Cos’è la remigrazione e perché non coincide con il rimpatrio
A Pontedera, a metà agosto, qualcuno ha attaccato un foglio sul cartello d’ingresso della città, in viale Europa, vicino all’uscita della Fi-Pi-Li. Da Pontedera è venuta fuori «Pontenegra». Il segnale è stato ripristinato in fretta. La ferita no.
L’Associazione Senegal Solidarietà, che da oltre vent’anni è parte di quella comunità toscana, non ha parlato di bravata. Ha parlato di un clima. E in quel comunicato è comparsa una parola che fino a poco fa stava nei talk show e nei programmi di partito: remigrazione. Non è un caso. Chi vive in Italia da decenni, chi ha figli nati qui, chi lavora nelle aziende della Valdera, ha imparato a sentire quando una scritta sul cartello e una proposta politica iniziano a nominare le stesse persone.
Cos’è la remigrazione, allora? Non è il nome burocratico del rimpatrio. È una parola d’ordine.
L’Accademia della Crusca, nella scheda dei neologismi, la descrive così: letteralmente «migrazione indietro», ma rilanciata in forma eufemistica per indicare «espulsione forzata, deportazione di massa di persone con una storia di migrazione». Treccani l’ha inserita tra i Neologismi 2025 come «ritorno forzato di persone immigrate nel loro Paese d’origine», con la nota che si tratta di un recupero eufemistico. In italiano la forma non è sospetta. Il contenuto, nel lessico politico che l’ha ripresa, lo è. Si recupera una parola dalla faccia innocente e le si assegna un lavoro sporco: far passare per procedura ciò che è un allontanamento di massa.
Prima di diventare slogan, il termine esisteva negli studi sulle migrazioni e indicava soprattutto il ritorno, spesso volontario, di migranti verso il Paese o il luogo di origine. Poi è stato manomesso. Il Front National francese, alle regionali del 1992, campeggiava sui manifesti con «Quand nous arriverons, ils partiront!»: quando arriveremo noi, loro se ne andranno. Nel 2014 Laurent Ozon lanciava un Mouvement pour la remigration. I movimenti identitari l’hanno portata in Germania e in Austria. Nel novembre 2023, a Potsdam, l’inchiesta del collettivo tedesco Correctiv ha rivelato un incontro in cui si discuteva di espellere non solo richiedenti asilo, ma anche immigrati con permesso e cittadini tedeschi di origine straniera. All’operazione diedero proprio quel nome. Martin Sellner, attivista identitario austriaco presente a quell’incontro, ha pubblicato nel 2024 Remigration. Ein Vorschlag: una «proposta» che ha funzionato, scrive la Crusca, come un «liberi tutti» per leader di estrema destra in Europa e oltre.
In Italia la prima attestazione giornalistica che la Crusca cita è del gennaio 2017. A Borgosesia, in provincia di Vercelli, un blitz sul palco di un convegno sull’integrazione: striscione «Remigrazione contro l’islamizzazione». Poi anni di silenzio relativo. Poi il picco. Nel 2025 la Lega inizia a usarla in Parlamento. Il capogruppo Alessandro Corbetta chiede di rimpatriare «non solo clandestini e criminali, ma anche gli stranieri che scelgono di non volersi integrare». Il deputato Rossano Sasso sintetizza: «remigrazione unica soluzione». Roberto Vannacci ne fa il marchio di Futuro Nazionale. L’11 agosto 2026 il partito pubblica la prima parte della Base ideologica e programmatica per il 2027-2037. Il capitolo più esteso si intitola «Assimilazione e Remigrazione». Ventidue misure.
Qui la differenza con il diritto vigente smette di essere semantica.
