
Rom e Sinti in Italia: diritti, pregiudizi e una minoranza che non è un blocco unico
Si tratta spesso di rom e sinti, fenomeni che restano nel sottofondo della vita quotidiana. Nel 2024 l'Associazione 21 Luglio ha censito circa 11.100 persone rom e sinte che vivono in insediamenti monoetnici sul territorio italiano: baraccopoli, macroaree e campi formali distribuiti in 75 comuni. È lo 0,02% della popolazione nazionale, una cifra in calo del 53% rispetto al 2016, ma ancora sufficiente a mantenere viva l'immagine del «Paese dei campi».
Il dato, però, racconta solo una frazione della realtà. La Strategia Nazionale di uguaglianza, inclusione e partecipazione di Rom e Sinti 2021-2030 stima tra 120.000 e 150.000 le persone appartenenti a queste comunità in Italia. La maggior parte non vive nei campi: abita in case popolari, in affitto, in periferia urbana o in piccoli centri del Nord, spesso con documenti italiani e radici che risalgono a generazioni.
Rom e Sinti non sono un blocco unico. In Italia si contano almeno 21 comunità distinte per lingua, tradizioni e storia migratoria. I Sinti — il cui nome deriva dal sanscrito *sindh*, «abitante del Sindh» — sono presenti nel Paese da secoli, soprattutto nel Nord e nel Centro; hanno costruito legami duraturi con il tessuto locale, in Lombardia, Veneto, Piemonte e Toscana. Molte famiglie sinte lavorano nel commercio ambulante, nell'artigianato o nei mestieri tradizionali legati alla musica e al circo.
I Rom, termine che designa un insieme più ampio di gruppi di lingua romanì, hanno percorsi diversi: comunità kalderash, gruppi bosniaci e macedoni arrivati negli anni Novanta, famiglie romene. Una parte significativa possiede la cittadinanza italiana: secondo i monitoraggi dell'Associazione 21 Luglio, circa il 70% delle persone residenti nei campi formali è cittadino italiano, e oltre la metà ha meno di 18 anni. Condividerli sotto un'unica etichetta — spesso ridotta al termine dispregiativo «zingari» — è parte del problema: pregiudizi radicati, politiche discriminatorie e un divario persistente tra norme scritte e vita quotidiana.
Confondere Rom e Sinti con «nomadi» è un errore storico e giuridico. La legge 26 luglio 1975, n. 393 ha abrogato l'articolo del codice civile che identificava i «nomadi» come «in stato di vagabondaggio», ponendo fine a una categorizzazione amministrativa nata nel 1861. Eppure il lessico è rimasto: amministrazioni, media e dibattito pubblico continuano a usare «nomadi» come sinonimo di rom e sinte, consolidando l'idea di una minoranza per definizione estranea alla cittadinanza.
Il romanì — parlato in varianti diverse da Sinti e Rom — è riconosciuto dall'Unesco come lingua a rischio. In Italia non gode di alcuna tutela legislativa specifica: non è insegnato nelle scuole, non compare tra le lingue tutelate dalle leggi regionali sulle minoranze linguistiche. Bambini che parlano romanì a casa entrano a scuola senza supporto linguistico; la perdita della lingua si accompagna spesso alla perdita di legami culturali che potrebbero costituire un capitale identitario, non un ostacolo all'integrazione. Sullo stesso tema, Il razzismo quotidiano in Italia: storie vere di discriminazione che non fanno notizia offre un quadro complementare.
La storia politica recente ha amplificato questa distorsione. Il 21 maggio 2008 il governo Berlusconi dichiarò lo stato di emergenza «in relazione agli insediamenti di comunità nomadi» nelle regioni Lazio, Campania e Lombardia, nominando i prefetti di Roma, Napoli e Milano commissari straordinari. Il decreto presidenziale, pubblicato in Gazzetta Ufficiale il 26 maggio 2008, giustificava l'intervento con la «grave allarme sociale» determinata da insediamenti «di estrema precarietà».
Le ordinanze che seguirono autorizzarono operazioni di identificazione nei campi, inclusa la raccolta di impronte digitali anche per i minori — una misura che il TAR del Lazio annullò in parte nel 2009, e che il Consiglio di Stato dichiarò illegittima con la sentenza n. 6050 del 16 novembre 2011. La Corte di Cassazione confermò l'annullamento nel 2013, chiudendo definitivamente la stagione emergenziale: non esistevano i presupposti di straordinarietà e urgenza richiesti dalla legge. Ma gli effetti politici e culturali durarono oltre la sentenza.
L'«emergenza nomadi» legittimò un approccio centrato su sicurezza e controllo anziché su diritti abitativi e inclusione. Nacquero o si ampliarono campi autorizzati — spesso in aree periferiche, isolate dai servizi — e si normalizzò la pratica degli sgomberi forzati. L'European Roma Rights Centre e numerose associazioni documentarono decine di operazioni di evacuazione senza offerta abitativa alternativa adeguata, in violazione degli obblighi internazionali sull'accesso all'alloggio.
