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Idy Diene: chi era e perché il suo caso resta nel dibattito sul razzismo

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Ponte Vespucci a Firenze: fiori e ombrello in memoria di Idy Diene
Memoria di Idy Diene sul ponte Vespucci: fatti, giustizia e rispetto senza slogan.

Idy Diene: una storia che non si chiude con la cronaca

Il 5 marzo 2018, sul ponte Amerigo Vespucci a Firenze, il venditore ambulante senegalese Idy Diene fu ucciso a colpi di pistola. Aveva poco più di cinquant’anni, lavorava da anni nel centro storico, era conosciuto da molti. L’autore dell’omicidio, Roberto Pirrone, un ex tipografo fiorentino, fu poi processato e condannato.

Questo articolo non racconta la giornata della notizia né il corteo che seguì. Parte dal caso Idy Diene per capire, con i fatti raccolti da giornali e tribunali, chi era la vittima, cosa è successo, come è andato il processo e perché la vicenda è rimasta nel dibattito italiano sul razzismo e sulla sicurezza di chi migra e lavora in strada.

Conviene tenere distinti tre piani: i fatti; quello che hanno deciso i giudici sul movente; le letture e le reazioni della società. Se si mischiano, si semplifica troppo — e si sbaglia.

Chi era Idy Diene

Idy Diene veniva da Morol, vicino a Dakar, in Senegal. Era in Italia dal 2001 e viveva a Pontedera. A Firenze lavorava come ambulante: il giorno dell’omicidio era sul ponte Vespucci. La comunità senegalese lo ricordava come uomo pacifico e religioso. Secondo la stampa dell’epoca lasciava in Senegal molti figli e sperava, un giorno, di tornare a casa.

La sua storia si intreccia a un’altra ferita della città. La moglie, Ndeye Rokhaya Mbengue, era già vedova di Samb Modou, uno dei due cittadini senegalesi uccisi il 13 dicembre 2011 in piazza Dalmazia da Gianluca Casseri. Quella strage aveva un chiaro contesto di odio razziale. Per Mbengue — prima Samb Modou, poi Idy Diene — il 2018 è stato ancora più pesante, per la famiglia e per la comunità.

Raccontare chi era Diene non serve a farlo santo. Serve a non ridurlo a una scheda di cronaca: era un lavoratore, un marito, qualcuno che Firenze vedeva ogni giorno.

I fatti accertati dell’omicidio

Secondo le indagini e le ricostruzioni riprese da Repubblica Firenze, Il Tirreno e FirenzeToday, la mattina del 5 marzo 2018 Roberto Pirrone uscì di casa armato. In più occasioni disse di aver pensato al suicidio per problemi economici e familiari; lungo la strada, secondo la sua versione, cambiò idea e decise di uccidere qualcuno. Sul ponte Vespucci incontrò Idy Diene e gli sparò.

Uscita armata, incontro sul ponte, spari, morte della vittima, riconoscimento di chi ha sparato: su questi punti, nelle cronache giudiziarie, non c’è stato un vero contrasto.

Diverso è il perché. Qui entrano perizie, testimonianze, accuse e difese. Ed è qui che il caso è finito nel dibattito sul razzismo.

Il processo: cosa hanno stabilito i giudici

Nel gennaio 2019, in rito abbreviato, il gup Sara Farini condannò Pirrone a 16 anni per omicidio volontario. La pena era più bassa della richiesta dell’accusa, come prevede lo sconto del rito. Alla difesa non furono riconosciute le attenuanti generiche.

Nelle motivazioni (marzo 2019), il giudice escluse il movente razziale. Secondo Repubblica Firenze e FirenzeToday, scrisse che non c’erano elementi per dire che Pirrone avesse ucciso Diene «per il colore della pelle»; che dai computer sequestrati non emergevano idee razziste né legami con gruppi xenofobi; e che chi lo conosceva non lo descriveva come discriminatorio. Non fissò un movente preciso, ma quello razziale lo escluse. Segnalò invece una sofferenza psichiatrica: la perizia lo riteneva comunque capace di intendere e di volere.

In appello, nel settembre 2019, la Corte di assise di appello di Firenze portò la pena a 30 anni e — a differenza del primo grado — riconobbe l’aggravante dei futili motivi. Lo hanno raccontato FirenzeToday, Toscana Media News e altri. Sul movente razziale il primo grado aveva già detto chiaro; l’appello ha soprattutto alzato la pena.

Questa ricostruzione poggia su resoconti giornalistici solidi. Non sostituisce la lettura delle carte. Dove le fonti lasciano un vuoto, meglio dirlo: un dubbio dichiarato vale più di una certezza inventata.

Fatti giudiziari e dibattito pubblico: due piani diversi

In primo grado i giudici hanno escluso che l’omicidio fosse, in senso giuridico, un atto razzista per movente. È quanto risulta dagli atti. Non chiude, da solo, le domande che una città può porsi sul contesto.