In Italia l’espulsione esiste già. È un provvedimento amministrativo, con motivi, ricorsi, divieti. Il Testo unico sull’immigrazione vieta, in linea generale, l’espulsione dei minori e prevede specifiche garanzie e limiti all’allontanamento. Serve un titolo, un fascicolo, una decisione impugnabile. Il rimpatrio di chi è irregolare — identificazione, eventuale trattenimento nei Cpr, esecuzione — è materia di legge, discutibile e già durissima, ma ha un perimetro. Nel programma di Futuro Nazionale il progetto è di inversione: fermare «l’immigrazione di massa — foss’anche regolare» e allontanare chi appartiene a culture ritenute «incompatibili» con una civiltà definita «greca, romana e cristiana». Non è il contrasto all’ingresso senza documenti. È la selezione delle presenze già sul territorio.
Il documento lo scrive nero su bianco. Si oppone non solo agli arrivi irregolari, ma a chi è considerato una minaccia «sia per la sicurezza che per l’identità». Cita percentuali su omicidi, rapine, stupri attribuiti a stranieri: sono numeri del partito, non una rilevazione Istat messa in nota. Servono a dichiarare un’«emergenza nazionale» e a chiedere leggi straordinarie. Tra le 22 misure: divieto di attracco senza autorizzazione, pattugliamenti con droni, nuove fattispecie di reato per le Ong che soccorrono in mare, rimpatri immediati per chi ha la domanda d’asilo respinta. Respingimenti indiscriminati o trasferimenti verso Paesi nei quali le persone rischiano persecuzioni o trattamenti inumani possono violare il principio di non-refoulement, il divieto di espulsioni collettive e gli obblighi derivanti dal diritto internazionale ed europeo. È qui che una proposta politica incontra limiti giuridici precisi.
Vannacci, in televisione, ha detto cose ancora più esplicite. A Otto e mezzo, secondo la trascrizione dell’agenzia Dire, ha spiegato: «In primo luogo vanno remigrati coloro che non hanno motivo e diritto di essere da noi». Sulla deportazione: «Se con “deportazione” intendiamo movimentazione coatta al di là della loro volontà, certo». Non è un avversario a mettergli in bocca quella frase. È lui, in diretta.
Cosa cambierebbe, per una persona reale?
Prendi una badante filippina con permesso da quindici anni, figli alle medie, affitto pagato. Prendi un operaio senegalese di Pontedera, residente da vent’anni, tesserato in fabbrica. Prendi una ragazza nata a Torino da genitori marocchini, italiano senza accento, carta d’identità ancora straniera perché lo ius sanguinis non la riconosce automaticamente. Il rimpatrio, oggi, non li riguarda: hanno titolo di soggiorno, o sono nati qui, o sono in attesa di cittadinanza. Quel lessico, però, può riguardarli tutti. Basta che la loro «cultura» venga dichiarata incompatibile. Basta che un reato — anche lontano dal terrorismo — apra la revisione del permesso e, per i naturalizzati, della cittadinanza. Basta che la «massa» diventi il problema, come ha scritto su X Andrea Ballarati: «Legale o illegale, clandestini o regolari non è questo il problema. Il problema è la massa».
Sul piano interno, l’asticella della cittadinanza si alza. Per chiedere il passaporto servirebbero vent’anni di residenza regolare, italiano di livello C1, assenza di condanne e una dichiarazione di assimilazione a quella civiltà «greca, romana e cristiana». I ricongiungimenti familiari diventerebbero eccezioni, subordinate a reddito e anni di permanenza. Chi commette reati andrebbe espulso «a prescindere dall’inserimento lavorativo e dalla presenza di figli minori». Il partito apre, dove serve, a una modifica costituzionale. Non è un dettaglio da giuristi. Una simile impostazione porrebbe questioni di compatibilità costituzionale, a partire dal principio di uguaglianza sancito dall’articolo 3. Togliere diritti a chi «non si assimila» a un canone etnico-religioso significa scrivere in norma ciò che oggi resta slogan. Per un bambino con un genitore espulso, quella frase sul «prescindere dai figli minori» non è un punto di programma. È una casa che si svuota.
