Violenza contro le donne: intervista a Miriana Trevisan

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Miriana Trevisan è una showgirl italiana che ha esordito negli anni 90 nella trasmissione “Non è la rai” per poi partecipare a molte altre trasmissioni televisive tra cui Striscia la Notizia, La Corrida, Pressing e la Ruota della Fortuna.
Dopo il clamoroso caso Weinstein ha rotto il silenzio raccontando non solo episodi di molestie subite nell’ambito lavorativo ma anche l’isolamento in cui si trova chi si sottrae a certe tristi “consuetudini”.
Abbiamo deciso di intervistarla per Antirazzismo, di seguito l’intervista integrale.

La parità di genere è il quinto obiettivo dell’Agenda 2030 delle Nazioni Unite. Lo ritieni raggiungibile viste le condizioni attuali?

Sì, lo ritengo raggiungibile. A livello globale ho la percezione di un risveglio di coscienza collettiva che sta agendo come un sistema immunitario contro il patriarcato. La mia speranza è che non ci siano, come abbiamo già visto nella storia, delle martiri. Spero in una comunicazione veloce e collaborativa che non lasci sola nessuna donna nell’affrontare le diffamazioni che spesso sono conseguenza anche di semplici espressioni di ribellione. In Italia c’è sicuramente un rallentamento, ma credo sia solo una fionda che viene tesa all’indietro da paure ormai inutili, verrà lanciata molto presto una presa di posizione decisa. La paura patriarcale è sempre la stessa: la paura di perdere il potere.

Ti abbiamo vista prendere posizioni decise sul tema della violenza di genere. Cosa ti ha fatto decidere di esporti in prima persona?

Cosa è accaduto dopo?

Il coraggio di dichiarare pubblicamente un sistema marcio di alcune colleghe mi ha fatto pensare attentamente alle mie rinunce. Le mie erano mancate scelte libere, era lo schivare accordi sottobanco, era difesa. Ho voluto descrivere, in un articolo per Linkiesta alcuni episodi con la speranza che alcune ragazze potessero leggerci dentro le autodifese e la paura nel ribellarsi, il mimetizzarsi per non lottare apertamente. I tempi non erano maturi ma ora lo sono. Grazie a donne coraggiose. Volevo comunicare a più  persone possibili che le capivo, che non erano più sole e che la violenza e le molestie sono un comportamento osceno che va fermato a nome di tutte.

 “Se l’è andata a cercare”. È una frase orribile che si sente (purtroppo) dire dinanzi ai casi di violenza contro le donne. Cosa si cela dietro questo pensiero?

Ti riporto il mio intervento che scrissi per il libro “Dizionario Antifa”: «Se l’è cercata». È con questa frase violenta e accusatoria che viene inquinato non solo il dolore della vittima, ma anche lo stesso verbo “cercare”. Cercare significa altro: si cercano soluzioni, si cerca lavoro, ispirazione, esopianeti, soluzioni democratiche, gioia, amore, uguaglianza. Cerchiamo solo ciò che pensiamo ci possa migliorare come persone o che possa arricchire la nostra cultura: cercare è l’istinto naturale a rendere migliori noi e migliore questo mondo. Cerchiamo una legge che possa rompere le sbarre dell’omertà e farci fluire liberi nella società, cerchiamo di esprimere le nostre potenzialità. Cerchiamo una cura per combattere questa cultura distorta e discriminatoria.
«Cercare» è un verbo leale: come ha potuto essere tanto snaturato da diventare la rappresentazione della violenza misogina? Come può finire in mano a degli assassini della verità e diventare un’ascia nella mano di chi lo utilizzo per infierire ancora una volta sul dolore? Perché, piuttosto, non cercare in quel dolore, nel dolore delle vittime di molestie e di violenza la forza per cambiare? E perché non usare un più dignitoso ed etico silenzio per assistere la vittima? Dovremmo partire dal dolore delle vittime per indagare e capire a chi abbiamo affilato l’ascia con le nostre parole sbagliate.

Recentemente ha fatto notizia che tra le nomine al CSM non ci fosse neanche una donna (e non certo per mancanza di requisiti).

Mi sembra che la situazione del CSM rifletta esattamente ciò che accade dappertutto. Ed è esattamente ciò che stiamo cercando di cambiare.

Perchè la parità fa così tanta paura?

La paura è utile solo in caso di reale pericolo. Vedere del pericolo nella potenzialità femminile è una follia razzista. Porta a divisioni e prepotenze. La libertà è anche rottura degli schemi mentali. Fa paura a chi è terrorizzato di perdere la propria posizione di potere.

 Il linguaggio della televisione e dei media può alimentare la violenza contro le donne?

Fin dai tempi del fascismo la televisione è stata usata per dire alle donne di seguire gli schemi che servivano alla propaganda. Dalla stereotipo della donna utile per curare il focolare domestico siamo passati alla donna utile come oggetto sessuale.
Invece la televisione potrebbe essere un punto di aggregazione un luogo di unione. Il potere dei media potrebbe essere un punto di forza straordinario per l’educazione civile e per una sano divertimento tramite le forme di arte. Ma dovrebbe essere un’espressione a cui partecipare da svegli.

 A tuo avviso il programma Non è la Rai, all’epoca innovativo per molti aspetti, ha contribuito ad alimentare uno stereotipo femminile errato?

Per un parte di pubblico quel programma è stato una forma di compagnia. Se mi ripenso a quei tempi ricordo la mia sana curiosità. Non avevo una visione ampia e vivevo tutto in modo genuino. Ciò che ricordo personalmente era una mancata crescita come individuo. Alla luce dell’evoluzione della televisione per alcune ragazze può essere stato uno dei primi modelli di “scorciatoia” rispetto allo studio e all’arte.

Michela Murgia puntualmente ricorda l’enorme sproporzione tra firme maschili e femminili nella prima pagina dei principali quotidiani. Da dove inizia e dove termina la strada verso la parità?

Michela Murgia e molte altre donne in questo momento storico sono delle mine che si scagliano contro i muri di omertà e aprono dei varchi di consapevolezza. La strada è in costruzione da molto tempo e noi stiamo camminando e mentre camminiamo la edifichiamo. Bisogna stare solo attente l’una con l’altra a non rimanere isolate sotto un sole bollente di paure o di notte addormentate nella mancata autodeterminazione. Dunque non mi lascio guidare ma cammino insieme a voi, nella bellezza della diversità e nell’unione della reciprocità.