno accertati in tribunale. Dall’altro, minimizzare l’episodio come «provocazione giovanile online» quando il materiale sequestrato include armi, coltelli e anni di propaganda organizzata. Un articolo antirazzista serio tiene insieme entrambe le cautele: rispetto della presunzione di innocenza, rifiuto della banalizzazione.

Collegare l’operazione Militia ad altre cronache italiane del 2024 non significa equiparare tutto. Significa vedere pattern. A Genova, ronde armate contro minori stranieri non accompagnati. A Manfredonia, un ghanese aggredito «perché straniero» dopo un tamponamento. A Bologna, insulti razzisti su una giostra che degenerano in coltello contro un padre e una bimba di undici anni. A Taranto, la morte di Bakari Sako. L’operazione Militia non è violenza di strada — è violenza in gestazione, documentata in chat e su siti. Ma la matrice culturale che produce l’uno può alimentare l’altro: quando l’odio contro gruppi interi diventa lingua comune, qualcuno prima o poi passa dalle parole ai gesti.

Cosa può fare chi legge, senza essere investigatore? Segnalare contenuti illegali alle forze dell’ordine e alle piattaforme. Conservare prove con data e URL. Sostenere organizzazioni che monitorano estremismo digitale. Chiedere alle scuole percorsi su memoria, antisemitismo e pensiero critico sui social — non come lezione astratta, ma come difesa concreta contro reclutamento. Consultare guide come quella su come denunciare un crimine d’odio quando si assiste a propaganda che incita alla violenza.

La procura di Milano non ha ancora comunicato sviluppi processuali oltre le perquisizioni del 9 luglio. L’inchiesta del 2024 con dodici indagati resta il precedente immediato: l’operazione Militia non nasce dal nulla, riprende filoni già aperti. Per le piattaforme coinvolte, la domanda resta aperta: quanto velocemente segnalano alle autorità italiane account che migrano da un nome all’altro? Per il Parlamento, quanto è finanziata la polizia postale rispetto all’espansione dell’odio digitale?

Alle quattro del mattino del 9 luglio hanno bussato a tre porte. Nei telefoni sequestrati, secondo gli inquirenti, c’erano anni di conversazioni — dall’ottobre 2022 in poi. Tre giovani, tre città, un’ideologia che si crede immortale perché può cambiare nome al sito. L’**operazione Militia** ricorda invece che lo Stato italiano, per quanto lento e imperfetto, tiene ancora traccia di quei fili. Non basta a cancellare l’odio. Ma impedisce che resti invisibile fino al primo sangue versato per strada — e in un’estate segnata da aggressioni razziste dalla Puglia alla Liguria, quella visibilità non è un dettaglio. È prevenzione.

Tre porte bussate all’alba, tre telefoni da decifrare, anni di chat che non si cancellano con un ban. L’operazione Militia non chiude un capitolo: lo apre in tribunale.

Finché suprematismo e antisemitismo potranno ricostruirsi su Telegram sotto un nome nuovo, la domanda resta una sola: chi, fuori dalle Digos, è disposto a riconoscere l’odio organizzato prima che diventi cronaca di sangue?

Approfondimenti consultati: la Repubblica — Propaganda antisemita in chat, perquisiti attivisti Militia Nationalis, Il Fatto Quotidiano — Propaganda neonazista su Telegram, perquisizioni Roma Savona Caserta, Corriere della Sera — Suprematisti Terza Posizione perquisiti, operazione Militia, Il Giorno — Operazione Militia, tre giovani indagati per propaganda razziale online e Normattiva — Art. 604-bis c.p. (discriminazione e violenza per motivi di odio).

Per approfondire, leggi anche Hate speech e razzismo online: cosa dicono ECRI e FRA e come si combatte in Italia.

Un tema collegato è Sentenza Cassazione odio razziale 2025: cosa dice la Cassazione n. 5160 sulla propaganda e la Legge Mancino.

Approfondisci con Razzismo digitale e hate speech: come combattere la violenza verbale online.

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