
Bullismo razzista a scuola: riconoscerlo prima che diventi routine
Si tratta spesso di bullismo razzista, fenomeni che restano nel sottofondo della vita quotidiana. «Ma era solo uno scherzo tra compagni.» La frase la pronuncia spesso un dirigente, a voce bassa, dopo che un genitore chiede conto di insulti razzisti. Per chi li riceve non è comicità: è messaggio quotidiano di non-appartenenza.
Il bullismo razzista unisce prevaricazione adolescenziale a motivazioni legate a origine, colore della pelle o religione.
Il bullismo razzista non sempre urla. Può essere esclusione sistematica dai giochi, diffusione di meme offensivi su chat di classe, imitazione stereotipata di gesti o preghiere, commenti sul cibo «strano» portato a merenda, domande umilianti sull'igiene o sul «paese di origine» anche per chi è nato in Italia.
La linea tra microaggressione e bullismo si incrocia quando il comportamento è ripetuto, asimmetrico (una vittima, più autori o spettatori silenti) e finalizzato a umiliare. Il decreto-legge 13 agosto 2011, n. 119 — noto come legge anti-bullismo — impone alle scuole piani di prevenzione e intervento, ma non menziona esplicitamente la matrice razziale. Le linee guida MIUR successivi includono il contrasto a stereotipi e discriminazioni.
Chi subisce spesso non denuncia subito: paura di peggiorare la situazione, vergogna, linguaggio non dominante in famiglia, genitori che minimizzano per proteggere.
Le chat di classe su WhatsApp, TikTok e Instagram amplificano il bullismo: screenshot che circolano, video imbarazzanti, account fake. La legge 23 maggio 2024, n. 66 (ddl Caivano) ha rafforzato sanzioni per cyberbullismo minorile. I contenuti con matrice razzista possono integrare anche fattispecie di diffamazione aggravata o istigazione all'odio se diffusi oltre il gruppo ristretto.
Cambiamenti improvvisi: il bambino che non vuole più andare a scuola, calo dei voti, mal di pancia ricorrente, isolamento, cancellazione dai social. Oggetti che spariscono o vengono danneggiati. Insulti che la vittima ripete a voce bassa imitando l'aggressore.
I docenti possono osservare gruppi che si chiudono all'ingresso di un compagno, risate sospette, disegni o scritte sui banchi. Il silenzio della classe quando un alunno parla della sua origine è altro segnale: complicità passiva. Sullo stesso tema, Il bullismo razzista nelle scuole primarie: come riconoscerlo offre un quadro complementare.
La scuola ha l'obbligo di attivare il team anti-bullismo previsto dalla normativa e di informare le famiglie. Minimizzare («sono ragazzate») espone l'istituto a responsabilità civile se il danno si aggrava — come hanno stabilito alcune sentenze di tribunali per il minore.
Se ci sono minacce fisiche, lesioni, contenuti che integrano reati penali (diffamazione aggravata, minacce, istigazione all'odio), la scuola deve segnalare alle forze dell'ordine oltre alle sanzioni disciplinari interne. I genitori possono presentare denuncia-querela indipendentemente dalla scuola.
Nel 2021 un caso emerso a Modena vide un gruppo di studenti diffondere in chat video e audio con insulti razzisti verso un compagno di origini senegalesi. La famiglia, supportata da associazioni locali, non si limitò al colloquio con il preside: documentò i file, chiese l'intervento dei Carabinieri e avviò contenzioso civile contro la scuola per mancata prevenzione.
Il procedimento penale portò a condanne con pena sospesa per alcuni minorenni; la scuola attivò protocolli aggiornati e formazione docenti. Il caso è diventato riferimento in Emilia-Romagna per l'integrazione tra diritto disciplinare scolastico e tutela penale.
Non ogni bullismo razzista finisce in tribunale. Ma l'esempio mostra che «era uno scherzo» non è difesa sufficiente quando la condotta è ripetuta, documentabile e lesiva della dignità per motivi razziali.
La giurisprudenza civile ha riconosciuto danni risarcibili quando la scuola omette interventi dopo segnalazioni ripetute. Il piano triennale dell'istituto deve includere azioni contro discriminazioni — non solo generico «rispetto».
La legge 119/2011 i Per un approfondimento collegato, vedi Il razzismo quotidiano in Italia: storie vere di discriminazione che non fanno notizia.mpone monitoraggio, formazione docenti, coinvolgimento famiglie. Il decreto legislativo 215/2003 tutela dalla discriminazione in istruzione — inclusa molestia razziale che crea clima ostile.
