Antirazzismo e Filiera Sporca

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Oggi vogliamo parlarvi di un rapporto annuale – che viene realizzato da soli due anni – che parla di come le persone che approdano in Italia una volta messo piede nel nostro paese sono trattate come schiavi. Filiera Sporca è un rapporto stilato da Associazioni No Profit che si occupano di migranti. Arrivato alla sua seconda edizione e presentato a Roma questo rapporto evidenzia lo sfruttamento del lavoro dei migranti nelle terre del suolo italiano.

Il Rapporto e i suoi Aspetti

Oggi stiamo concentrando la nostra attenzione su questo tema relativo allo sfruttamento del lavoro nei campi, e la relazione in oggetto rappresenta molti aspetti contenuti in 62 pagine che ha come titolo: La raccolta dei Rifugiati. Trasparenza di Filiera e responsabilità sociale delle aziende

Il rapporto è stato presentato a Roma.

Queste sono le associazioni che con questo secondo rapporto denunciano lo sfruttamento di lavoratori italiani e richiedenti asilo nell’agricoltura:

  • Terra! Onlus,
  • daSud
  • Terrelibere.org

Il rapporto di FileraSporca sullo sfruttamento del lavoro in agricoltura e di fatto sull’antirazzismo, nasce a causa della necessità di dover fare il punto su quanto avviene nel corso di un anno di Campagna di pressione portata avanti appunto da associazioni ONLUS e affini che focalizzano l’attenzione sulle morti che sono oltre dieci nei campi con centinaia e centinaia di braccianti, stranieri e non, ancora sfruttati ordinariamente e costantemente nei campi. 

Capitalismo, Grandi Marchi e Sfruttamento del Lavoro e della Manodopera

Questo è il tema caldo del rapporto in oggetto. Molti si chiedono quante siano effettivamente le aziende che trattano con chi rispetto chi lavora e quante invece – per il denaro – sfruttino i lavoratori riducendoli quasi in schiavitù.

Volendo fare una classifica della trasparenzasi scrive nel rapporto – sono pochi a uscirne indenni. Mentre la Coop risponde alle sollecitazioni della campagna #FilieraSporca, altre aziende, tra cui Parmalat, Conad, Nestlè, rifiutano di rispondere lasciando quel dubbio irrisolto sulle loro responsabilità. Da un lato l’opacità delle aziende, dall’altra la Politica e le Istituzioni che insistono e agiscono quasi esclusivamente su politiche repressive.

Qualche tempo fa avevamo messo in correlazione la responsabilità delle aziende con la famosa frase:

“Se lavori non devi lamentarti”

Oppure:

“Non si sputa nel piatto dove si mangia”

Un refrain che in circostanze come quelle del caporalato, di gente morta ammazzata perché si ribella, o di razzismo diventa complice degli assassini in sostanza e giustifica questo tipo di approccio anche perché – come abbiamo visto e detto – non solo solo gli immigrati a finire nei campi ed a subire torture, persecuzioni, caporalato etc…

Storie di Razzismo nei Campi-Storie di Antirazzismo nel combatterle

Filiera Sporca raggiungibile a questo link fa un lavoro davvero interessante perché parla di migrazioni e di permanenze a 360 Gradi evidenziando correlazioni tra denaro, costo dei prodotti, sfruttamento del lavoro in un sistema economico che penalizza i poveri e chi necessita di lavorare per vivere. Quindi non parla solo di razzismo e sfruttamento della manodopera straniera a basso costo – concentrandosi comunque su tale aspetto ed evidenziandone le ramificazioni – ma parla anche della macro economia che fa male alla terra e alle persone che potrebbero abitarla invece in maniera totalmente differente senza essere costrette a vivere male. Nulla giustifica comunque lo sfruttamento del lavoro che porta al caporalato e a situazioni che nulla hanno di etico. E questo rapporto assieme al sito che vi abbiamo linkato evidenzia anche questo.

Il Rapporto di Filiera Sporca 2016

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Storie di Razzismo tra Paesi e come agisce l’antirazzismo invece

Un altro link che vogliamo allegarvi al nostro odierno articolo è questo.

Preso sempre dal sito ove è presente il Rapporto di FilieraSporca 2016.

Le storie sono molte in realtà e spesso quando si parla di razzismo e discriminazione su base etnica, sociale, culturale, o su base omofobica-transfobica aumentano queste storie e ci restituiscono un umanità incapace di osservare oltre il proprio orticello quando intorno c’è distruzione, guerra, dittatura, morte, malessere di grande portata e tantissimo dolore. Nel titolo del paragrafo abbiamo scritto tra Paesi perché in ogni luogo esistono diverse forme di discriminazione, esistono diverse forme di dittatura e scappare per molte persone è l’unica soluzione anche quando rischiano la vita in mare magari su un gommone dove si soffoca e si rischia di cadere e non essere più ritrovati oltretutto. Ma la prospettiva di andarsene dalle torture, dai maltrattamenti o dalle persecuzioni è più grande della paura della morte e ciò fa davvero venire i brividi e costringe – o almeno dovrebbe costringere – chi sta meglio di queste persone ma anche coloro che parimenti hanno subito qualsivoglia forma di discriminazione, a valutare non il colore della pelle, o il luogo di provenienza, o la fede – non estremizzata – o l’identità sessuale di chi approda sulle coste italiane per finire magari oggetto di schiavitù in un campo di arance, ma a valutare invece la storia umana che queste persone portano con loro.