La legge, per ora, va da un’altra parte. L’incitamento all’odio e la propaganda discriminatoria hanno un nome penale: oggi articoli 604-bis e seguenti del codice, eredi della Legge Mancino. Un esposto alla Procura di Catania, nel luglio 2026, ha chiesto di verificare se il complesso delle dichiarazioni e dell’organizzazione di Futuro Nazionale possa integrare quei reati. Una denuncia non è una condanna; la presunzione di innocenza resta intera. Il passaggio in tribunale dice almeno questo: la parola è uscita dal mercato degli slogan.
Chi difende la remigrazione risponde che si tratta di legalità, di quote, di «integrazione fallita». Il Testo unico già consente espulsioni per gravi motivi di ordine pubblico o sicurezza dello Stato. Il punto è un altro. Quando il bersaglio non è un reato accertato ma un’origine, una religione, un colore, una «massa», il provvedimento smette di essere giustizia e diventa selezione. Il Post, nel febbraio 2025, lo ha scritto senza giri di parole: applicata, l’idea violerebbe norme nazionali ed europee, genererebbe sofferenze a milioni di persone e ha «una natura razzista», perché gli «stranieri problematici» dell’estrema destra europea sono invariabilmente persone non bianche, con un’altra lingua madre, con una religione diversa dal cristianesimo.
Non serve un campo per produrre l’effetto. Basta il permesso che non si rinnova. Basta il ricongiungimento negato. Basta la cittadinanza che diventa un premio revocabile, mentre chi è italiano «di nascita» resta italiano anche dopo gli stessi reati. È lo stesso schema della stretta sulla revoca della cittadinanza discussa in Parlamento: due italiani diversi di fronte alla stessa legge. Il razzismo sistemico non ha bisogno di manifesti. Ha bisogno di procedure che sembrano tecniche.
A Bruxelles, nello stesso 2026, Parlamento e Consiglio hanno raggiunto un accordo sul nuovo regolamento europeo sui rimpatri più duro, poi approvato dal Parlamento europeo. A gennaio era arrivata la strategia antirazzismo 2026-2030. Due facce. La parola d’ordine si infila in quella contraddizione: parla la lingua dei «Paesi sicuri» e dei Cpr, ma sposta il confine da chi è irregolare a chi è indesiderabile. Per le seconde generazioni la domanda non è astratta. Se il Paese in cui sei nato può immaginarti «remigrabile», l’appartenenza non è un fatto. È una concessione.
C’è anche la lingua. La parola suona tecnica, quasi compassionevole: un re- che restituisce, un -migrazione che parla di movimento, non di forza. Deportazione fa rumore. Espulsione di massa fa rumore. «Remigrazione» passa in un titolo. Il razzismo linguistico non è l’insulto in faccia: è il vocabolario che rende familiare ciò che fino a poco fa restava tabù. Quando i telegiornali la pronunciano senza tradurla, il cartello di Pontedera smette di essere un episodio locale. Diventa un’anteprima.
La comunità senegalese, in quel comunicato, ha fatto una domanda precisa. Quando si parla di persone che dovrebbero «tornare a casa», di chi si sta parlando? Di chi vive in Italia da venti o trent’anni? Di chi lavora? Di chi assiste gli anziani? Dei ragazzi nati qui, che conoscono Pontedera come la propria casa?
Non è retorica. È l’unico test utile. Se la risposta è «dipende da come li vediamo», allora sappiamo già cos’è la remigrazione: non una procedura. Un criterio di sguardo.
Il rimpatrio ha un fascicolo. La remigrazione ha un bersaglio. E il bersaglio, ogni volta che la parola viene pronunciata senza essere tradotta, è chi può essere raccontato come fuori posto — anche quando il posto è casa.
Fonti
- Accademia della Crusca — remigrazione
- Il Post — Cos’è esattamente questa «remigrazione»
- Dire — Vannacci su remigrazione e deportazione
- Fanpage — Il piano di Vannacci per la remigrazione
- LaPresse — Programma Futuro Nazionale, 11 agosto 2026
- Futuro Nazionale — Base ideologica e programmatica
- PisaToday — Cartello Pontedera modificato in «Pontenegra»
- Normattiva — Costituzione, articolo 3
- Correctiv — Inchiesta sull’incontro di Potsdam, 2023