Nel dibattito pubblico, l’uccisione di un ambulante senegalese in pieno centro — a pochi anni da piazza Dalmazia — è stata letta da molti come segnale di quanto siano esposte le vite di lavoratori neri e migranti. Non perché ogni giudice debba «certificare» l’odio. Perché nella percezione collettiva, e nei dati sulla discriminazione, quelle vite restano più vulnerabili e più invisibili. È lo stesso filo che lega il razzismo a storia e potere — come nel nesso tra colonialismo e razzismo — e che passa anche da come ci raccontiamo, al cinema e altrove, chi conta e chi no: vedi i film sul razzismo.

Tenere i piani separati evita due errori. Il primo: chiamare «razzismo in sentenza» ogni omicidio di una persona nera, anche quando le carte dicono altro. Il secondo: usare l’esclusione del movente razziale per spegnere ogni discorso su memoria, sicurezza e discriminazione nella vita quotidiana. Il processo risponde a domande strette. La società ne fa altre, ed è legittimo.

La reazione di Firenze

Nei giorni dopo, Firenze ha mostrato dolore e solidarietà. La comunità senegalese e migliaia di cittadini hanno partecipato a commemorazioni e a proteste pacifiche. Non ripercorriamo orari, percorsi o discorsi politici: non è lo scopo di questo testo. Conta che la città non restò indifferente e che il nome di Diene divenne subito un punto di raccolta.

La vicinanza civica non toglie responsabilità a chi ha sparato. Ricorda però che una comunità può scegliere di non lasciare sola una famiglia colpita due volte.

Il significato del caso nel tempo

A distanza di anni, il nome di Idy Diene torna quando si parla di omicidi in strada, di ambulanti stranieri, di Firenze e di razzismo. Non perché una sentenza abbia «certificato» un crimine d’odio. Perché la vicenda ha toccato nervi scoperti: la fragilità di chi lavora in strada; la memoria di piazza Dalmazia; la tentazione di spiegare tutto con una parola sola; e, dall’altra parte, il bisogno di non usare quella parola a casaccio.

Il caso insegna un metodo semplice. Prima i fatti. Poi le decisioni dei giudici, dette con precisione. Poi le interpretazioni, dichiarate come tali. Solo così un approfondimento resta utile oggi, e non diventa una vecchia notizia riscaldata.

Va detto anche questo: discriminazione e violenza non sempre coincidono con un’aggravante di odio in tribunale. C’è esclusione quotidiana — lavoro, casa, scuola, accessi — che non arriva in aula eppure ferisce. Su questi temi torniamo spesso: dalla omofobia abitativa al razzismo sul lavoro, fino alle prevaricazioni che cominciano «piccole» e possono crescere — come nel bullismo che sfocia in violenza.

Cosa resta aperto (e cosa no)

Non resta aperto il fatto dell’omicidio: Diene è morto per gli spari di Pirrone sul ponte Vespucci. Non resta aperto, in primo grado, il giudizio sul movente razziale: è stato escluso con motivazioni pubbliche. Resta lo spazio per chiedersi altro: perché certe vite sembrano più sostituibili; come una città elabora un lutto che richiama ferite vecchie; come si racconta una vicenda senza usarla.

Resta anche il dovere di aggiornare con cura. Se arriveranno nuovi provvedimenti o rettifiche documentate, andranno messi. Fino ad allora: si cita ciò che si può verificare, e non si inventa il resto.

Perché raccontarlo ancora

Raccontare Idy Diene oggi non è ripubblicare una notizia del 2018. È dare a chi cerca il suo nome — studenti, giornalisti, cittadini — un testo che tiene insieme biografia, giustizia e contesto, senza trasformare il dolore in slogan e senza usare la sentenza come scudo contro ogni domanda sul razzismo.

È, in fondo, il lavoro di un sito come questo: documentare, distinguere, ricordare. Con misura.

Memoria senza slogan

Ricordare Idy Diene non chiede slogan. Chiede accuratezza: nome giusto, fatti giusti, rispetto per la famiglia, per il lavoro dei giudici e per chi, in città, ha scelto di non voltarsi dall’altra parte.

La memoria utile tiene insieme due verità. La prima: un uomo è stato ucciso in strada, e la responsabilità penale è di chi ha sparato. La seconda: una società che vuole contrastare le discriminazioni non può limitarsi ad aspettare la parola «razzismo» in una sentenza; deve costruire condizioni in cui nessuno sia «il primo che passa» e in cui nessuna vita valga meno di un’altra.

Su questo — dignità, uguaglianza davanti alla legge, rifiuto delle gerarchie razziali — si misura oggi, non ieri, il senso di tenere vivo il nome di Idy Diene.

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