La legge 13 ottobre 1975, n. 654 — Legge Mancino — punisce propaganda razzista e istigazione: raramente applicata in ambito scolastico minorile, ma rilevante se adulti diffondono odio o se contenuti online escono dalla cerchia ristretta.
Per le vittime, le vie sono: segnalazione interna, esposto al dirigente scolastico, ricorso al garante della privacy per dati diffusi online, denuncia penale, segnalazione all'UNAR (800.90.10.10). Le associazioni — NAGA, ASGI, sportelli antidiscriminazione universitari — offrono accompagnamento.
Sospensione, trasferimento classe, lavoro di comunità scolastica, incontri guidati con mediatori. L'obiettivo non è solo punire, ma interrompere il pattern. Sanzioni simboliche su bullismo razzista ripetuto segnalano alla comunità che la scuola non normalizza.
Le buone pratiche documentate da MIUR e ONG includono: formazione docenti su bias impliciti, percorsi su storia dell'immigrazione italiana, coinvolgimento di famiglie migranti come risorsa non solo come «problema», regolamenti chiari su linguaggio vietato, sportelli di ascolto anonimi.
Progetti come quelli promossi da Carta di Roma nelle scuole e da Libera contro mafie e hate speech mostrano che studenti affrontano con più consapevolezza stereotipi quando il curricolo li nomina esplicitamente — non in un'ora saltabile di «cittadinanza».
Il peer education — studenti formati che mediano tra compagni — riduce la s Sullo stesso tema, Donne migranti in Italia: tra razzismo e sessismo, una doppia discriminazione ancora invisibile offre un quadro complementare.oglia di segnalazione. Le scuole che pubblicano dati anonimi su segnalazioni bullismo (senza vittimizzare) creano cultura della trasparenza.
Ascoltare senza minimizzare, documentare chat, chiedere per iscritto le azioni della scuola, cercare reti di famiglie con esperienze simili. Insegnare ai figli diritti e canali di segnalazione — senza spingerli al confronto diretto non sicuro.
Il Ministero dell'Istruzione raccoglie segnalazioni di bullismo tramite questionari periodici, senza disaggregazione per motivazione razziale. L'UNAR include episodi scolastici nelle segnalazioni di discriminazione etnica — quota minoritaria rispetto a lavoro e servizi, ma in crescita nelle segnalazioni dirette al Contact Center nel 2024.
Le indagini ISTAT su sicurezza percepita dagli studenti mostrano preoccupazione per bullismo in generale; studi accademici in Lombardia e Lazio documentano prevalenza di insulti razzisti in scuole con alta concentrazione di alunni stranieri — ma anche in istituti omogenei, dove l'unico «diverso» diventa bersaglio.
La sottostima resta alta: episodi non segnalati, scuole che classificano come «conflitto tra pari» ciò che ha matrice razziale.
Le famiglie con background migratorio affrontano spesso un doppio carico: sostenere il figlio ferito e tradurre per istituzioni che non sempre riconoscono la matrice razziale del conflitto. Sportelli territoriali, associazioni come NAGA e desk antidiscriminazione nelle università offrono mediazione linguistica e legale. Una scuola che coinvolge mediatori culturali nelle riunioni con i genitori segnala che il problema viene preso sul serio — non relegato al «litigio tra ragazzi».
Per gli studenti che assistono senza partecipare, la lezione implicita è devastante: il gruppo tollera l'umiliazione. I percorsi di peer education — compagni formati che interrompono dinamiche esclusive — hanno mostrato in diverse regioni italiane che la soglia di segnalazione cala quando non spetta sempre alla vittima di «fare la spia». Educare allo sguardo attivo dei presenti è parte della prevenzione tanto quanto i regolamenti scritti.
Il dirigente che definisce «scherzo» un insulto razziale ripetuto non protegge l'armonia della classe: protegge chi ha più potere nel microcosmo scolastico. Cambiare quella etichetta — chiamare il fatto per quello che è — è il primo atto istituzionale che segnala alla vittima che l'adulto vede. Senza quella chiarezza, il corridoio resta un luogo dove l'origine diventa bersaglio e il silenzio degli altri diventa consenso.
Quello «scherzo tra compagni» può segnare un intero percorso scolastico: voti più bassi, amicizie evitate, fiducia nell'adulto che non interviene spezzata. Il bullismo razzista a scuola non è inevitabile conseguenza dell'adolescenza. È fenomeno che norme, presidi e famiglie possono intercettare — se smettono di chiamarlo scherzo.
Approfondimenti consultati: Normattiva — Legge 13 agosto 2011, n. 119 (bullismo), UNAR — Discriminazioni in istruzione, MIUR — Linee guida bullismo e cyberbullismo e ASGI — Diritti dei minori stranieri a scuola.