L'Italia resta l'unico paese dell'Unione europea ad aver costruito un sistema amministrativo di campi etnici per rom e sinte. Le leggi regionali — in Lombardia, Veneto, Emilia-Romagna e altre regioni — prevedono «aree di sosta» o insediamenti dedicati, spesso giustificati come rispetto di un «nomadismo culturale» che nella realtà riguarda una minoranza delle persone censite. Carlo Stasolla, presidente dell'Associazione 21 Luglio, ha paragonato la chiusura progressiva di questi insediamenti alla fine dei manicomi: un'architettura istituzionale della discriminazione che lentamente cede il passo, ma lascia dietro di sé comunità con scolarizzazione bassa, redditi minimi e salute precaria.
Misurare l'entità del fenomeno è difficile perché non esiste in Italia un censimento ufficiale basato sull'etnia. Istat non rileva l'appartenenza a comunità rom o sinte, e ogni stima dipende da metodologie diverse — con risultati che possono variare di molto. Il monitoraggio dell'Associazione 21 Luglio si concentra sugli insediamenti monoetnici e produce cifre precise ma circoscritte: 11.100 persone nel 2024, 102 insediamenti formali, 21 comunità rappresentate. La Strategia nazionale 2021-2030 indica invece una forbice tra 120.000 e 150.000 persone, includendo chi vive in contesti abitativi ordinari.
La distanza tra le due stime non è un errore da tabella: riflette scelte politiche. Numeri alti sono stati usati per giustificare misure emergenziali e campi; numeri bassi servono a dimostrare c Per un approfondimento collegato, vedi Donne migranti in Italia: tra razzismo e sessismo, una doppia discriminazione ancora invisibile.he il «problema» si sta riducendo. Nel frattempo, chi non compare in nessun registro — perché vive in casa propria ma subisce discriminazioni sul lavoro, a scuola o dal medico — resta statisticamente invisibile.
Il rapporto «Cento Campi» 2025 dell'Associazione 21 Luglio documenta una riduzione del 34% dei siti formali e del 63% della popolazione residente negli insediamenti nell'arco di un decennio, passando da circa 28.000 a 10.200 persone. L'aspettativa di vita in baraccopoli e macroaree risulta inferiore di 12,5 anni rispetto alla media nazionale; l'età media nei campi è di 25,7 anni. Il 30% delle persone ancora residenti in insediamenti formali si trova nell'area metropolitana di Napoli — un concentratore di marginalità che le politiche nazionali faticano ad affrontare con continuità.
Dietro i numeri c'è l'antiziganismo — termine che indica l'ostilità verso rom, sinti e caminanti — riconosciuto dalla Commissione europea come forma specifica di razzismo, distinta dalla xenofobia generica. In Italia si manifesta in insulti quotidiani, rappresentazioni stereotipate nei media, discriminazioni nell'accesso ad alloggi e servizi, aggressioni fisiche. La Relazione al Parlamento 2024 dell'UNAR (Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni Razziali) conferma che la discriminazione per origine etnica e colore della pelle resta la più frequente nei canali di segnalazione monitorati, con episodi di xenofobia e antiziganismo tra le manifestazioni prevalenti.
Il pregiudizio non resta confinato ai gesti individuali. Secondo indagini citate dall'Associazione 21 Luglio, circa l'82% degli italiani percepisce ancora un forte pregiudizio verso i rom — un dato che alimenta una spirale: amministrazioni locali evitano politiche di inclusione per paura della reazione elettorale, i media accentuano il legame tra rom e criminalità, e le comunità si chiudono nella diffidenza reciproca. L'Osservatorio di Pavia e l'Associazione Carta di Roma hanno più volte documentato come la stampa italiana associ sistematicamente rom e sinti a fenomeni di criminalità, sgomberi ed emergenze, con una frequenza sproporzionata rispetto ad altre minoranze. Non si tratta solo di un problema di rappresentazione: la cattiva informazione produce conseguenze materiali, dalle discriminazioni nell'affitto alle difficoltà per bambini rom e sinti a scuola, dove insegnanti e compagni riproducono stereotipi appresi dai telegiornali.
L'8 aprile di ogni anno si celebra la Giornata internazionale dei rom, sinti e caminanti: dal 2024 l'UNAR promuove una Settimana di azione per la promozione della cultura romanì e il contrasto all'antiziganismo, finanziando progetti di educazione e cultura attraverso bandi rivolti al terzo settore. Ma i gesti simbolici non bastano senza politiche strutturali.
Il 23 maggio 2022 l'Italia ha adottato la Strategia Nazionale di uguaglianza, inclusione e partecipazione di Rom e Sinti 2021-2030, in attuazione della Raccomandazione del Consiglio dell'Unione Europea del 12 marzo 2021. Il documento, coordinato dall'UNAR, si articola su sei assi: contrasto all'antiziganismo, istruzione, occupazione, abitazione, salute e promozione della cultura romanì. È il secondo tentativo strutturale dopo la Strategia nazionale di inclusione 2012-2020, che aveva prodotto risultati parziali: il monitoraggio della società civile coordinato da ERGO Network aveva rilevato che molte misure previste non erano state attuate, soprattutto a livello locale, e che i fondi europei — inclusi quelli del PON Inclusione — erano stati spesso sotto-utilizzati o destinati a interventi emergenziali piuttosto che a politiche strutturali.
La nuova strategia introduce un sistema di governance multi-livello e prevede capacity building per le amministrazioni locali. Resta da vedere se le risorse del Piano Na Sullo stesso tema, Rapporto UNAR 2025: 1.245 episodi di discriminazione e un Paese che si abitua al razzismo offre un quadro complementare.zionale Inclusione 2021-2027, che coinvolge l'UNAR nella Priorità 1 su inclusione sociale e lotta alla povertà, produrranno un cambiamento misurabile nei prossimi anni. I critici segnalano che senza sanzioni per i comuni che ignorano gli obiettivi strategici, e senza un monitoraggio pubblico vincolante, il rischio è una ripetizione del ciclo precedente: documenti approvati, conferenze, poi silenzio operativo.
L'inclusione si gioca su quattro fronti interconnessi. Nell'istruzione, i bambini rom e sinti affrontano tassi di abbandono superiori alla media e una segregazione de facto nelle scuole delle periferie. Nel lavoro, le discriminazioni si manifestano nell'accesso ai contratti regolari e nelle mansioni disponibili. Nell'abitazione, chi esce da un campo spesso non trova alternative sul mercato libero a causa del rifiuto dei proprietari. Nella salute, le barriere linguistiche e la mancata registrazione al Servizio sanitario nazionale lasciano fuori dalle cure preventive intere famiglie. Ogni ambito richiede interventi coordinati; nessuno si risolve isolatamente.
Sul piano giuridico, rom e sinti godono degli stessi diritti di ogni cittadino o residente regolare in Italia. La Costituzione vieta le discriminazioni; il decreto legislativo 9 luglio 2003, n. 215 (attuazione della direttiva UE 2000/43/CE) punisce le discriminazioni per origine etnica nel lavoro, nei servizi e nell'accesso ai beni. L'UNAR riceve segnalazioni e può avviare procedimenti, ma non ha poteri sanzionatori diretti: dipende dalla volontà delle persone discriminate di denunciare e dalla risposta del sistema giudiziario.
Nella pratica, le barriere sono cumulative. Una famiglia che esce da un campo senza titolo di occupazione legittimo non può iscriversi all'anagrafe; senza residenza, non accede al medico di base; senza documenti sanitari, i bambini faticano a ottenere le certificazioni per la scuola. Il cerchio si chiude da solo. Alcuni comuni — Milano, Bologna, Torino tra gli esempi più citati nei report — hanno avviato progetti di housing sociale e accompagnamento all'abitazione ordinaria, con risultati documentati dalla riduzione degli insediamenti informali. Altri preferiscono ancora gli sgomberi senza alternative, nonostante la giurisprudenza amministrativa imponga la verifica del rispetto del diritto alla casa e la Corte europea dei diritti dell'uomo abbia condannato l'Italia in più occasioni per operazioni di evacuazione che non garantivano soluzioni adeguate.
Il calo degli insediamenti monoetnici — da 28.000 a poco più di 10.000 persone in un decennio — racconta una trasformazione reale, non solo statistica. Campi che chiudono, famiglie che si trasferiscono, amministrazioni che smettono di ragionare in termini di «emergenza». Ma la Strategia 2021-2030 resta un documento sulla carta finché il pregiudizio continua a condizionare le scelte dei comuni, dei proprietari di casa e dei redattori dei telegiornali.
Rom e sinte in Italia non sono un'enclave separata dal resto del Paese: sono cittadini, lavoratori, studenti, genitori. La distanza tra questa realtà e l'immagine pubblica del «nomade» resta il punto da cui partire per qualsiasi politica che voglia essere credibile — non un gesto simbolico da calendario, ma un cambiamento misurabile in aule, ambulatori e contratti di lavoro.
Approfondimenti consultati: UNAR — Strategia Nazionale di uguaglianza, inclusione e partecipazione di Rom e Sinti 2021-2030, UNAR — Relazione al Parlamento 2024, Associazione 21 Luglio — Rapporto annuale sulla condizione di rom e sinti, Il Paese dei Campi — Dati sugli insediamenti in Italia, Gazzetta Ufficiale — D.P.C.M. 21 maggio 2008, emergenza nomadi, ASGI — Consiglio di Stato, sentenza n. 6050/2011 sull'emergenza nomadi, Commissione Europea — National Roma and Sinti equality, inclusion and participation strategy (2021-2030) e Normattiva — Legge 26 luglio 1975, n. 393.